Il pasticcio delle liste e, addirittura, dei candidati presidenti regionali, sub iudice in varie regioni di Italia è ancora una volta una metafora esatta delle condizioni del nostro Paese e dell’effetto devastante di una classe politica imposta col golpe mediatico-giudiziario dei primi anni ’90.
Da quando si è trovata inopinatamente al potere, questa classe politica invece di riscattarsi rendendosi autonoma dai poteri che l’avevano imposta agli Italiani, ha pensato esclusivamente alla propria autoconservazione soprattutto tramite una serie di leggi elettorali: pensate per favorire l’esistente (non importa se momentaneamente al governo o all’opposizione) e rendere pressochè impossibile qualsiasi novità.
Per fare comprendere meglio cosa intendo dire, devo affliggere i lettori con il brevissimo racconto di una esperienza condivisa con gli amici del Gruppo dei Centouno allorchè, cinque anni fa, pensammo di presentarci alle elezioni in Toscana per tentare di scalfire l’opprimente cappa di complicità fra centrosinistra e centrodestra che aveva appena portato a varare una legge elettorale liberticida: prevedeva fra l’altro, l’abolizione del voto di preferenza poi trionfalmente ripresa a livello nazionale dal governo Berlusconi (non a caso, in Toscana, per questa legge si era impegnato allo spasimo l’attuale coordinatore del PDL Denis Verdini, superato nel suo entusiasmo solo dagli esponenti di AN).
Dunque, decidemmo assieme al Nuovo PSI e ad alcune liste civiche di creare un raggruppamento autonomo con un suo candidato Presidente. L’operazione era temeraria e a costo zero, perciò la casa di chi scrive divenne la base operativa, delle riunioni, delle trattative, delle elaborazioni di programma e quanto altro necessario. Dopodichè l’esperienza fu caratterizzata dai seguenti straordinari e/o prevedibili eventi:
1- i radicali, sempre pronti a colpevolizzare laici e socialisti che non si arruolano nelle loro iniziative, col cappero che ci vollero stare o dare una mano;
2- secondo tradizione dello sbulonatissimo mondo laico-socialista, nel soggiorno e nella sala da pranzo (spesso era necessario perché la passione politica per tutti veniva dopo il lavoro) si infiltrarono un paio di bontemponi, fabbricanti di partiti liberali in serie. Ad un certo punto sparirono ed andarono alla Camera di Commercio a registrare simbolo e denominazione che erano stati il frutto delle nostre febbrili riunioni e dell’opera di disinteressati grafici nostri amici;
3- i suddetti bontemponi, mentre noi lavoravamo a raccogliere firme, andarono da un giudice e ottennero, “inaudita altera parte”, che era quella che aveva sgobbato, un provvedimento che ci inibiva l’uso del simbolo e del nome che con tanta fatica e con la benevolenza disinteressata e generosa di amici nostri avevamo realizzato;
4- tale provvedimento, ex art. 700 cpc, portò a dichiarare escluse la candidatura a Presidente e le liste provinciali;
5- il nostro ricorso portò alla riammissione a condizione di cambiare simbolo e nome;
6- presso qualche tribunale si insistè a considerare esclusa la lista dei candidati da noi presentata in quella provincia;
7- la Corte d’Appello di Firenze fece riammettere quelle liste mentre qualche tribunale insisteva per l’esclusione a livello provinciale nonostante la riammissione a livello regionale. Incredibile, ma riuscimmo a venirne a capo;
8- parallelamente non meno accidentato era il percorso per la raccolta ed autenticazione delle firme. AN, preoccupata della lista della Mussolini aveva dato inizio ad un fuoco di sbarramento preventivo mettendo in dubbio la capacità di raccogliere regolarmente un numero sufficiente di firme autenticate;
9- fu il segnale: in varie province della Toscana si moltiplicarono denunce ed indagini dei magistrati;
10- a Firenze un episodio fece scalpore: le firme per la lista Mussolini risultarono autenticate, tutte lo stesso giorno, da un assessore provinciale DS;
11- nel loro piccolo, anche allora, le pagine locali dei giornali si riempirono di titoli costruiti come oggi su due parole: caos liste;
12- mentre ancora era in corso la raccolta delle firme, magistrati di varie province preannunciavano indagini, prima ancora di conoscere notizie di reati;
13- addirittura qualche magistrato dichiarò ai giornali che sarebbero state passate al setaccio le firme dei partiti più piccoli ‘perché per questi, verosimilmente, la raccolta delle firme era più diffficile;
14- un congruo numero di agenti e carabinieri furono distaccati a telefonare a tappeto ai sottoscrittori delle liste, appunto, più piccole;
15- le nostre liste furono presentate in tutte le province salvo Grosseto: non ho mai capito se per faida interna al nuovo PSI o per effetto di quanto sopra descritto;
16- prendemmo, nonostante questa defezione, il percorso accidentato, il clima minatorio determinatosi, una campagna a costo 0, l’1,4%. Restammo delusi perché ancora non avevamo visto le performances di partiti storici con rappresentanze in parlamento e nelle istituzioni locali e con finanziamento pubblico;
17- si seppe poi che le sanzioni per le irregolarità riscontrate (non so se poche o molte) erano poco più che uno scappellotto ai reprobi.
L’ho fatta un po’ lunga ma serviva per illustrare i meccanismi che si mettono in moto prima che cominci la campagna elettorale vera e propria a norma di legge. Ed anche per fare capire che in tali frangenti viene alla luce tutto il peggio ma anche il meglio che riesce ad esprimere il Paese: pochi e derellitti, tartassati e osteggiati, avemmo tuttavia udienza e fummo riammessi.
Nei casi che occupano le cronache di questi giorni l’esperienza che ho descritto permette di capire alcune cose.
Primo: i grandi partiti credevano che gli ostacoli fatti valere per i piccoli per loro fossero alla fin fine solo nominali e fittizi.
Secondo: mentre i piccoli partiti si concentrano, necessariamente, nell’immane impresa di essere presenti, i grossi giocano un’altra partita: quella della spartizione del bottino, comunque assicurato.
Terzo: a Roma, per la presentazione della lista PDL si è giocata questa partita. Ovviamente non c’eravamo, ma se le cose hanno una logica, le dispute interne al PDL si sono trascinate fino alle stanze ove dovevano essere depositate le candidature. Con le fazioni che mantenevano come deterrente la mancata sottoscrizione da parte delle persone delegate alla presentazione delle liste. Probabilmente, fino all’ultimo, nessuno voleva cedere ed è successo il patatrac.
Ecco: ora il PDL si appella al sacro diritto della libertà di scelta degli elettori. Gli avversari rispondono reclamando l’altrettanto sacro dovere di rispettare le regole. Noi, che diffidiamo di entrambi non invochiamo niente. Sappiamo però che il momento di cambiare regole astruse è questo. Se ci si limitasse o a riammettere pretestuosamente gli esclusi, o a garantire facili vittorie a tavolino, si consentirebbe ad una squadra di segnare un punto. Ma le elezioni in Italia continuerebbero ad essere, comunque, una partita truccata.
Nicola Cariglia

Italia, di dolore ostello.
Questo mese di marzo dell’anno 2010 è iniziato con due episodi, relativi alle prossime elezioni regionali, che la dicono lunga sul clima al quale veniamo sottoposti noi cittadini. Quelli che, come me, amano leggere i quotidiani, ascoltare i telegiornali e guardare un buon film dopo una faticosa giornata di lavoro se ancora attivi, oppure in famiglia ed in palestra se in pensione, quasi se lo aspettavano che gli attuali protagonisti in politica arrivassero a tanto. A Milano e a Roma la lotta per il potere ha varcato i limiti del fair play e le cose si sono ulteriormente complicate. Che siano stati i militanti radicali, o il pressapochismo degli incaricati alla redazione degli elenchi di accompagnamento alle candidature, oppure la severissima matita rosso blu di qualche solerte cancelliere, fatto sta che la prossima tornata elettorale di fine mese sarà nettamente avulsa dal vero consenso elettorale. Il mese di marzo, in natura, segna l’importante passaggio stagionale dai rigori dell’inverno alla mitezza della primavera, risvegliando flora e fauna dal soporifero letargo.
Se, molto tempo fa, esistevano codici d’onore e regole cavalleresche, oggi l’onore e la credibilità non giocano più alcun ruolo. L’inganno, la bugia, lo sgambetto, la maldicenza e lo sberleffo sono le armi con cui si combattono gli avversari politici e, in un’arena priva di concetti ideali, si giocano le più brutte partite, senza regole e con arbitraggi settari. Sembra quasi che il saggio detto toscano, immortalato dal simpatico volto del compianto asso fiorentino del ciclismo Gino Bartali: “ L’è tutto sbagliato! L’è tutto da rifare!” negli anni ’60 del secolo scorso, faccia da parola d’ordine nella gran parte dei mezzi d’informazione nazionale.
La voglia del revisionismo infervora i campioni del politichese e del politicante. La prima repubblica italiana, circoscritta negli anni 1946 – 1993, se da una parte ci ha consentito di stare in occidente, con i benefici che senza dubbio ne sono derivati, dall’altra ha lasciato sul tappeto le vecchie problematiche irrisolte dell’unità del territorio nazionale, del suo tessuto sociale, delle discrepanze ambientali e geografiche.
Il prossimo anno ci sarà da festeggiare la ricorrenza del centocinquantesimo anno dell’unità d’Italia, dei quali gli ultimi sessanta repubblicani, e c’è, da qualche tempo, chi non gradisce l’Inno di Mameli, preferendogli il Coro dell’Aida e chi, con una livrea acconcia, ambisce a fare turni di guardia alle tombe dei Savoia al Pantheon di Roma. Mentre l’ultimo rampollo della casa reale italiana si cimenta nella danza e nel canto, chiedendo un’opportunità di vita, e saltimbanchi vestiti da politici affrontano impavidi la ribalta dell’Ambra Jovinelli, discutendo fra loro di massaggi e di passeggiate lungo i viali, i tanti furbetti e furboni, novelli Gatto e Volpe, si spartiscono il malloppo dell’ingenuo Pinocchio.
Dal 1993 ad oggi prospera la seconda repubblica, prodromo scenario all’era berlusconiana, con la politica spettacolo e le soubrette ministro. Visto che il palcoscenico e l’arena sono stati occupati dai politici politicanti, gli acrobati, i giocolieri, gli attori, sia del teatro serio che di quello leggero, si sono impegnati in politica: così abbiamo sentito Bossi nella esibizione de L’Istrione di Aznavour e Marrazzo recitare la farsa de la Mirandolina; Fini da qualche tempo ama interpretare ruoli che resero famoso Alberto Lupo, mentr e Casini imita i personaggi dei Cinepanettoni. C’è poi l’ex giudice molisano che da sempre si impegna nei ruoli che da ragazzini ci piacevano tanto: una volta Tarzan, un’altra Sceriffo, od ancora il più celebre dei moschettieri di Francia. Mentre esponenti politici sono diventati Iva Zanicchi, Mara Carfagna, Enrico Montesano, Gino Paoli e Luca Barbareschi.
Centocinquanta anni e più fa,nella penisola a forma di stivale, percorsa in lungo e in largo dal divino poeta, al centro della quale Pietro di Galilea venne a morire, portandoci la testimonianza dell’Uomo nato a Betlemme, la popolazione tutta portava avanti una grama esistenza, al lume di candela e al trotto dei cavalli. I soldati austriaci nel Trentino e nel Lombardo Veneto; la dinastia francese dei Savoia in Sardegna, Piemonte e Liguria; Lo Stato pontificio nelle Marche e nel Lazio; i Borbone a Napoli, Bari e Palermo, questa era l’Italia governata dopo la parentesi napoleonica, che dalle belle parole ( libertà, fratellanza, uguaglianza) era passata ai fatti e ai fasti di un nuovo Impero. In quel contesto nascevano speranze e crescevano azioni, utili a fare dell’Italia, una, libera, repubblicana. Già prima di Mazzini, un giovane Melchiorre Gioia aveva pensato a: “Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia”( 1799), e per condividere le idee di Mazzini e Garibaldi decine di persone ci avevano rimesso la stessa vita.
La formulazione repubblicana istituzionale ebbe, nel 1849, a Roma, una vita effimera, soffocata nel sangue di eroi romantici, uccisi dalle cannonate e dai fucili dei soldati francesi, ai quali era stato dato l’ordine di rimettere il papa sul trono di Roma, timorosi com’erano di farsi perdonare le angherie e le storture de la “Revolution” di Napoleone Bonaparte.
L’anno prima, agli inizi della guerra tra il Piemonte e l’Austria, cui i patrioti avevano aggregato la speranza della lotta unitaria, proprio nel mese di marzo la popolazione di Milano si era sollevata contro le truppe asburgiche: Carlo Cattaneo, Gabrio Casati, Caterina di Belgioioso, Enrico Cernuschi, sono alcuni dei nomi dei protagonisti, del marzo milanese del 1848, così tanto diverso dalla sciatteria e dal cattivo esempio offerto oggi dagli attuali contendenti, che, se da una parte Formigoni e i suoi hanno preso alla leggera le regole da seguire, dall’altra abbiamo visto Bossi e La Lega gigionare gongolando, e la sinistra tutta alzare la testa diritta, nelle vesti non più di antagonista ma di giudice.
A Roma, poi, nel 1849, Garibaldi con i suoi Cacciatori del Tevere, i Fratelli Cairoli, Goffredo Mameli, e le centinaia di altri protagonisti, molti dei quali sono ancora ricordati, anche se con la solita incuria, nei viali del Gianicolo, difendevano,dal febbraio al giugno, con sprezzo della vita, il primo, serio, decoroso tentativo di fare l’Italia, una, libera, repubblicana.
Queste sono le differenze tra noi e loro. E noi repubblicani, se pur ridotti nelle nostre riserve, mai abbasseremo le bandiere dell’edera mazziniana.
Renato Traquandi Consigliere Nazionale PRI
Temo che molti elettori non comprenderebbero perchè gli si impedisce di esercitare comunque un diritto di voto. Limitato, indirizzato, manovrato, calcolato,etc.. etc.. ma sempre un diritto di voto.
Spero che quanto sta accadendo sia solo frutto di alchimie di lista e di formazioni , gelosie, manovre interne ai partiti. Spero che non sia il tentativo estremo di impedire una modifica di assetto politico di alcune regioni, specie del Lazio dove la partita è tutta aperta.
Ma se le liste escluse fossero state quelle del PD? Siamo sicuri che non si sarebbe urlato al ritorno del fascismo?
Possiamo escludere una deriva squadrista se, complice il clima esistente tra politica e magistratura, chi non può esprimere la sua voce (ed è maggioranza relativa), si togliesse la pelle di agnello e mettesse quella del lupo?
Speriamo prevalga la ragione e la democrazia trovi le sue regole.
In Toscana la lista ed il candidato presidente radicali sono stati riammessi. Erano stati esclusi per numero insufficiente di firme. Ora i casi sono due: o qualcuno non sa contare, oppure ci sono criteri interpretativi diversi.
Chi garantisce che questa differenza di interpretazioni non porti a danneggiare alcuni e favorire altr?
Non mi sembra un problema da sottovalutare.
E’ cambiato il vento per nostra fortuna, i signori, che si son divertiti a creare ogni tipo di sbarramento ne hanno subito le conseguenze. Una burocrazia da paese incivile nel tentativo di lasciare fuori chi non era dentro, nell’esagerare ha compiuto un suicidio. Complimenti!
ecco l’esigenza pressante delle preferenze e di un ritorno alla POLITICA
Nicola complimenti per l’articolo: finora nessuno in Italia aveva scritto la questione come l’hai descritta tu, ovvero dicendo semplicemente come vanno le cose nella nostra povera Repubblica italiana.
Certo, il sacro diritto di scegliere – per gli elettori – chi hanno scelto loro!! se no, poverelli, che faticaccia inutile!
L’aspetto più grottesco della vicenda , a parte le beghe interne , risulta proprio questo : che “il PDL si appella al sacro diritto della libertà di scelta degli elettori” !!!!
Sarebbe da ridere ,se non ci fosse da piangere ….