
La conferenza di Meloni, oltre a confermare la sua personale insofferenza per ogni domanda che non sia compiacente verso il suo operato, non ha fatto altro che ribadire le solite stelle fisse della sua politica.
La magistratura, nemica sempre, viene presentata come ostacolo politico da delegittimare, e accusata di tutto quando non si limita a ratificare le decisioni del governo.
La sicurezza è declinata esclusivamente in chiave repressiva, con il carcere elevato a soluzione universale e i diritti ridotti a fastidiosi intralci.
L’economia è raccontata per slogan, dove i salari “recuperano” mentre i dati dicono il contrario e milioni di persone che sono inattive scompaiono dal quadro perché non rientrano nella narrazione.
Le crisi industriali sono presentate come eredità altrui, da gestire nel silenzio, purché nessuno chieda conto dei risultati.
La politica estera subordinata in tutto e per tutto a Trump di cui si condivide e si difende ogni azione.
Meloni anche in questa occasione ha mostrato la sua precisa concezione del potere.
Un potere che mal sopporta il controllo, che considera il dissenso un disturbo, i dati un fastidio e il confronto una perdita di tempo.
La conferenza stampa annuale non è un momento di verifica democratica, ma un esercizio di addomesticamento: un recinto dentro cui tutto è consentito, purché non si metta in discussione il proprio racconto.
Alla fine Meloni dice che la sua aspirazione profonda sarebbe di essere pagata per lavorare con Fiorello.
È una battuta che è una rivelazione e una dichiarazione di metodo.
Per Giorgia Meloni la politica non è troppo diversa dallo spettacolo: un palco, un copione, una platea da conquistare, applausi da sollecitare e fischi da silenziare. Come nello show business, ciò che conta non è la verità dei contenuti ma l’efficacia della messa in scena.
In questo senso, il mestiere di Fiorello è il paragone più onesto che potesse scegliere. Anche lì c’è ritmo, battuta pronta, capacità di occupare lo spazio, di riempire i vuoti, di trasformare ogni inciampo in gag. Solo che la differenza è decisiva: lo spettacolo finisce, il pubblico torna a casa; la politica invece non si ferma allo spettacolo.
Infatti, le conseguenze del suo agire restano, e le pagano sempre gli stessi: i cittadini e soprattutto i ceti più deboli.
Dobbiamo lavorare per accontentare quanto prima la Presidente del Consiglio e consentirle di andare a fare il lavoro per cui è veramente portata: l’attrice comica.
Enrico Rossi

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