
Con la precisione geometrica dei burocrati e l’ottimismo di facciata della politica, è arrivata la dichiarazione del ministro Crosetto: «Sarà garantita la sicurezza delle navi italiane nello stretto di Bab el-Mandeb». Magnifico. Parole scolpite nel marmo delle rassicurazioni istituzionali, lanciate come scudi di carta contro i proiettili veri, contro la furia cieca di chi quel braccio di mare lo ha trasformato in un mattatoio geopolitico.
trasformato in un mattatoio geopolitico.
Perché Bab el-Mandeb non è un incrocio stradale da pattugliare con i vigili urbani; in arabo significa letteralmente “la Porta del Lamento Funebre”. Un nome che è già un destino, una condanna millenaria che oggi si rinnova sotto i colpi dei droni e dei missili fanatici.
Voi parlate di “garantire la sicurezza” come se si trattasse di sbrigare una pratica d’ufficio. Ma quale sicurezza si può promettere a una scatola di metallo galleggiante quando dall’altra parte, sulle coste dello Yemen, ci sono uomini che non temono la morte perché la corteggiano, la idolatrano, la usano come arma da lancio contro la nostra civiltà?
Lì, in quella cruna dell’ago tra l’Africa e la penisola arabica, si gioca una partita brutale che l’Occidente continua a voler guardare con gli occhiali del diritto internazionale, mentre i nostri avversari usano il codice della sottomissione e del terrore. Ogni nave che passa di lì non porta solo merci, container, petrolio. Porta con sé la nostra vulnerabilità.
Certo, le nostre fregate ci sono. Ci sono i nostri marinai, ragazzi coraggiosi a cui viene chiesto di fare i miracoli con le regole d’ingaggio scritte col bilancino da un’Europa pavida e distratta, più preoccupata di non offendere nessuno che di difendere se stessa. Ma la sicurezza non si garantisce con i comunicati stampa o con la speranza che il buon senso prevalga. Il buon senso non abita a Bab el-Mandeb. Lì abita il fanatismo ideologico, l’odio sordo per tutto ciò che rappresentiamo, per la nostra libertà, per il nostro benessere, persino per il nostro commercio.
Dire “garantiremo la sicurezza” è un atto di fede laica che si scontra con la realtà della polvere di sparo. Se vogliamo davvero proteggere quelle navi, quel tricolore che sventola sulle poppe, dobbiamo smetterla di usare il linguaggio felpato della diplomazia della rinuncia. Dobbiamo guardare in faccia il mostro e chiamarlo con il suo nome. Altrimenti, quella “Porta del Lamento” continuerà a risucchiare non solo i nostri scambi commerciali, ma la nostra dignità di civiltà che ha dimenticato come si combatte per restare liberi.
Giuseppe Basilico

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