Una cosa degli ultimi due o tre governi italiani è andata bene: la politica culturale. Diciamolo: merito soprattutto del ministro Franceschini che, già tre anni fa, a chi gli chiedeva come mai si accontentasse dei beni culturali, lui rispondeva molto sicuro e disincantato da buon ferrarese che i beni culturali sono il petrolio dell’Italia e una vera industria. Difficile dargli torto.
Va bene tutto quindi? Non proprio. Vai agli Uffizi a Firenze come allo Stibbert e non hai sorprese. Come a Mantova a Palazzo Te o Ducale. Invece nelle mostre temporanee a volte osannate ci sono persino problemi di luce. Non vedi quasi nulla e sbatti contro.
In due o tre anni con buone azioni, buone scelte e qualche innovazione, musei, mostre, gallerie, esposizioni hanno avuto un vero exploit. Aumento di visitatori, aumento di interesse, aumento di visibilità e allargamento della fascia di popolazione interessata. Mica male. Erano vent’anni che andava sempre peggio. Ora in due anni un balzo di quasi il 10 per cento, e di incassi superiori al 16 per cento.
Merito di una nuova immagine e merito anche di una idea semplice ma efficace: la prima domenica del mese gratuita. Sicuramente uno stimolo per chi non riusciva ad avvicinarsi e un incentivo a raddoppiare o moltiplicare visite per chi già si avvicinava al mondo culturale.
Vanno molto bene le aree archeologiche, va alla grande il Lazio per Roma, Campania per Pompei e Napoli e Toscana per quella miniera d’arte che è Firenze. Ma ci sono belle esperienze anche in Molise e Basilicata per dire. Molte mostre poi ci abituano a scoprire o a riscoprire piccole città di provincia dal sapore intenso.
Tutto bene quindi? Sì e no.
Musei ed esposizioni permanenti, siti archeologici e monumenti sono sempre una sicurezza. Per dire, vai agli Uffizi a Firenze come allo Stibbert (lo cito spesso perché lo trovo veramente un museo di eccellenza, ancorché di nicchia, andateci) e non hai sorprese. Vai a Mantova a Palazzo Te, cavalli, giganti ed esedra, o al percorso del Ducale e salvo qualche intoppo qualche volta in qualche stagione per la Camera degli Sposi ti fai un bel viaggio tra i Gonzaga e Isabella. Poi invece ci sono mostre temporanee, e a volte prolungate a grande richiesta, spesso celebrate ed osannate che , alla prova pratica, non reggono l’impatto e non sono sempre all’altezza. Lo so che mi attirerò strali e maldicenze ma a dirla tutta la tanto osannata mostra del Palazzo dei Diamanti di Ferrara sull’Orlando Furioso mi ha procurato disagio. Non tanto e non solo per la disposizione degli oggetti tipo spadoni tra libri e quadri ma per il buio. Non si vedeva nulla, o quasi.
Bambini che vagavano tra le gambe nervose degli adulti, visitatrici e visitatori appollaiati e appoggiati alle teche delle edizioni dell’Orlando e attorno più che penombra buio da sera con poca illuminazione pubblica. Atmosfere? Ah di’, come direbbero in Romagna. Bisogna capirsi sulle atmosfere. E poi le audio guide pur importanti che trasformano tutti i visitatori in zombie con sguardi catatonici e movimenti da semiparalisi.
Una specie di un percorso di guerra con le targhette pure quelle di difficile lettura per luce mancante e caratteri non grandissimi Atmosfere? Se una mostra non mostra bene che mostra è? Metto invece un bel voto, dal 9 al 10, alla mostra “I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia“ a palazzo Roverella di Rovigo incontrata quasi caso sul tragitto. I grandi pittori di fine ‘800 e primi del ‘900, tra cui Emile Bernard, Cuno Amiet, Charles Cottet, Paul Gauguin, Felix Vallotton, Paul Sérusier, Gino Rossi, Oscar Ghiglia, Cagnaccio di San Pietro raccontati nelle sale luminose e attrezzate di un palazzo veramente accogliente. Un percorso di colori e di emozioni. Quelle atmosfere che diventano esperienze sul fascino della semplicità . Dove la mostra è un fatto politico ma è prima di tutto poesia dell’anima.
Fabrizio Binacchi
Con Voce di Mantova

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