Proprio per questo motivo l’attore politico non può non tenere conto della realtà, sapendo che è ad essa che deve riferirsi quando imposta un proprio progetto e cerca di imporlo, altrimenti l’unica strada alternativa è quella della violenza.

Veniamo però a noi. Il risultato elettorale ha dato un esito che può dispiacere, ma è chiarissimo nella sua confusione, se mi perdonate l’ossimoro. Nessuna delle forze politiche in campo ha ottenuto i numeri sufficienti per poter governare. Considerazione ovvia e banale direte. Verissimo, e infatti non è di questo che voglio parlare. Voglio cercare di individuare il motivo per il quale tutte, chi più chi meno, le forze politiche non sono state in grado di affrontare questa lapalissiana verità. Uno dei motivi principali lo trovo nella progressiva caduta culturale delle classi dirigenti del Paese, con il prevalere dell’autoreferenzialità, nella convinzione che le scelte devono essere dettate principalmente da logiche di appartenenza e non da progetti di azioni da compiere. Anche in queste ore, nonostante il chiaro e adamantino discorso di Napolitano, molti insistono su diatribe nominalistiche. Anche Matteo Renzi, mi spiace dirlo, si è lasciato trascinare in questo gorgo, forse abbagliato dalla prospettiva di accelerare il processo della sua Opa sul Pd. Le ultime uscite del sindaco di Firenze, che ha deviato improvvisamente dalla strada dei contenuti per buttarsi a strologare su nomi e formule, mostrano come anche lui non sia immune dalla sindrome del web, dei tweet e delle scorciatoie battutistiche. Un segnale di questo mi sembra venga anche dalla repentina svolta “renziana” di coloro che fino al giorno prima lo accusavano di intelligenza col nemico. L’uomo sarà pure uno sfrenato ambizioso (come dice Marini), ma credo che non sia stupido, per cui spero che riprenda subito la strada del confronto con la realtà dei fatti, senza farsi trascinare dal mito dell’uomo solo al comando. Soprattutto mi sembrerebbe utile che divenisse consapevole di come solo accettando il fatto che è attraverso l’individuazione di punti programmatici condivisi, pochi e calendarizzati, che si può costruire una compagine di governo adeguata alle urgenze del momento storico e della realtà del Paese. Il che non significa annullare le differenze, o fare “inciuci” indistinti. Il tracciato è stato indicato in gran parte dai “saggi” di Napolitano. Cose scontate e banali? Anche fossero, e in alcune parti non lo sono, specialmente sul cruciale punto della sburocratizzazione, si potrebbe provare a realizzarle, visto che fino ad oggi niente di tutto ciò è stato fatto. Sarà possibile? Non lo so e istintivamente resto pessimista. Perché non vedo, se non sporadicamente, da alcuna parte, giovani e vecchi, il coraggio di fare i conti con la realtà dei fatti. Un esempio? La superficialità con la quale molti (politici e commentatori dei giornali) che fino a ieri gridavano al fascismo non appena si parlava di semipresidenzialismo, adesso lo invocano, oppure quella di chi parla di partiti all’americana (vero Matteo?) senza tirarne le conseguenze sul piano dell’assetto sociale e istituzionale e accosta impropriamente il Partito Democratico USA alle esperienze socialdemocratiche europee. E’ la stessa superficialità di quelli che sostenevano come UNICA candidatura democratica al Colle quella di Rodotà (votato da 4677 su 28518!).
Si abbia il coraggio di dire alla gente che la politica, specialmente in una liberaldemocrazia, non è una strada facile, anzi è faticosa, ma, perdonatemi l’ennesima banalità, resta la concretezza del vecchio detto: “E’ l’arte del possibile”.”

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