
Il leone del Mago di Oz non era mai stato davvero codardo. Cercava all’esterno il coraggio che già possedeva, senza riconoscerlo. Nei Promessi Sposi, Don Abbondio dice che “il coraggio uno non se lo può dare”: ma più che una verità, è la resa di chi non ha la forza di oltrepassare il proprio limite.
Oggi in Israele 365 riservisti hanno deciso di dire basta. Non tornano in servizio. Non rispondono all’ennesima chiamata. Non per vigliaccheria, non per tradire, ma per paura, stanchezza, logoramento. Perché ogni missione senza ritorno degli ostaggi pesa come un macigno. Perché i giorni passano e l’assenza di chi è stato rapito diventa una ferita che brucia più delle stesse battaglie.
E non è la prima volta che in Israele qualcuno dice no. Nel 1988 lo fece Benny Morris, allora un giovane storico. Si rifiutò di servire nei territori occupati durante la Prima Intifada. Non parlava di rivoluzioni né di ideologie: disse semplicemente che non poteva, e per questo venne mandato in prigione militare per tre settimane. Non era un disertore, era un uomo al limite. Quel gesto resta come monito: persino chi più tardi sarebbe diventato una voce dura, controversa, aveva conosciuto il tempo del rifiuto, della fragilità, del prezzo personale.
Oggi i riservisti che non rispondono portano sulle spalle la stessa tensione. Hanno combattuto, hanno servito, hanno perso amici e anni di vita. Ora non possono più. Dietro ogni no non c’è vigliaccheria, ma il riflesso di una nazione che chiede coraggio infinito e intanto non riesce a riportare a casa i suoi figli.
Per questo l’attesa non è solo per chi torna dal fronte. L’attesa vera, quella che lacera il cuore, è per gli ostaggi. Perché ogni giorno senza di loro è un fallimento che pesa più di una sconfitta militare.
E allora oggi non possiamo che dirlo, con voce ferma e senza retorica:
VI ASPETTIAMO A CASA E VI ABBIAMO ASPETTATO A CASA.
Nico Kir

Lascia un commento