
La cosiddetta “questione palestinese” non è, come spesso viene ingenuamente raccontato, il frutto di un processo storico organico o di un’emancipazione nazionale paragonabile ad altri movimenti del Novecento, bensì un’operazione ideologica costruita a tavolino negli anni della Guerra Fredda: fu l’Unione Sovietica a forgiare la Palestina come categoria politica e simbolica, applicando al campo geopolitico le stesse strategie di marketing che, nel mondo capitalistico, servivano a lanciare un marchio o a far desiderare un prodotto.
Si trattava di vendere l’essere “dalla parte del giusto” a buon mercato, di confezionare un’identità morale di pronto consumo per un’Occidente ansioso di riscattarsi, di sentirsi eticamente superiore senza troppo sforzo.
Il successo di questa costruzione è stato impressionante: la Palestina è diventata il marchio universale della bontà, la causa capace di rendere irreprensibile chi la abbracciava.
Ma come accade per ogni prodotto apparentemente gratuito, il costo reale si è rivelato altissimo: dapprima, negli anni Settanta e Ottanta, attraverso il terrorismo politico internazionale che insanguinò aeroporti, scuole e sinagoghe; poi, negli anni successivi, con l’ascesa dell’islamismo radicale che ha trasformato quel capitale simbolico in un motore globale di violenza e instabilità.
I paesi arabi, che di ingenuità ne hanno sempre avuta poca, hanno saputo sfruttare fino a un certo punto questa retorica, ottenendone dividendi politici e diplomatici, ma senza mai pagare fino in fondo il prezzo. Oggi, infatti, si tengono prudentemente a distanza: hanno intuito che quel marchio, un tempo redditizio, si è trasformato in un fardello pericoloso, in un debito morale e politico che nessuno vuole più saldare. La Palestina, dunque, rimane un caso esemplare di come il marketing delle ideologie possa creare miti di largo consumo, capaci di affascinare masse e intellettuali, salvo poi rivelare il loro costo devastante quando la retorica si traduce in storia reale.
David Pacifici

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