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La percezione della crisi è diversa tra ricchi e poveri

Deve far pensare, il divario che si riscontra tra i sondaggi popolari che continuano a premiare il nuovo potere e le critiche unanimi e sprezzanti di quelle che i populisti, a loro volta sprezzanti, definiscono èlites.

di Beppe Facchetti | 24 Settembre 2018

Il governo dei vicepresidenti ha ragione a denunciare di essere osteggiato dalla quasi totalità dei giornali, degli editorialisti, degli economisti.  Fanno eccezione solo le tv, che continuano, per ragioni di audience, ad accettare la condizione di ospitare Di Maio senza contraddittori politici. Ma, nell’insieme, è impressionante, e deve far pensare, il divario che si riscontra tra i sondaggi popolari che continuano a premiare il nuovo potere e le critiche unanimi e sprezzanti di quelle che i populisti, a loro volta sprezzanti, definiscono èlites.

Spesso sono molto radicali, sulla scia di quanto scrisse Angelo Panebianco quando cadde la prima ipotesi di presidenza Conte: “meno male, perché questi, in sei mesi, avrebbero prosciugato il risparmio degli italiani!”.  Recentemente Antonio Polito ha accusato i due partiti di sognare il ritorno al bel mondo antico, quello dello Stato padrone e paternalista. Il mondo insomma delle partecipazioni statali, della “compagnia di bandiera”, del servizio militare a fini educativi, delle frontiere, della svalutazione della lira, del livellamento di stipendi e pensioni, del protezionismo. Critica bruciante, per i cantori del cambiamento.

Ciò non toglie che le cosiddette èlites – e l’opposizione che con esse spesso coincide – debbono fare qualche riflessione in più sul tipo di messaggio da diffondere.

Non basta la pur sacrosanta denuncia del grave rischio dei conti pubblici per l’idea di preferire i sussidi alla libertà d’impresa e la concorrenza, o portare la pensione minima allo stesso livello di chi 780 euro se li è sudati con decenni di contributi e potrebbe chiedersi perché mai lo ha fatto.

Non serve però a molto, per indurre l’opinione pubblica al realismo, mandare messaggi terrificanti sullo sconquasso finanziario e sui rischi del risparmio. Chi risparmi non ne ha, e sono milioni di persone, non solo non si preoccupa, ma quasi quasi, in tempi di invidia sociale, si compiace.  Se i sussiegosi esperti dicono che le cose andranno male, questo ampio strato popolare preferisce premiare chi fa la voce grossa con l’Europa, anche solo la voce, e proclami contro i clandestini. Questi ultimi mica girano per Montenapoleone o ai Parioli, dove i 5Stelle prendono infatti pochi voti. Girano nelle periferie, nei quartieri degradati, e provocano una guerra tra poveri, altro che destra e sinistra.

E a proposito di risparmi in fumo, un recente studio del Fondo Monetario Internazionale ha fornito dei dati che danno un’idea di cosa succederebbe in caso di crisi.

Lo studio fotografa un’Italia privata diseguale ma molto ricca, che possiede circa 9000 miliardi, di cui 4000 investiti in titoli e azioni, alla faccia di una spesa dello Stato che vale 800, e calcola che mediamente, in caso di scenari negativi, il 10% più ricco perderebbe 8183 euro, cioè il 5,6% del suo patrimonio finanziario, cifra corrispondente però a zero per i tantissimi che hanno al massimo pochi euro nel salvadanaio.

Calcoli che a noi sembrano molto prudenziali, perché l’uscita dall’euro da sola si mangerebbe il 30%, altro che il 5%, ma il punto da segnalare è un altro, e cioè che chi non ha da parte nulla può pensare di non perdere nulla.

E qui c’è la sostanza del ragionamento. Più che evocare disastri che si pensa tocchino solo i ricchi, bisognerebbe sottolineare le ricadute che riguardano i poveri, e ancor più quelli che vogliono salire sull’ascensore, cercando un buon lavoro o ottenendo un buon mutuo per farsi la casa. I ricchi qualche modo per difendersi, in casa o all’estero, lo trovano, ma almeno quella fascia che giustamente vuol crescere verso il benessere anche morale, bisogna almeno avvisarla. Lo spread non è un vezzo per professori: sono miliardi in più da pagare solo per un tweet irresponsabile (sta accadendo), e il debito che cresce toglie ossigeno a chi cerca un mutuo, posti di lavoro, potere d’acquisto. Non c’è proprio niente di cui compiacersi se la Borsa va male (“tanto non ho un’azione”…), se si mettono dazi, se l’occupazione si ferma, se la produzione industriale cala per la prima volta dell’1,8% e riparte la stagnazione. La questione riguarda tutti, non solo i lettori di Panebianco.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: borsa, conti, conti pubblici, crisi, euro, fini, giornali, governo, lavoro, lira, mondo, pensione, pensioni, percezione, persone, posti di lavoro, produzione industriale, professori, radicali, ricchi e poveri, sussidi

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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