Ho accompagnato colleghi di Firenze, che di turismo ovviamente si intendono parecchio, in ragione della città in cui abitano e per effetto del lavoro che fanno, al Santuario della Beata Vergine delle Grazie, in una domenica normale, cioè fuori dalle celebrazioni annuali dei Madonnari e dalle stagioni di devozione mariana. Così abbiamo potuto toccare con mano che la politica del turismo può reggere, come è naturale, sulle colonne dell’attrazione artistica culturale e del richiamo enogastronomico. E ancor di più sui capisaldi della devozione e delle storie popolari. Nel caso di questo luogo: Grazie, coccodrillo e cotechino.
Sono rimasti a bocca aperta, come si suol dire, per la ricchezza della offerta artistica storica e devozionale. Non è una novità ma una piacevole conferma. Anche fuori stagione. Questo posto alle porte di Mantova, sulle rive del Lago Superiore, che arriva agli onori della cronaca solo a cavallo della Festa de Madonnari, è scuramente un logo di grande richiamo e fatto apposta per avere un Santuario così: quella piazza grande che abbraccia chi arriva e là in fondo il porticato che accoglie i fedeli e i curiosi prima di entrare in chiesa; e poi quella stradina con le piccole case colorate una volta case dei pescatori e degli artigiani e ora locande e ristoranti, poi quella volta che porta al parco del lago con la sponda punteggiata da battelli e dai fior di loto. Tra sogno e realtà, tra silenzio e turismo, tra storia e leggenda.
E qui le storie sono di casa. La storia della chiesa con le preziose iscrizioni sul marmo ai lati dell’altare maggiore che raccontano la storia del Santuario e dei Gonzaga e poi quelle cappelle con le immagini dei santi e dei martiri e poi quella statua di San Luigi Gonzaga così di lato e così centrale.
I colleghi fiorentini non sapevano quasi dove volgere lo sguardo tanto erano ricche e numerose le suggestioni delle statue lignee e delle immagini sacre, delle pareti con gli ex voto cuori di bronzo e rosari appesi, le volte che immettono nel chiostro e la statua in fondo per la preghiera finale prima di uscire. Fede e riti, tra il sacro e il profano, leggende e storie tra il lago e il richiamo turistico. Appena dentro tutti con il naso per aria a cercare la sagoma del coccodrillo imbalsamato che penzola verso i fedeli con la sua storia che crea meraviglia e curiosità: un dono esotico, una prova di imbalsamazione e la leggenda di divoratore di uomini nelle vicine paludi.
Poi giù sul prato del lago a sentire il silenzio delle non onde e qualche motore che solca tra i fior di loto le placidissime acque di un placidissimo parco naturale tra panchine di suore e nonni. E poi ti giri verso il santuario e vedi la sagoma dell’abside e delle guglie e ti sembra di essere nel Medioevo nell’assenza di rumori e bagliori sotto il dominio unico dell’afa estiva anticipata. Magia delle Grazie che comprende sacro e profano, fedeli che affollano le messe del mattino come fosse maggio mese mariano o in prossimità della festa dell’Assunta.
Con l’unica differenza che per le strade attorno non c’è l’invasione del cotechino, tradizione di Ferragosto. Certo se lo ordini un panino al cotechino te lo vendono lo stesso perché qui le tradizioni di fede vanno a braccetto con le tradizioni popolari legate ovviamente alla tavola, alla cucina. Alle Grazie vanno assieme cerimonie liturgiche e curiosità antropologica, devozione popolare e i gusti forti della cucina anche fuori stagione come il cotechino in pieno agosto.
Un mix perfetto, si direbbe, per una politica del turismo dei borghi e dei territori, per il nuovo e vecchio turista alla ricerca di valori e sapori. Le Grazie non sono (ancora) richiamo mondiale come Venezia e Firenze ma sono sicuramene un grande patrimonio popolare. Di noi tutti che sentiamo questo luogo nel cuore, già alla prima visita.
Fabrizio Binacchi

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