
L’Italia cambia ancora una volta la propria legge elettorale, ma questa volta la questione va ben oltre il semplice meccanismo di assegnazione dei seggi parlamentari. Con l’approvazione definitiva dell’8 ottobre 2026 si introduce un principio destinato a incidere sulla formazione delle future maggioranze: favorire coalizioni capaci di presentarsi agli elettori con un programma, una guida politica riconoscibile e una prospettiva concreta di governo. Non significa soltanto stabilire chi abbia vinto le elezioni, ma creare condizioni parlamentari più favorevoli affinché quella vittoria possa tradursi in un esecutivo stabile, evitando almeno una parte delle contrattazioni e dei compromessi che hanno caratterizzato la storia repubblicana.
Il nuovo sistema supera il Rosatellum e introduce un proporzionale corretto da un premio di maggioranza di 70 deputati e 35 senatori, assegnato alla lista o coalizione più votata che abbia raggiunto almeno il 42% dei consensi in entrambe le Camere. Il numero complessivo dei seggi è comunque soggetto a un limite massimo di 220 deputati e 113 senatori. Se nessuna coalizione raggiungerà la soglia richiesta, oppure i risultati delle due Camere non consentiranno l’attribuzione del premio alla stessa formazione, il sistema resterà sostanzialmente proporzionale. È una differenza importante, perché la nuova legge non garantisce automaticamente una maggioranza parlamentare a chi arriva primo, ma offre un vantaggio concreto a chi riesce a costruire un consenso sufficientemente ampio.
Il risvolto politico più interessante riguarda proprio le coalizioni. Finora i partiti hanno spesso considerato le alleanze elettorali come strumenti per raccogliere voti, riservandosi poi di discutere programmi, incarichi e rapporti di forza una volta entrati in Parlamento. Il nuovo sistema, imponendo anche l’indicazione preventiva di un candidato alla Presidenza del Consiglio, sposta almeno una parte di queste trattative prima delle elezioni. Le forze politiche saranno incentivate a presentarsi con accordi più chiari, leadership condivise e programmi maggiormente compatibili. Una coalizione che ambisce al premio dovrà preoccuparsi non soltanto di sommare percentuali, ma anche di dimostrare di poterle trasformare in una maggioranza parlamentare funzionante.
Naturalmente un accordo sottoscritto prima del voto non impedisce successive divisioni. Nessuna legge elettorale può cancellare le differenze politiche tra partiti, impedire una crisi di governo o vincolare definitivamente il comportamento dei parlamentari. Tuttavia, una maggioranza costruita intorno a un programma concordato e sostenuta da un premio parlamentare dispone, almeno sulla carta, di condizioni migliori per affrontare una legislatura senza dipendere continuamente dalle richieste delle sue componenti più piccole. È qui che la riforma potrebbe produrre una differenza significativa rispetto al passato, purché alla convenienza elettorale corrisponda una reale compatibilità politica.
C’è poi una questione economica che merita particolare attenzione. Un Paese con un debito pubblico superiore ai tremila miliardi di euro non può considerare la continuità delle proprie politiche economiche un dettaglio secondario. Bilanci pubblici, investimenti, infrastrutture, politica industriale e impegni europei richiedono programmazione pluriennale. Un governo che dispone di una maggioranza sufficientemente solida può elaborare interventi di medio periodo con minore esposizione alle crisi parlamentari, mentre imprese, investitori e interlocutori internazionali possono contare su un quadro politico potenzialmente più prevedibile. Questo non significa che la stabilità produca automaticamente buone decisioni economiche, ma certamente consente di valutarne i risultati su un orizzonte più lungo, attribuendo con maggiore chiarezza meriti e responsabilità a chi governa.
La riforma presenta comunque questioni che non possono essere ignorate. Il premio modifica il rapporto proporzionale tra voti ricevuti e seggi assegnati, sollevando interrogativi sulla rappresentanza parlamentare. Inoltre, l’incentivo a creare grandi coalizioni potrebbe favorire aggregazioni numericamente competitive ma politicamente poco omogenee. È il rischio di sostituire alle fragilità delle alleanze costruite dopo il voto quelle di coalizioni formate prima delle elezioni esclusivamente per raggiungere il 42%. La legge può incoraggiare un accordo, ma non può conferirgli quella coerenza che i partiti non hanno saputo trovare autonomamente.
Anche il rapporto tra Parlamento ed esecutivo resterà decisivo. Il Presidente del Consiglio continuerà a essere nominato dal Presidente della Repubblica secondo la Costituzione e il governo dovrà mantenere la fiducia di entrambe le Camere. La nuova legge non introduce dunque un’elezione diretta del premier e non modifica la natura parlamentare della Repubblica. Interviene invece sul terreno concreto della rappresentanza politica, cercando di rendere più agevole la formazione di maggioranze capaci di sostenere l’esecutivo.
Il vero cambiamento, pertanto, non sarà misurabile soltanto attraverso il numero dei seggi assegnati alla coalizione vincente, ma attraverso il comportamento dei partiti. Se la riforma li porterà a definire programmi credibili, superare contraddizioni interne e assumersi responsabilità comuni davanti agli elettori, potrà contribuire a rendere più ordinato ed efficace il funzionamento delle istituzioni. Se invece continueranno a prevalere le convenienze del momento, anche una maggioranza parlamentare numericamente robusta potrà rivelarsi politicamente fragile.
L’Italia ha bisogno di una continuità di governo che non significhi immobilismo, ma capacità di programmare, decidere e rispondere delle decisioni assunte. La nuova legge elettorale offre alcuni strumenti per avvicinarsi a questo obiettivo, senza poterlo garantire. Sarà soprattutto la qualità delle coalizioni a determinare se il premio di maggioranza diventerà un fattore di stabilità oppure soltanto un vantaggio numerico. Perché una cosa è vincere le elezioni, un’altra è avere la forza politica per governare e una terza, ancora più importante, è sapere cosa fare del mandato ricevuto.
Piero Terracina

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