Gran parte del ventesimo secolo esprime la narrazione e la messa in atto di modi ottocenteschi di rispondere agli effetti negativi della Rivoluzione industriale.

Gran parte del ventesimo secolo esprime la narrazione e la messa in atto di modi ottocenteschi di rispondere agli effetti negativi della Rivoluzione industriale. Rispetto a questa narrazione due sono i contesti sociali di riferimento: Inghilterra e Germania. In Inghilterra, il dibattito è stato caratterizzato dal coinvolgimento di due figure particolari: William Henry Beveridge e John Maynard Keynes. Il primo affrontava la questione sociale muovendo dalla società, sostenendo che lo Stato, per mezzo della legge e della regolamentazione imposta, doveva garantire l’offerta di determinati beni sociali per alleviare le sofferenze umane. Il secondo, invece, partiva dall’economia per dimostrare che la teoria neoclassica non aveva alcuna risposta per il problema della disoccupazione, causa prima dei disagi sociali. Beveridge pensava di poter alleviare il disagio sociale attraverso lo strumento della legge senza preoccuparsi delle condizioni politico-istituzionali necessarie; Keynes, invece, teorizzava le condizioni economiche necessarie per il perseguimento dell’obiettivo di Beveridge in termini ottimali, possibili solo in presenza del pluralismo politico garante di tutte le libertà, inclusa quella di mercato.
Molto diverso è stato il dibattito sulla questione sociale che si è svolto all’interno dell’altro grande Paese industrializzato dell’Europa, la Germania. In questo Paese, sin dalla seconda metà dell’Ottocento, la questione sociale ha preso la forma di questione operaia (la famosa Arbeiterfrage); nella Germania guglielmina e bismarkiana la risposta alla questione sociale è avvenuta sotto il segno della prudenza con l’assistenza sociale assicurata da sussidi di disoccupazione, dalla tutela dei lavoratori nelle fabbriche e dalle restrizioni imposte sull’orario di lavoro; la prudenza però non ha retto agli effetti dirompenti seguiti al grande dibattito svoltosi all’interno della socialdemocrazia tedesca. Tale dibattito, polarizzatosi tra un’ala massimalista ed un’altra riformista, a differenza di quanto era accaduto in Inghilterra non si è “incanalato” in una prospettiva riformista duratura, in quanto le questione sociale del primo dopoguerra aveva assunto connotati così destabilizzati a livello economico e politico da determinare, anche per l’avvento del bolscevismo in Russia, la formazione di regimi autoritari non solo in Germania (nazismo), ma anche in altri Paesi europei come l’Italia (fascismo). Tali regimi, rispetto a quello sovietico non hanno presentato differenze sostanziali sul piano economico; la differenza stava nel fatti che i primi supponevano di poter conciliare il capitalismo basato sul rispetto del diritto di proprietà con l’intervento dello Stato, mentre il regime sovietico supponeva di poter organizzare il sistema sociale ed i problemi connessi alle crisi cicliche del capitalismo con la soppressione del diritto di proprietà e con la rimozione del mercato. Tutti erano accomunati dalla soppressione del pluralismo politico e dal conseguente impedimento di qualsiasi forma di critica rivolta al modo in cui si svolgeva l’intervento dello Stato.
La storia dell’edificazione dell’economia mista e del compromesso tra il capitalismo e l’intervento regolatore dello Stato vede, dunque, sistemi sociali differenti che sulla base delle idee maturate in Inghilterra ed in Germania giungono a conclusioni diverse sul come avvalersi dello Stato per perseguire finalità pragmatiche sul piano del contenimento dei disagi sociali prodotti dal capitalismo. Dopo il secondo conflitto mondiale è l’economia mista fondata sul compromesso tra il capitalismo e l’intervento dello Stato quale era stato sistematizzato in Inghilterra che è stata politicamente realizzata e con essa gran parte dei Paesi industrializzati del dopoguerra hanno conosciuto una fase di crescita e di sviluppo che per intensità e universalità mai era stata sperimentata in passato. Ironia della sorte, la prospettiva di Beveridge di Keynes ha potuto affermarsi malgrado la persistenza al suo interno di un “tarlo” espresso dall’“autismo intellettuale” di Friedrich August von Hayek, il quale, incapace di distinguere l’una dall’altra le diverse politiche dello Stato, ha continuato per tutto il corso della sua vita a rinvenire nello Stato sociale e nel riformismo la causa che sfocia inevitabilmente nel totalitarismo, dimenticando che il non avere accettato sin dall’inizio del XIX secolo sia lo stato sociale che il riformismo politico è stato la causa dei più brutali sistemi autoritari che egli aborriva. La critica che Hayek porterà avanti sino agli anni Ottanta e Novanta del Novecento, rendendosi responsabile dello smantellamento di tutto ciò che di positivo sulla via delle crescita e dello sviluppo era stato realizzato. Hayek, perciò, tornando in auge “vendicato dalla storia”, quando in realtà la sua giustificazione dell’economia di mercato apolitica era stata dimostrata del tutto erronea, porterà al revival dell’ordoliberismo che ha solo l’effetto di fare arretrare le idee politiche ed economiche dei Paesi che erano riusciti a realizzare l’economia mista di un secolo intero, impedendo il superamento di una crisi che sta lacerando la capacità di tenuta dei Paesi che la stanno subendo.

Lascia un commento