
«Mi aggredisci? Io mi difendo!» Il che vuol dire: Io ti sparo! Quando parole di questa gravità vengono rese esplicite dalla leader di Fratelli d’Italia e Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in riferimento alla complessa e dolorosa vicenda del gioielliere Roggero, l’eco che producono supera di gran lunga i confini della dialettica politica contingente o della semplice provocazione elettorale. Si avverte, netta e tagliente, la sensazione di uno strappo profondo nel tessuto istituzionale del Paese. È uno strappo che suona anzitutto come un tradimento del solenne giuramento prestato sulla Costituzione repubblicana: una Carta nata dalla Resistenza che esprime un grado di civiltà, di inclusione e di tutela della dignità umana di segno diametralmente opposto al giustizialismo sommario. Reagire alla criminalità e alla cronaca nera legittimando l’uso privato delle armi sotto lo scudo della “difesa” significa rinnegare i principi fondanti di un ordinamento che mette al centro la persona e il primato della legge, sostituendo la forza del diritto con il diritto della forza.
Ciò che più inquieta in questa esternazione non è soltanto la postura ideologica visibilmente retrograda, ma l’avvilente spessore culturale che ne emerge, profondamente intriso da una matrice fascista mai del tutto superata, che puntualmente riaffiora nei momenti di forte tensione emotiva e sociale. Di fronte a vicende tragiche e polarizzanti, che richiederebbero il rispetto rigoroso della magistratura, investimenti strutturali nella sicurezza pubblica e una riflessione profonda sulla prevenzione dei reati, la massima autorità dell’esecutivo propone una pericolosa regressione da Far West. L’invito implicito all’autodifesa armata e la solidarietà a chi si fa giustizia da sé vengono sdoganati come panacea universale, trasformando la complessa gestione della legalità in un’arena in cui lo scontro individuale sostituisce la giustizia pubblica e l’autorità dello Stato.
Per comprendere appieno la portata di questo scivolamento retorico è necessario rispolverare i fondamenti stessi della filosofia politica occidentale. Il nucleo fondativo dello Stato moderno, teorizzato nel XVII secolo da Thomas Hobbes nel suo Leviatano, si basa proprio sul superamento dello “stato di natura” — quella condizione primordiale di violenza diffusa in cui vige l’arbitrio del più forte e il rischio incombente di una fine violenta. Il patto sociale nasce quando il cittadino accetta di disarmarsi, cedendo allo Stato il monopolio legittimo della forza in cambio di sicurezza, stabilità e certezza del diritto. Nel momento in cui la guida suprema delle istituzioni democratiche esalta la logica del fai-da-te armato, assistiamo a un paradosso filosofico intollerabile: è lo Stato stesso che abdica alla propria funzione regolatrice e pacificatrice, invitando il cittadino a ritornare alla giungla primordiale della ritorsione privata, legalizzando di fatto l’inefficienza e la superfluità delle proprie stesse istituzioni.
Come appaiono distanti, da questa prospettiva di scontro permanente, figure carismatiche e animate da una profonda e laica umanità come Aldo Moro o Giorgio La Pira. Statisti di rara statura che, in stagioni storiche drammatiche e insanguinate — anni in cui i neofascisti e gli estremisti giravano armati per le strade e le piazze d’Italia — seppero tradurre le istanze civili ed evangeliche in ponti di dialogo, riforme sociali e coesione nazionale. La loro azione politica non era una rincorsa agli istinti più bassi della pancia del Paese, ma uno sforzo costante per elevare la condizione umana ed eliminare la violenza attraverso la solidarietà, la cultura e il primato del diritto. Per Moro e La Pira, lo Stato aveva il dovere morale di disarmare gli animi rimuovendo le cause dell’ingiustizia e della violenza, non quello di armare le mani dei singoli esasperando la conflittualità sociale.
L’esplosione di questa violenza predatoria e la successiva deriva verso la giustizia privata, tuttavia, non nascono da un’estemporanea assenza di storia, né possono essere ridotte a una mera questione di ordine pubblico da reprimere con le armi. Esse sono figlie legittime e prevedibili di decenni di politiche neoliberiste contrassegnate da tagli lineari al welfare, dallo smantellamento progressivo del nostro sistema sanitario universalistico — che ha privato il territorio dei presidi e delle strutture di recupero — e dal definanziamento cronico della scuola pubblica a partire dai contesti più esposti. Il problema va ricercato esattamente qui, nelle precise responsabilità storiche e politiche di una classe dirigente che ha sistematicamente smesso di governare le disuguaglianze, abbandonando le comunità a gestire da sole la paura, l’insicurezza e la vulnerabilità economica.
A questa ritirata strategica del settore pubblico si salda la necessità di mettere sotto accusa il nostro attuale sistema capitalistico e consumista. Ci troviamo di fronte a un modello economico e sociale che si muove su un doppio binario profondamente perverso e alienante. Da un lato, sul piano strettamente materiale, esso è strutturalmente impegnato a generare nuove e sempre più vaste sacche di povertà e di emarginazione attraverso la speculazione sul lavoro, la precarizzazione delle esistenze, la frammentazione dei contratti e la riduzione sistematica dei diritti dei lavoratori più vulnerabili. Dall’altro, sul piano propriamente culturale, questo stesso sistema agisce bombardando costantemente le masse con l’illusione di un benessere tanto effimero quanto edonistico, attraverso la mercificazione di ogni aspetto della vita e il mito dell’affermazione personale.
Ed è precisamente in questa frattura che si compie il capolavoro retorico e mistificatorio della narrazione reazionaria del governo Meloni. La vicenda del gioielliere Roggero ne è l’esempio plastico: quando un cortocircuito socio-economico produce la devianza e la criminalità, la colpa sistemica viene interamente rimossa per essere scaricata sul singolo. Ma la mistificazione si raddoppia quando persino chi, come Roggero, scavalca lo Stato travalicando ogni limite legale per trasformarsi in un giustiziere, cessa di essere giudicato come l’autore di un reato gravissimo per venire eretto a “eroe” della difesa personale. La retorica della sicurezza e l’apologia della ritorsione armata diventano così l’oppio con cui distrarre l’elettorato dalle reali cause dell’impoverimento generale e dello smantellamento dello Stato sociale, offrendo la pistola come illusoria scorciatoia a un popolo privato di diritti e protezioni.
Ed è precisamente in questa frattura che si compie il capolavoro retorico e mistificatorio della narrazione reazionaria del governo Meloni. Quando questo cortocircuito economico produce inevitabilmente i suoi “esclusi” — coloro che, schiacciati dalla mancanza di prospettive, cadono nella rete della tossicodipendenza, della devianza o della microcriminalità — la colpa sistemica viene interamente ribaltata e scaricata sul singolo individuo. L’autore del reato cessa così di incarnare il fallimento di un intero sistema socio-economico, degradato a mero espediente per alimentare la propaganda e monetizzare la paura dei cittadini. La retorica della sicurezza e l’apologia della ritorsione armata diventano di fatto l’oppio con cui distrarre l’elettorato dalle reali cause dell’impoverimento generale e dello smantellamento dello Stato sociale, offrendo la pistola come illusoria scorciatoia a un popolo privato di diritti e protezioni.
Il cortocircuito toccato con il caso Roggero rappresenta l’esito ultimo e più paradossale di questa narrazione: persino chi scavalca lo Stato travalicando ogni limite legale per farsi giustizia da sé cessa di essere giudicato come autore di un reato gravissimo, per venire eretto dalla propaganda di governo a “eroe” e simbolo della difesa personale.
Ma i fenomeni sociali sono sempre, prima di ogni altra cosa, fenomeni di natura culturale, e di conseguenza profondamente politici, poiché la civiltà di un popolo dipende strettamente dalla visione ideale che si ha della convivenza e dello spazio comune. Un Paese non può definirsi pienamente civile se misura la propria forza dalla facilità con cui i suoi leader giustificano la ritorsione armata o si nascondono dietro lo slogan della difesa personale; si misura, al contrario, dalla capacità di prevenire il reato, di disinnescare la violenza tramite la giustizia sociale, e di mantenere saldo il principio che il giudizio appartiene allo Stato e ai tribunali, non alle armi private. Prima di recarsi alle urne, è dovere etico di ogni cittadino fare i conti con la profondità di questa deriva culturale. Una politica che abdica alla complessità, che risponde alla paura legittimando la vendetta, ha già smarrito la sua dignità democratica. E per questa visione regressiva, di fronte alla storia e alla coscienza civile del Paese, prima o poi arriverà il momento in cui dover rendere conto del proprio inesorabile fallimento.
Antonio Laraia

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