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La partita di un esecutivo assolutamente indispensabile

di Enrico Cisnetto | 28 Aprile 2013

Nasce il governo Napolitano-Letta, con il (vero) compito di pacificare la politica e aprire le porte alla Terza Repubblica.

enricolettaHabemus Governo. Ci sono voluti 61 giorni, quasi 1500 ore, l’harakiri di un partito e del suo segretario e l’inedita rielezione del Capo dello Stato, ma alla fine ci siamo riusciti. È nato il Napolitano-Letta, governo politico delle intese larghe e (sperabilmente) durature. Un esecutivo che in nome della coesione – evocata con enfasi dal Presidente della Repubblica – ha lasciato fuori, anche al prezzo di perdere in esperienza e solidità politica, tutti gli elementi che potevano essere divisivi, sia tra destra e sinistra sia dentro il Pd (soprattutto) e il Pdl. Una compagine con meno passato possibile, anche a costo di qualche casella riempita con un presente politico scarso, per non comprometterne il futuro.

Per la verità, nelle ultime concitate ore, che avevano lasciato presagire anche la possibilità dell’insuccesso, si era temuto il peggio. Invece di sfruttare il fatto che Pd e Pdl erano in preda a violente convulsioni – le prime talmente visibili da far parlare di scissioni, le seconde più nascoste ma non meno forti – il presidente incaricato si era infilato in una estenuante trattativa sui nomi, appena nascosta sotto la foglia di fico delle divergenze programmatiche, che ha portato ad un eccessivo allungamento dei tempi. Empasse poi superata con un colpo di reni finale il cui merito va prevalentemente a Napolitano. Il fatto è che a Letta, pur avendo il viatico del Quirinale, che non è cosa di poco conto nel regime para-presidenziale che la fine della Seconda Repubblica sta producendo – speriamo non abbia lo stesso funesto esito che ebbe il maggioritario, a suo tempo conseguenza e causa della morte della Prima Repubblica – gli è mancata la spinta dell’ansia derivante dalla consapevolezza dei rischi che corre il Paese, paradossalmente più diffusa tra i cittadini che non in chi aspira a governarli.

E già, perché nella settimana che ha segnato la svolta politica della riconferma di Napolitano e dell’incarico al “giovane” Letta, la Borsa italiana ha guadagnato 16 punti e mezzo e lo spread è sceso dalla fatidica “soglia 300” a 285 (venerdì) dopo essere stato anche sotto i 270 punti. Sì, una fregatura, se solo si prova a ricordare il clima che c’era nel novembre del 2011, quando Piazza Affari inanellava giornate nere e il differenziale con i tassi tedeschi sui titoli decennali era più del doppio dell’attuale: allora Monti fu accolto come il salvatore della patria cui i partiti tramortiti dalla paura del default concedevano tutto, adesso Letta è stato accolto come quello che ha voluto la bicicletta e dunque deve pedalare, e a cui non concedere proprio un bel niente. Infatti, l’Italia di memoria e vista corta, adesso si sente autorizzata a definire Napolitano un quasi novantenne roso dall’ambizione che ha manovrato per restare dov’era, Letta il nipote di suo zio, e il governo uno schifoso inciucio che ha impedito ad un non meglio identificato “nuovo” di nascere. Forse esageriamo, ma era meglio quando si evocava il peggio, quando l’Italia vedeva lo spettro del default e se la faceva sotto.

Comunque, il governo è fatto, guardiamo avanti. Ora la partita si gioca su due piani. Il primo è quello programmatico. Le domande in attesa di risposta sono tante. Quale sarà la politica del nuovo esecutivo riguardo al saldo dei debiti delle pubbliche amministrazioni con le imprese, che il decreto Grilli non ha sanato? Quale compromesso si raggiungerà riguardo al deficit corrente – che Bankitalia ha già spiegato occorre manutenere con qualche intervento correttivo se si vuole che resti sotto la soglia del 3% (ma non andava azzerato?) – e dunque che trattamento avranno spesa pubblica e pressione fiscale? Certo non si potrà esprimere un giudizio sul governo Letta senza sapere che risposte avranno questi quesiti, così come bisognerà capire – vista la preventiva ruvida accoglienza riservata al neo-premier da Moody’s e da Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco e uomo forte del gabinetto Merkel – come il nuovo esecutivo si atteggerà in Europa, e in particolare se e quanto accondiscenderà alle politiche restrittive (per non dire recessive) della Germania.

Non solo. Questa volta, rispetto alla sordità di Monti ai temi istituzionali – uno dei suoi errori più gravi – ci sono in ballo riforme strutturali e politiche come quelle della legge elettorale, degli assetti del decentramento, della composizione e funzionamento delle Camere, della giustizia. C’è perfino da decidere se e come mettere mano in modo organico alla Carta (ricordiamo ancora una volta che la convocazione di un’Assemblea Costituente sarebbe la soluzione più saggia).

Insomma, sono tanti gli esami che il nascente governo dovrà superare, ed è giusto attendere prima di dargli i voti.

Però, una cosa è certa e chiara fin d’ora: che il Paese, nonostante lo spread (che peraltro rimane tre volte tanto il fisiologico), è ancora nel pieno di una crisi senza precedenti e ha quindi tutto da guadagnare dal varo di questa esperienza di governo, e che dunque chi si sente un minimo responsabile dovrà essere sereno, se non indulgente, nel giudicarlo. Sì, noi di Società Aperta facemmo un analogo discorso a proposito del governo Monti. Ma è proprio perché non abbiamo mai negato quell’asserzione anche quando non abbiamo lesinato critiche al professore, che ora la ripetiamo: se Monti è stato contemporaneamente “indispensabile” e “deludente”, Letta è altrettanto “indispensabile”, anzi politicamente lo è molto di più, mentre per quanto riguarda le attese il giudizio è rimandato a quando avrà dato prova di sé.

E veniamo alla seconda partita che Letta si gioca, quella politica. Noi lo definiamo “assolutamente indispensabile” non solo perché trattasi di ultima spiaggia – attenzione, il suo eventuale fallimento non avrebbe come corollario lo scioglimento delle Camere, ma le dimissioni di Napolitano… – ma per altri due motivi importantissimi. Primo perché esso ha evitato un esperimento politico ad altissima pericolosità, come l’incestuoso connubio tra il Pd e il duo formato dai pentastellari (utili idioti che servono per gli scranni che occupano in parlamento) e dal “partito giustizialista”, connubio che si sarebbe saldato se al Quirinale fosse salito Rodotà. Secondo perché consente, al contrario di Monti che è voluto restare nel limbo dei tecnici pur lamentandosene, di sperimentare un minimo di “larghe intese”, passaggio indispensabile per pacificare il Paese che esce distrutto da vent’anni di guerre politiche insensate (e qui, per favore, Berlusconi e i suoi evitino di fare la morale, perché della stagione del berlusconismo e dell’anti-berlusconismo portano piena responsabilità).

Ecco la vera discriminante su cui sarà giudicato Letta: se sarà solo un governo che ha evitato le elezioni o se, al contrario, avrà la capacità di cominciare a costruire la Terza Repubblica su basi solide. La pagina l’ha voltata, ora si tratta di vedere se è in grado di scriverci qualcosa, e che cosa. Molto dipenderà da come affronterà la crisi interna al Pd: se cadrà nella tentazione di volerci mettere una pezza, e piegare il governo a questo fine, magari inseguendo i grillini sul loro terreno per parlare all”ala sinistra del suo partito, allora Letta avrà vita corta e grama. Se, invece, forte di una maggioranza parlamentare senza problemi, non solo se ne fregherà di avere qualche decina di “franchi tiratori”, ma anzi considererà questo come un vantaggio politico, allora lascerà il segno.

Noi di Società Aperta eravamo convinti che ci fosse spazio per una fase tutto sommato breve e circoscritta di alleanza politica, cui far seguire elezioni che pongano le basi per una legislatura piena e di vera trasformazione del sistema politico e istituzionale, in base al principio che è meglio un governo a tempo determinato e con obiettivi limitati capace di lasciare il segno per il dopo, piuttosto che uno con grandi pretese che poi si va a schiantare contro il muro delle antiche diffidenze e delle pretese di cambiamento così alte da essere sempre e comunque insoddisfatte. Restiamo, prudentemente, di questo avviso. Anche se saremmo i primi ad essere felici di ritrovarci smentiti da un esecutivo capace di essere di legislatura piena. Ma meglio un governo breve che però mette in moto processi politici buoni per il dopo, piuttosto che uno che dura più a lungo ma il cui esito finisce lì (come nel caso di Monti).

In tutti i casi, buon lavoro, caro Enrico. E che i grandi padri della Repubblica, da Alcide a Ugo, veglino su di te.

Pubblicato in : Editoriale

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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