
Donald Trump è percepito come un simbolo di instabilità, ma è forse un errore. Procede magari a zigzag, ma gli obiettivi sono brutalmente chiari. I dazi vigenti sono quelli che hanno scandalizzato in aprile. Certamente è costante la ricerca del proprio interesse personale, raccontando che coincide con quello del suo Paese.
Sta di fatto che nell’ultimo anno ha raddoppiato (fonte Forbes) il suo patrimonio, passando da 2,3 miliardi a 5,1 miliardi. Il suo marchio, usando la Casa Bianca come se fosse un prodotto commerciale, macina milioni, la sua famiglia è entrata e uscita dal lancio di una criptovaluta che ha rovinato molti e consolidato la sua fortuna. Da Presidente, quando gira il mondo, conclude affari privati, trovando sempre qualcuno cui non par vero di diventare socio dell’inquilino della Casa Bianca. Magari regalandogli super aerei o blocchi d’oro col suo nome, come ha fatto ai primi d’agosto il Ceo Apple.
La legge americana glielo consente ma nessun Presidente prima di lui aveva cumulato tanta inopportunità (e 20 miliardi di contributi elettorali). In Italia si aprono indagini supportate da intercettazioni su rapporti troppo amichevoli tra mogli di politici e imprenditori e si ipotizza il reato di ricerca di consenso.
Secondo la costituzione USA, il grande potere di un presidente deve essere controbilanciato da pesi e contrappesi, ma Trump svuota lo stato di diritto in politica interna e il diritto internazionale in quella estera.
Si delinea una forma autocratica basata sul principio che avere più voti consente qualunque forzatura e che in geopolitica conta la legge del più forte.
L’opposizione politica interna è del tutto inesistente. Il suo predecessore Biden viene strapazzato in diretta mondiale e nessuno fa una piega. Decine di migliaia di posti di lavoro pubblici sono stati cancellati solo perché si occupavano di: immigrazione, assistenza, sanità.
Dato che l’unica nube all’orizzonte sono le elezioni di midterm 2026, sta cambiando la geografia dei collegi elettorali e l’opposizione in Texas ha dovuto scappare fuori Stato per evitare la prigione. La magistratura è timida e oggetto di persecuzione quando osa contraddire le spettacolari ordinanze della Casa Bianca.
Due potenti multinazionali come Nvidia e Amd hanno dovuto piegarsi a versare il 15% su tutti gli affari che faranno in Cina. Non era mai accaduto, osserva Federico Fubini, che il Governo USA si facesse pagare per farti lavorare. Al Giappone, alleato storico, sono stati preannunciati 550 miliardi di taglieggio su tutto il commercio in USA.
Ma non basta. Le principali organizzazioni indipendenti del Paese sono sotto tiro in modo violento. L’ultima vittima è la presidente dell’istituto di statistica, colpevole di aver fornito dati non positivi sull’occupazione, sostituita in tronco da uno dei capi della rivolta del Campidoglio nel 2021. Resiste solo la Fed, il cui governatore è bersaglio continuo degli strali trumpiani, ma ha pochi mesi davanti. Poi verrà nominato qualche immobiliarista a gestire la finanza USA (due terzi dell’intero debito pubblico mondiale, con costi per interessi verso 10 mila miliardi).
La più grane azienda non asiatica di chips, Intel, ha chiuso repentinamente i programmi di sviluppo in Europa perché Trump vuole nazionalizzarla, e fortuna ha voluto che l’Italia non abbia mai versato i 4 miliardi di incentivi stanziati per avere da noi un suo stabilimento. Sarebbero già fumo.
Ma la cosa peggiore ci sembra il fatto che alcune grandi compagnie (Paramount, Walt Disney) abbiano rinunciato a verdetti favorevoli del Tribunale, pagando pesanti pene pecuniarie, perché preferiscono non disturbare l’amministrazione, ed essere poi penalizzate in altri campi.
Questa significa piegarsi a qualcosa di più della “servitù volontaria” combattendo la quale è nato cinque secoli fa il costituzionalismo democratico moderno. Significa applicare metodi di persuasione indiretta da Paese autoritario, che ottiene obbedienza solo esistendo. Un caso di democrazia violata senza ricorrere alla violenza. Lo fa anche Putin interferendo nelle elezioni altrui.
Eppure, il modello di questa post democrazia basata sulla post verità, piace a molti, anche in Italia.
Beppe Facchetti

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