
È un terremoto politico a cui l’Europa guarda con favore quello appena consumatosi in Polonia, dove il partito populista ed euroscettico Diritto e Giustizia (Pis) di Jarosław Kazcyński, pur confermandosi prima forza politica, ha perso la maggioranza in parlamento e dunque non potrà governare. I risultati ufficiali, annunciati oggi dalla commissione elettorale, hanno confermato gli exit poll della vigilia: il Pis si ferma a 194 seggi e anche sommando quelli di una potenziale alleanza con Confederazione arriverebbe a 212, ben lontano dai 231 necessari a governare. Obiettivo centrato invece da Piattaforma civica, l’opposizione guidata da Donald Tusk – ex primo ministro e già presidente del Consiglio europeo – che con i suoi 157 seggi, più quelli degli alleati Terza via e la nuova Sinistra, raggiungerebbe un’ampia maggioranza di 248. Il “milione di cuori in marcia” che Tusk era riuscito a portare per le strade di Varsavia due settimane fa ha dunque ottenuto la sua vittoria, nonostante una campagna elettorale dominata dal Pis che controlla gran parte della stampa nazionale. “Sono finiti i tempi bui”, ha detto Tusk, 66 anni, davanti alla folla di sostenitori esultanti a Varsavia, confermando la fine della parabola di potere del Pis, durata otto anni. L’opposizione aveva messo in guardia gli elettori che questa era la loro “ultima possibilità” per salvare la democrazia. I polacchi hanno risposto in massa: secondo la commissione elettorale l’affluenza alle urne è stata pari al 74,38%, la più alta dalla fine del comunismo nel 1989.

Una svolta piena di incognite?
Nelle prossime ore il presidente Andrzej Duda deciderà a chi dare l’incarico: probabilmente sarà un esponente del primo partito, il Pis, che avrà due settimane di tempo per le consultazioni, ma se, come previsto, non troverà i numeri per formare una maggioranza, il presidente incaricherà un esponente dell’opposizione. Questa almeno è la prassi. Anche se permane il timore di possibili manovre del Pis nei prossimi giorni e settimane. La cautela è d’obbligo e deriva anche dalla consapevolezza che governare con un presidente come Duda, allineato al Pis e in carica fino al 2025 e con uomini del partito Diritto e Giustizia presenti in numerose istituzioni – come la massima corte polacca, il tribunale costituzionale – non faciliterà le cose. Entrambi hanno il potere di porre il veto sulla legislazione di un governo guidato da Piattaforma civica. E una coalizione di opposizione non avrebbe la maggioranza dei tre quarti in parlamento necessaria per ribaltare un veto presidenziale. “Davanti a noi ci sono giorni di scontri e tensioni”, ha detto Kaczyński. “Dobbiamo avere speranza e sapere che, indipendentemente dal fatto che resteremo al potere o andremo all’opposizione, realizzeremo il nostro progetto”. Quella che comincia oggi a Varsavia è una svolta densa di incognite e molti temono che per mesi le due anime del paese si intralcino l’un l’altra portando il paese all’ingovernabilità.
Un nuovo capitolo con l’Europa?
Durante la campagna, Tusk si è impegnato a riportare Varsavia su un deciso percorso europeista, a ripristinare l’indipendenza dei giudici e a sbloccare miliardi di euro di finanziamenti europei ‘congelati’ dalla Commissione Europea nel braccio di ferro degli ultimi mesi con il governo di Varsavia sulle riforme giudiziarie. In ballo ci sono 36 miliardi di euro del “Recovery fund”, pari al 6,2% del PIL polacco. Ma non è solo per questo che il voto che si è appena concluso può tranquillamente definirsi come l’elezione più significativa dell’anno in Europa. La posta in gioco è l’apertura, dopo anni di faide, di un nuovo capitolo nei rapporti tra Bruxelles e il più grande stato membro dell’Europa centrale e orientale. “Questa è la fine dei brutti tempi. Questa è la fine del governo del Pis”, ha detto Tusk. “Lo abbiamo fatto, davvero. Ha vinto la Polonia, ha vinto la democrazia”. Secondo l’ex premier, un terzo mandato a Diritto e Giustizia avrebbe definitivamente allontanato la Polonia dalla democrazia liberale, consolidando il controllo del partito di governo sul sistema giudiziario, sui media e sulle aziende di Stato. Una deriva che avrebbe accomunato il paese a democrazie illiberali come l’Ungheria di Viktor Orbàn, con la quale non a caso Varsavia ha condiviso molte battaglie in opposizione a Bruxelles.
Varsavia al centro?
Il risultato elettorale non avrà implicazioni solo per la democrazia polacca, ma anche per l’unità europea e gli sforzi dell’Occidente per contrastare l’aggressione russa in Ucraina. La ferma determinazione della Polonia – e degli Stati baltici – nell’aiutare l’Ucraina è alla base delle numerose affermazioni secondo cui uno spostamento del centro di gravità dell’Europa verso est è già in corso. Anche la geografia gioca la sua parte: la storia dell’Europa si svolge a est, il che porta Varsavia al centro della politica europea. Ma essere al centro non equivale a definire l’agenda dell’UE. Pur essendo stata tra le prime e più determinate capitali nel sostegno a Kiev, armando la resistenza ucraina e accogliendo oltre un milione di profughi, nelle ultime settimane Varsavia aveva mostrato segni di cedimento. Nel tentativo di corteggiare gli elettori di estrema destra e delle aree rurali, i vertici del Pis hanno ingaggiato un duro braccio di ferro con Bruxelles sulle importazioni di grano dall’Ucraina, sulla transizione verde e sui migranti. Significativo in tal senso che a fronte dell’alta affluenza alle urne, i quattro referendum promossi dal governo, e giudicati ‘pretestuosi’ dagli oppositori che avevano invitato a boicottarli, non siano riusciti a raggiungere il quorum del 50%. Il nuovo governo che sorgerà dalle urne avrà due immensi compiti da affrontare. Il primo è ripristinare la fiducia dei polacchi nelle loro istituzioni. L’altro è restituire alla Polonia il posto che le spetta nell’Ue.
Il commento
Di Serena Giusti, ISPI Senior Associate Research Fellow
“Dalle elezioni che si sono svolte domenica 15 ottobre in Polonia emerge un dato inequivocabilmente positivo: circa il 73% degli aventi diritto si è recato alle urne. è l’affluenza più alta registrata dal 1989 con le prime elezioni libere, quando al primo turno si recò il 62,7% degli aventi diritto. Un’alta partecipazione è sintomo non solo della fiducia dei cittadini nella politica e nei meccanismi democratici, nonostante essi siano stati messi sotto attacco da otto anni di governo guidato dai conservatori di Giustizia e Libertà (PiS), ma anche di una volontà di cambiamento e della consapevolezza che ciò può avvenire attraverso il momento elettorale”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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