Quello che segue è il racconto Ispirato a un episodio storico e glorioso della contrada senese dell’Oca. Si tratta di un evento poco descritto dalle cronache e dalla Storia: la battaglia di Montemaggio del 1145. “Il racconto che vi propongo – scrive l’autore, Enrico Martelloni – non so giudicarlo buono o meno. Nelle mie intenzioni vuole essere un omaggio per gioco e per amore alla mia prediletta contrada elettiva”. Anche le illustrazioni sono di Martelloni. Buona lettura.
Prefazione
L’idea di scrivere un racconto su di un episodio storico e glorioso della contrada dell’Oca mi venne qualche anno fa mentre ne leggevo la storia. Mi avevano affascinato, in modo particolare, gli eventi bellici dove si era distinta. Sebbene il titolo di Nobile Contrada dell’Oca le derivi proprio dal valore ed altruismo patriottico dimostrato sul campo di battaglia, sarebbe stato impossibile per me scriverne le vicende storiche, rischiando d’essere impreciso e noioso. Di sicuro avrei lasciato addietro qualcosa d’importante che i veri storici o i lettori più attenti mi avrebbero rimproverato. Avevo in mente un racconto che lasciasse spazio alla fantasia, nel quale senza offrire troppi riferimenti storici, narrare il fascino di un tempo molto lontano. L’occasione buona era giunta osservando un evento poco descritto dalle cronache e dalla Storia: la battaglia di Montemaggio del 1145. Prendendone solo lo spunto, avevo sfruttato quel poco che ero riuscito a sapere e quel molto che non sapevo per ambientarvi la mia storia. Ho provato a costruire attorno a questa vicenda tutto quello che sentivo e immaginavo. L’immaginazione doveva essere l’unico combustibile. Un evento sconosciuto, permette d’ inventare molte cose, senza che nessuno possa fare osservazioni troppo pignole. Mi sono tuttavia accorto scrivendo, che la storia prendeva una strada improbabile, sospesa in un periodo impreciso. Federico, ad esempio, non era imperatore nel 1145, né lo era Corrado III Hohenstaufen (1093 – 1152), che aveva continuato a fregiarsi del titolo di “Re dei Romani” fino alla morte e Siena non era guelfa. La battaglia di Montemaggio non era più necessariamente quella da dove ero partito ma poteva benissimo esserne una indefinita nell’età comunale del basso Medioevo.
Il racconto che vi propongo non so giudicarlo buono o meno, nelle mie intenzioni vuole essere un omaggio per gioco e per amore alla mia prediletta contrada elettiva. Perdonate perciò la sua insipienza e la mia.
Parte prima
“ La pioggia di Maggio…” pensò Alice, aveva rinfrescato l’aria e ripulito i campi di grano illuminati dal sole. Le nubi grigie, bluastre, ora lontane, arroccate l’un’ l’altra, sovrastavano la terra bruna e umida al giallo del frumento quasi maturo. Molte volte lo aveva visto crescere, circondare la quercia al colmo della collina, mietere, e poi stipare nei granai della repubblica. Distante, l’eco dei tuoni che accompagnava via il temporale, le ricordava giorni lontani come i tamburi di un esercito sfinito: era il tempo della guerra contro l’imperatore Federico, era l’età dei petali di rosa, del fragrante profumo che il soffio lieve dell’ amore scioglieva nelle notti delle giovani spose. Ghirlande, nei giorni di festa, cingevano sul suo carnato chiaro i capelli castani, le labbra di colore rosso acceso. Aveva occhi scuri e profondi. Alice scostò dal suo pensiero quel ricordo, così come lo sguardo dall’orizzonte. Si sentì paga, scosse un attimo il vestito sistemandone le pieghe, poi chiamò sua nipote. “Fiammetta! Presto, è ora di andare a messa” “Nonna..!” cinguettò la piccola, che in corsa le si gettò in grembo ad abbracciarla attorno all’ampia gonna. Dalla finestra più alta di Fontebranda, Siena splendeva nella limpida luce del giorno. Scesero subito da basso, la chiave serrò dietro di loro la robusta porta di legno che dava su di un cortile interno dell’edificio rispetto alla strada. Attente a non bagnarsi dallo scroscio dell’acqua dei tetti, ripararono leste in chiesa passando per l’incrociata dopo un tragitto non troppo lungo. La chiesa era buia, fredda, male illuminata dai raggi del sole che a fatica penetravano dalle monofore romaniche poste sulle pareti e sull’abside. Riuniti a piccoli gruppi sparsi qua e là, i fedeli attendevano che la messa cominciasse. Sulla sinistra alcune religiose pregavano. “Nonna…” disse Fiammetta con un filo di voce, un po’ annoiata nell’attesa della funzione religiosa” Ma… quella volta che il nonno… Mi racconti, il nonno e la guerra?” “ Zitta…” protestò qualcuno “ Silenzio… sta arrivando Fra Simone…”. Simone era un frate dalle ampie spalle, la barba brizzolata e le braccia possenti, il cuore grande e disinteressato nel fare del bene. Raramente tornava a Siena. Quelle volte, lo faceva per fare visita a sua madre e alla sorella. Officiava una messa la mattina nella chiesetta presso l’Oca, salutava i vecchi amici e i bambini per strada che lo conoscevano di fama e gli si facevano intorno festanti quando lo incontravano. Erano rimasti pochi quelli che avevano combattuto sul “ponte”, gli anni ne avevano portati via parecchi. Di quell’ episodio di guerra, quelli che ancora erano vivi ne parlavano poco volentieri apertamente. Restava qualcosa di profondo dentro di loro, da non rievocare per vanto. Più con lo sguardo vivo e fiero, che con le parole, se capitava, poi passavano ad altro. Simone non mancava, prima di partire per il suo pellegrinaggio, di passare per l’ ospedale a portare conforto e una preghiera a chi soffriva e ai moribondi. Quella mattina, per qualche ragione, la messa, che terminò con l’Amen, si prolungò più del solito; e quando Alice e Fiammetta uscirono di chiesa, della pioggia non era rimasta che qualche traccia nell’aria. Rientrate in casa, la piccola non si era dimenticata della sua richiesta e insistette perché nonna le raccontasse la battaglia del “ponte” del grande zio Simone, assieme a suo nonno e al cugino Bartolo. Seduta su di un cuscino di velluto sulla panca a fianco al davanzale, Fiammetta aspettava il racconto della nonna con trepidazione, agitando i piedini su e giù, silenziosa, con lo sguardo esplicito puntato su di lei. Alice non si fece attendere molto, prese in mano il ricamo, si aggiustò a sedere e con la medesima sicurezza ed agilità con la quale lavorava, cominciò a raccontare.
Parte seconda
In città non si parlava d’altro che dell’imminente guerra contro Re Federico. Nelle taverne, nelle bettole, come nei palazzi dei signori, nelle piazze, nei mercati, nelle case. Barbarossa era sceso in Italia forte di un poderoso esercito deciso a ristabilire il suo prestigio. I Comuni del nord e dell’Italia centrale lo preoccupavano. Cominciavano ad avere autonomia dal Sacro Romano Impero come dei veri Stati indipendenti. La nostra potenza era manifesta, per i floridi traffici, i prestiti dei banchieri, ricchi, influenti negli affari come nella politica. L’industrioso popolo di Siena, le sue arti e corporazioni, gli uomini più facoltosi ed il popolo minuto, tutti, pii e devoti, avevano dinanzi a Dio, a sua maggior gloria, benignamente grati al Cristo nostro Signore e alla Vergine, innalzato magnifiche cattedrali, palazzi, e commissionato a grandi artisti, preziose opere ed affreschi che celebravano, come ancor oggi, la grandezza di Siena. Oltre alla devozione, chiunque poteva vedere nella cinta di mura, più ampia ed inespugnabile, la nostra forza. Altrettanto, valeva per molte città a noi amiche, o avverse per interessi e politica, le quali desideravano maggiore libertà dall’imperatore. Ora, al tempo dei fiori d’ulivo, quando questi si apprestano all’allegamento, questo accadde. Come molte altre volte, Simone si trovava alla taverna della Rosa. Era sostegno della famiglia ma quello che diceva, quando faceva baldoria, non era vero la metà. Tutti sapevano che quando cominciava a bere, uscivano dalla sua bocca parole a sproposito. Tra gli amici, ebbro e di buon umore, arringò i suoi “Ascolta bene Taddeo amico mio, non sopporto tutta questa enfasi e agitazione per la guerra…Gli venga un tiro secco chi la cerca!” “ Giusto!…” risposero e risero tutti .“ Io voglio il dado, il vino buono e all’occorrenza …sai…Vecchio mio! “ ammiccò Simone.” Sì. Taddeo… In questo loco nulla m’importa: onore…e coraggio…l’avrò, ma domani. Quando sono qui, io mi sbraco e di rapinar mio padre m’ingegno, spilorcio com’è! Per venire, finché sono pago. Qui io mi conforto, mio buon amico…Ancora un lancio…” “ Più prudenza Simone… se ci sono gli uomini del…” interruppe suo fratello Luca.”. Appunto…se! Ma qui non ce ne sono. Al bargello sono tutti impegnati a fare altro e qui delatori non ne vedo: sono tutti amici!… Ecco il mio lancio” Qualcuno dall’altra parte della taverna urlò “Di nuovo Poeta!… dacci qualche strofa allegra, tieni su il nostro morale fino a domattina, fai qualcosa per Dio! Agli uomini piace sentire i tuoi sonetti sui balordi, gli storpi e i bordelli. Scaldaci con il buon umore e la risata grassa, che il vino farà la sua parte nelle nostre pance. Ci siamo rifugiati in questa taverna, perché fuori è un tempo da lupi, mai visto di questi giorni in questo periodo dell’anno.” “Sarà un presagio questo temporale…” Disse l’ostessa, mentre rassettava un tavolo per un nuovo cliente appena arrivato e umido fino alle ossa. Luca fece una smorfia. In silenzio sorrise, gingillandosi con le briciole di pane. “ Pare” – soggiunse – “che la tempesta scombini e strapazzi con birba violenta e inaudita tutte le cose che incontra come se protestasse per qualcosa, chissà poi con quali pretese.” La taverna era in quel momento viva, piena di gente. Tutti commentavano gli eventi e le ultime di quei giorni. Simone, Taddeo e Luca passarono quella notte assieme, l’ultima prima di partire l’indomani con l’esercito per la guerra. Con loro c’era anche Bartolo, cugino di Simone e Luca e del gruppetto era il più piccolo. Dalla sua giovane barba non dimostrava più di sedici anni. In famiglia lo amavano, era un bel ragazzo, sereno d’animo, con una rara virtù: sapeva per simpatia conquistare chiunque avesse a fare con lui. Non faceva pesar nulla, generoso e pieno di coraggio – dote questa ultima comune a tutti quelli che combattevano e combattono sotto la nostra insegna. Un’Oca bianca in campo verde, l’Oca del Campidoglio che chiama alle armi! Per Bartolo, quella era la prima o la seconda volta che andava con i cugini alla taverna dove gli uomini facevano sovente tardi la sera. La poca luce schiariva dalla penombra le facce e i corpi degli ospiti seduti ai tavoli della “Rosa”. Il fuoco delle torce oscillava nell’ampia stanza di ristoro, rendendo grottesche le espressioni dei volti anche ad un osservatore poco attento. Le gote, le pieghe della fronte increspate ed unte di questi sbruffoni, tentavano di tenere in un angolo dei loro cuori il pensiero del prossimo scontro col nemico. Era tardi e di molto, quella notte. L’oste e la moglie, padroni della bettola, ben attenti a che tutto non oltrepassasse di troppo il limite della legge, con un occhio alle loro borse e uno a quelle degli altri, si erano decisi a chiudere.”Ora via buona gente, baldoria fatela a casa vostra, se ve la fanno fare.” Scandì con chiara quanto decisa voce il padrone, cominciando a serrare gli usci e gli scuretti.” Fori… ho detto….ite, Messer Simone, portate il vostro didietro e quelle dei vostri compari lontano di qui. E’ molto tardi ed io non voglio multe, anche se stanotte dubito che qualcuno possa farne” Era così buio che nessuno dei quattro, uscendo, capì nulla di dove stavano andando a parare i loro piedi. Nella piazzetta si separarono i modo un po’ confuso e comico. Simone accompagnò Bartolo, Taddeo passò non si sa dove per rientrare a casa e poco prima che facesse giorno girava ancora per la città. Luca…Beh, Luca cercò di entrare in casa “ Questa è l’ora di rientrare, falso tradito!” Gli urlai secco sull’uscio. “heee!” fece sobbalzando spaventato” “Sono stato tra amici…Amore, ti tradii forse?” “Luca, non mi far venir meno…” Gridai arrabbiata “Fallai..? Puzzo di vino?” Mi rispose con quella faccia da ceffoni “Vuoi che muoia amor…” “magari!” “ed io morrò!”. Di cosa potevo rimproverarlo ancora…. “Vieni qua sciabordito che terrò te con tutti i tuoi guai.”. Di quel che rimase della notte, bastò al tempo per spazzar via le stelle, come alle mani le briciole dal tavolo. Trascorse un’ora, per me come un secolo, gioia e consolazione della mia vita non che il suo frutto.
Parte terza
Alle Fonti, prima di arrivare nella piazza d’arme dove i preparativi della compagnia militare erano in pieno svolgimento quella mattina, il Bargello attese Simone, che a grandi passi assieme agli altri tre suoi compari, scendeva dai Tintori. “Buongiorno, Simone vedo che vai di fretta, ma devo farti alcune domande” “Sicuro Bargello, sono qui, parla.”. “Loro possono proseguire se vogliono…” aggiunse il birro “a dopo ragazzi, ci vediamo ai macelli ad aiutare Lapo per caricare le vettovaglie!”. Scostandosi dal muro, il Bargello proseguì a parlare. “ La padrona della Taverna dove eri ieri sera con i tuoi amici ci ha chiamato questa mattina. Si è lamentata di aver ricevuto in pagamento monete false. Io so che te e gli altri, siete di specchiata onestà e non dubito di voi, ma sai quello che succede ai bricconi che fanno circolare moneta falsa. La donna era un po’ confusa e spaventata, non ha idea di chi glieli ha rifilato quei denari. Questa domanda non l’ho fatta soltanto a te, ma a tutti quelli che ieri sera sono passati per la taverna e di cui la brava donna ricordava il nome.”. “Finora hai scoperto qualcosa?” “Uhm… poco o nulla. Credevo, Simone, che te più di altri potessi aiutarmi. Questa guerra frena le mie ricerche, anch’io sarò della partita da domani.”. “ Non ho badato molto, ma mi parevano i soliti frequentatori, forse qualche nuovo avventore era in disparte e non ho.”. “Bene, se sai qualcosa, vieni a trovarmi, a presto Simone.”. “ Se saprò ti cercherò.”. La piazza d’arme era piena di voci dei soldati impegnati nei preparativi. I maniscalchi erano alle prese con le armi. Cavalli, ronzini, bovi pazientemente si facevano governare e strigliare. Chi correva da una parte, chi controllava certe cose dall’altra, chi preparava i carri. Simone si era ritrovato con Luca, brillante ed esperto nella fionda e nella spada, per sistemare assieme le armi e i palvesi. Bartolo e Taddeo erano con Lapo a preparare le insegne militari della compagnia. Tutto il giorno era passato a quel modo. La sera il pasto era stato consumato su tavolacci occasionali assieme a tutti gli uomini della compagnia, dai maggiorenti ai ragazzi di servizio. Ormai erano pronti per partire la mattina dopo. Nessuno rientrò a casa. Dormirono presso le bestie, chi tra il fieno, chi nelle tende da campagna. L’alba era vicina e il silenzio della notte rotto dal gorgoglio delle acque di Fontebranda. Al mattino, la grande messa officiata fuori le mura di Siena dal vescovo benedicente a tutte le truppe dell’esercito senese, seguì la parata tra la folla festante. Si poteva immaginare come, chi restava in città, volesse salutare i suoi cari. Le donne gettarono fiori e petali accompagnandoli a gridi e gesti d’augurio, a canti e a lacrime commosse. Le compagnie sfilarono fitte sotto i tetti dei rioni con tutti i loro vessilli ed armature. Luca, Taddeo, Simone e Bartolo passarono davanti a tutti noi che li aspettavamo alle finestre o ai piedi dell’uscio di casa. Erano lucidi e belli nelle loro armature. Simone, con quella barba arruffata, parava tutti gli altri, grande come un orso, fiero come gli ocaioli sanno essere. Luca spiccava tra i militari della compagnia di San Pellegrino per la sua altezza e un po’ per il suo modo sbruffone di affrontare le cose serie; ma era bello. Taddeo portava anche l’elmo, era forte e astuto nel creare trabocchetti ai nemici. Aveva già combattuto altre volte e le ferite riportate in battaglia non gli avevano fatto passare la voglia di lottare. Il più tenero pareva Bartolo, al suo primo incontro con la guerra. Da non molto tempo s’era fatto uomo, ormai adatto per combattere. Smaniava per questa prova della vita. Pareva un po’ buffo con quel passo da soldato. Uscirono dalla cinta con un gran fracasso di rulli di tamburi. Tutte le compagnie militari di Siena si erano riunite assieme e forti partirono, finché tutto si era fatto silenzio attorno a noi.
Parte 4
Il segnale di tregua giunse poco prima del tramonto per raccogliere i feriti, fare il computo delle perdite, stabilire l’incerta sorte della guerra. La battaglia cessò e d’un tratto la terra smise di tremare, i fendenti delle spade di colpire, le frecce e i dardi di piovere dalle nere e luttuose nubi. Sul campo, solo corpi maciullati. Le ossa di questi fracassate, gli occhi fuori delle orbite, tutti inzaccherati, cadaveri e feriti, uomini e bestie, tra sangue e terra, che a quella terra presto tornavano, o per averla difesa, o per aver tentato di conquistarla. Già che, chi era morto o stava per farlo e restituire l’anima all’Altissimo, aveva combattuto con furibonda violenza e valore. In quel momento, solo il canto di una preghiera e la pietà ponevano consolazione a quei disgraziati ed alleviavano il dolore di quella orrida vista. Dietro gli alberi, il tramonto era esangue. Lentamente la terra respirava, del suo fetido alito; uno strato sottile di nebbia, fin poco sopra i corpi dei caduti si era alzato ed esteso all’ultimo diafano chiarore.
La notte, finalmente. La notte, che porta con sé, per primo compenso, il riposo. Ristoro di chi, nel giusto, o nell’errore aveva combattuto. Sul campo, le ombre di uomini randagi in cerca dei feriti. “Zitto, trattieni il respiro e…” “Qualcuno ci sta passando vicino…” Disse a voce bassa una prima ombra, la più tozza delle due, nascoste dietro un carro. “…Fingiti morto…” Poi di nuovo “Sfila l’anello, io gli svuoto le tasche, quei denari non gli servono più.”. “Sai cosa gli fanno a quelli che rubano come noi…” Rispose il compare. “Silenzio…passa gente…resta fermo…sdraiati” “Giù!” e si stesero sul punto stesso dove erano, senza guardare, quel che avevano sotto i loro piedi, finché non passarono altri uomini che con le torce in pugno badavano a riconoscere i caduti. “Mi sta fissando! Mi guarda fisso con gli occhi sbarrati. Io… sono pazzo, pazzo a stare qui sdraiato…Le mie labbra sulla sua gota gelida. Voglio fuggire. Via, via da questo cimitero!” Gridò soffocando il suo disgusto. “Ne bacerei cento, se potessi farmi le tasche piene” – beffarda ghignò la prima ombra “Che cosa vuoi che ti facciano, sono morti stecchiti. Metterei anche la notte nel mio sacco se le tasche di questi fossero state fitte di fiorini e preziosi, come astri del cielo e domani mattina prenderei il largo, via, lontano da qui. Continua a fare il tuo mestiere, lesto.”
Simone era in cerca di suo cugino Bartolo. Nel furore della battaglia si erano persi di vista, forse al ponte, forse più in là. Dal colmo della collina, si sarebbero potute vedere in lontananza delle fiammelle girare senza tregua, senza un apparente motivo, come lucciole in fondo ad un prato, o fochi fatui perduti in fondo a quella terra. Bartolo non era rientrato tra le file della compagnia di San Pellegrino e Sant’Antonio e quasi di sicuro era caduto. Questa era l’idea di Simone. La paura di averlo perso si mescolava con la speranza di vederlo vivo. L’incertezza gli aveva reso nuove energie. Quel ragazzo forse era lì, steso, magari solo ferito, a volte poteva capitare. Pensava: un colpo più leggero lo aveva tramortito ed era scivolato sotto quel groviglio di corpi inanimati. Sarebbe stato un bene, avrebbe evitato tutta quella carneficina. La compagnia militare aveva retto bene all’urto dell’assalto ghibellino. Tutti avevano combattuto con coraggio, senza rischiare oltre a quello che era possibile. Avevano tenuto le consegne, difeso quel ponte e dimostrato il valore guerriero del loro generoso popolo all’ammirazione di tutto l’esercito senese e dei suoi maggiorenti. Simone era stato un eroe e non lo sapeva, non gli sarebbe interessato per nulla, almeno fintanto che non avesse avuto la certezza che il suo giovane cugino era ancora vivo. In ginocchio dopo aver cercato ancora tra i tanti soldati, cadde sfinito in mezzo a loro in un profondo sonno.
Parte 5
Al mattino l’ allodola del bosco annunciò il giorno nel silenzio profondo del campo di battaglia. Simone si risvegliò di soprassalto, in piedi dal dolore. Un corvo gli aveva con un colpo del becco aperto la ferita del braccio ricevuta nello scontro del giorno prima. Si guardò in torno. Lo sguardo oltrepassò il campo fino alle cime dei bruni alberi lontani e spioventi, immersi nell’aurora brumosa. Non un alito di vento. Si guardò intorno confuso. Poi, riprese la sua ricerca. Un ragazzo che pareva addormentato, prono e la testa sporca di fango, era pochi metri più in là. “Luca!” intuì, e corse per pochi passi lasciandosi cadere davanti a lui. Credo, sia difficile spiegarti, mio piccolo passerotto, cosa Simone provò in quell’istante. Mi smarrisco ora in un deliquio…Vorrei qualcuno fosse qui e, paziente, ascoltato le mie parole, venisse in mio soccorso per quello che ancora provo raccontando, dopo tanti anni, questa storia giunta al suo termine. Qualcuno di voi, gentili signori, potesse sostenermi, e con tutto il vostro cuore, là dove è più tenero e intimo. Capire…. Sentire…. Quel calore che precede lo strazio, che inonda le vene e ferma il respiro in gola fino a soffocare il pianto che più non può riscaldare il volto di fratello e d’uomo tanto amato. Posava il capo sopra una zolla, un guanciale d’erba bagnata dalla guazza. Piccoli e preziosi cristalli di rugiada gli ornavano il capo con i riflessi del sole mattutino. Nessun dolore pareva avesse provato. Era sereno, così mi dissero. Una profonda ferita lo aveva trafitto in battaglia. Sopra quella zolla pareva si fosse rifugiato, come i bambini che nel freddo del loro letto, si stringono alle coperte ed hanno il capo al petto chino. Il conforto del sonno, del sommo sonno dei misteri, dove nessuno sa dove e attraverso quali sogni ci accompagni. Simone raccolse il corpo di Luca e lo strinse a se fino al campo militare, dove l’araldo lesse la lista dei caduti dell’una e l’altra parte, com’era d’uso partendo dai nobili fino ai soldati semplici senza nome. Siena era salva!
L’esercito tornò a casa. Molto prima, però, che ebbero raggiunto l’ultimo tratto di strada di fronte a Siena, una voce richiamò l’attenzione di Simone. “Salve Birro!” rispose, quando s’accorse chi era. “ C’incontriamo di nuovo” “Sorpreso? Io ho fatto la mia parte, nella compagnia della Vipera, ho perduto molti amici. La gioia della vittoria fa a pugni col dolore. Quasi gli strapperebbe dalle braccia con le unghie, quei bravi ragazzi che la morte si è preso. Sebbene io sia uomo fatto da tempo, amico mio, non mi so rassegnare.”. “Neppure io. Ho perduto un fratello, Bargello. Luca.” “ Hai molte ragioni …” “Non so” Proseguì Simone con voce più grave. “Tanti altri che conoscevo sono morti…Io non so più per chi piango.”. Guarda là. Non certo per loro!” esclamò il birro indicando la collina dove due scure figure pendevano dall’albero degli impiccati. “ Gli abbiamo scoperti. Erano disertori, erano i falsari che cercavamo. Li abbiamo trovati questa mattina presto con le tasche piene d’anelli e monete rubati hai morti. Li ho riconosciuti, si erano aggregati all’esercito e stavano fuggendo protetti dal buio. Avevano molti fiorini d’oro come quelli lasciati sul banco della taverna. Sulla stadera il loro peso gli ha traditi. Uno si chiamava Ildebrandino, l’altro Guido, ma hanno confessato.”. “Tornate tra i vostri, messer Simone. Presto rivedremo le mura di Siena. Arrivederci”.
L’attesa per noi che aspettiamo, è il fardello da sopportare, è il nostro nemico, la battaglia che più logora. Alimenta le speranze, illude, si fa caritatevole, poi cadi più volte e più volte ti rialzi, ma è dura….Nel volgere di un attimo dai poggi come tuoni, tamburi di vittoria o nera tempesta. Si aspetta con ansia il ritorno e più forte è il rombo dei tamburi, più cresce l’attesa. Taddeo e Bartolo, seguivano la salma del padre di mia figlia che non conobbe e che per me, in vita, fu la vita.
Mi bastò guardare i miei ragazzi appena fuori Porta per capire. Io chiusi gli occhi per un attimo infinito e ciò bastò a serrare il mio cuore per un furto ingiusto, iniquo che mi trafisse. Volli vederlo e baciarlo, ma le lagrime a quel punto non furono più capaci a resistere ed ampie scesero sul suo bel volto. Di quel pianto Fiammetta non s’accorse. S’era addormentata poco prima. Molte volte Alice aveva rievocato quei ricordi ed ora che il suo viso era segnato dal tempo, provava la stessa emozione. Lasciò un altro sguardo al campo di grano lontano e alla vigorosa quercia. La gioia del passato fa parte del dolore del presente e della consolazione che le siede accanto: forte, feconda, non solo per se, ma per Siena e l’amata contrada dell’Oca.
– FINE –

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