
La festa del 9 maggio doveva mostrare come al solito al mondo la potenza di una Russia forte, armata, compatta. Doveva essere la celebrazione della continuità storica, della potenza militare e della capacità del Cremlino di controllare ancora gli eventi e di dettare le sorti del mondo. Alla fine però sulla Piazza Rossa si è vista una parata ridotta a meno dell’ essenziale, con alcuni mezzi, due droni Shahed di numero, poche armi e un’atmosfera più cupa che trionfale.
Per anni Mosca aveva usato questa ricorrenza come gigantesco palcoscenico geopolitico. Carri armati, missili, colonne meccanizzate e simboli imperiali servivano a costruire l’immagine di una superpotenza temuta. Stavolta il vuoto era evidente. E quando una potenza sente il bisogno di nascondere ciò che non può più mostrare, il messaggio arriva comunque, inesorabile.
Dietro le tribune, dietro le bandiere e la retorica patriottica, aleggiava soprattutto un’altra presenza. Quella delle migliaia di soldati russi morti sul fronte ucraino. Uomini spesso mandati al macello in una guerra che avrebbe dovuto essere rapida e che invece si è trasformata in un conflitto lungo, logorante e sanguinoso.
Sulla Piazza Rossa invece hanno anche sfilato soprattutto le vedove, le madri e le famiglie di quei soldati. Una processione silenziosa che nessuna regia televisiva può davvero cancellare. Perché dietro ogni uniforme mancante, dietro ogni mezzo che non compare più, resta il peso umano di una guerra che ha scavato dentro la società russa molto più di quanto il Cremlino voglia ammettere.
Anche Putin è apparso contratto, distante, quasi imprigionato dentro una celebrazione organizzata più per necessità politica che per reale convinzione. Attorno al sistema russo continuano inoltre a circolare voci sempre più insistenti su tensioni interne, manovre di palazzo e possibili regolamenti di conti dentro gli apparati di potere.
Ed è forse questo il vero dato politico emerso ormai apertamente: fuori dalla propaganda, sempre meno osservatori credono davvero a una vittoria russa sul campo. La discussione internazionale si sta lentamente spostando altrove. Non più “se Mosca vincerà”, ma fino a dove il sistema russo riuscirà a reggere prima del proprio punto di rottura politico, economico e militare.
Nel frattempo la Russia, dissanguata economicamente e militarmente, sta scivolando sempre più dentro l’orbita cinese. Mosca oggi dipende dai mercati asiatici, dalla tecnologia cinese e dalla protezione diplomatica di Pechino. Quella che veniva raccontata come una grande alleanza strategica assomiglia sempre di più a una subordinazione silenziosa.
Putin aveva promesso di riportare grandezza e autonomia alla Russia. Rischia invece di chiudere la propria stagione politica lasciando un paese più isolato, più povero, più dipendente e pieno di ferite difficili da rimarginare.
La parata del 9 maggio avrebbe dovuto celebrare la forza della Russia. Ha finito per mostrare il peso di una guerra che in cinque anni di conflitto ha consumato uomini, risorse e futuro.
Piero Terracina

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