Attraverso le UN l’Italia si è fatta promotrice della moratoria contro la pena di morte. Niente da dire, siamo gente buona e governata da politici ogni giorno più sereni. Del resto nella prospettiva dell’organizzazione societaria del vivere collettivo la pena di morte è una barbarie. È vero che
lo Stato non ha diritto di togliere la vita, e infatti come somma di funzioni e di uffici onnicomprensivi e dilatati, appartenenti in virtù della rappresentanza alle stesse gerarchie logiche della società, lo Stato non ha quel diritto perché chi delinque rientra nella sua stessa gerarchia logica, quella societaria. In breve il delinquente, qualunque efferatezza contempli il delitto, non esce dalla dinamica onnivora della società. La società ha mille ingressi e mille uscite, ovvero entrarvi e uscirvi è pura illusione.
Quel diritto lo avrebbe invece la comunità, i cui lentissimi mutamenti, le cui feroci chiusure e espulsioni obbligano chi delinque a negarsi, a uscire dalla gerarchia logica comunitaria. Ma la comunità, proprio per la immutabilità non può avere rappresentanza, e le cose sono state con cura approntate perché i residui comunitari all’interno della società, i residui che sono ultimo residuo dello “jus”, vengano sforbiciati e alienati in molteplici funzioni e ruoli che non sono propri della comunità, che non la rappresentano. Senza voce e senza più appartenere ad una gerarchia logica superiore alla gerarchia di chi delinque la comunità non può esigere la pena di morte, come invece avrebbe diritto a esigere. E va da sé che siamo di fronte a una contraddizione in termini perché la comunità che fosse rappresentata non sarebbe più comunità. Sarebbe controproducente per la comunità chiedere di essere rappresentata per non appartenere alla gerarchia logica di chi delinque. E invece è maldestramente rappresentata, spezzoni spuri di diritto naturale e comunitario si agitano e collidono col diritto pubblico in cui sono inglobati, senza alcuna possibilità di incidere sul penale. Allora un popolo buono e sereno non può che chiedere l’abolizione planetaria della pena di morte, senza tuttavia privarsi dei suoi frutti dolorosi, il quotidiano uso dei meccanismi lacrimevoli e pietosi che spingono all’abolizione. L’immagine di Saddam impiccato ha certo rallentato e poi accelerato la domanda nel mercato. Parlare della pena di morte eccita, ci indigna perché l’idea che qualcuno sia giustiziato ci spoglia del sogno che il mondo gioioso annunciato nella Costituzione degli States non solo sia un diritto, ma sia alle porte. Imbavagliata la comunità, l’unica che avrebbe il diritto a imporre la massima pena, ben venga allora la moratoria contro la pena di morte.
Però l’Italia attardata, ma singolarmente in testa nelle opportunità che l’attardarsi impone almeno a immaginare il superamento d’una storia conclusa e agognante altre storie, quell’Italia potrebbe rendersi conto che ben altre moratorie e radicali ripensamenti incombono, più urgenti e molto più difficili e realmente rivoluzionari. Qua si difende il nostro carattere, non grazie alla conservazione di vecchie identità ma per i frutti che esse potrebbero ancora offrire doppiando letteralmente il presente, l’atleta stanco e ultimo che si credeva primo. E’ urgente, è tempo ormai di sfilare all’informazione il vestitino settecentesco e ipocrita del diritto alla libertà di pensiero, diritto sacrosanto ma dentro cui l’informazione e le sue lobbies si celano in modo inverecondo pur di restare intoccabili e pilotare la realtà pilotando la verità. Non si tratta di predicare regole nuove e garanzie, spazi diversi della comunicazione, non si tratta di imporre deontologie ecc.. Occorre ripensare il ruolo dell’informazione “tout court”, di ripensare il suo essere soggetto e oggetto della libertà in una storia che clona all’infinito se stessa e la fonte della propria libertà per cui il vettore essenziale degli accadimenti non sono più le occasioni e gli accidenti, ma le consequenzialità prevedibili e sguazzanti nella broda di fatti calati e cementati in un destino, la rozza consequenzialità senza alternativa del diktat tecnologico e tecnocratico. I cattedratici senza spunti sviluppino la questione: che senso ha la libertà dell’informazione nei confronti di accadimenti non liberi ma incatenati? Che senso ha prendere a martellate una montagna? Esiste l’informazione di un destino? Il destino produce notizie? IL DESTINO PRODUCE NOTIZIE? La risposta è: NO! Le anime belle diranno: ma proprio la libertà dell’informazione impedisce a una storia di diventale destino irreversibile. Fole, solo fole, l’informazione in realtà recita la propria libertà ma essa stessa irrobustisce la trasformazione irreversibile di una storia in destino quando a una storia nuova si impedisce di decollare. Così l’unica e ultima vera libertà è la moratoria contro l’informazione, che non sia l’ingenuo oscuramento del video, il falò della carta stampata, né inventarsi i miti della controinformazione e tanto meno rifugiarsi nel proprio cantuccio. L’informazione va colpita nella sua radice, va colpita denunciando l’impossibilità e l’inutilità di essere informati su un destino che quando rischia di essere pensato e criticato accelera la propria corsa. Dovrebbe far riflettere che la dolorosa e tragica conquista della libertà abbia aiutato la costruzione di un mondo-destino che della libertà non ha più bisogno. Dovrebbe farci riflettere l’ottusità a cui i nostri cervelli sono stati ridotti se scatta il terrore di ammettere questa verità sgradevole. Dovrebbe farci riflettere e indurci a ripensare tutto, e tutto vuol dire tutto, smettendo di informarci e leggere per invece ricominciare a studiare e pensare. Tra le tante bancarelle della pseudocultura dilaganti a Firenze sta lo slogan sciocchino “Leggere per non dimenticare”. L’intelligenza ne prenda le distanze e si impegni col più problematico:“Pensare per dimenticare”.
Marzio Siracusa

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