L’Italia al tempo del coronavirus. Una gran voglia di ritorno alla normalità, di paradossale nostalgia per quello che fino a ieri sembrava tanto irritante: la noia infinita dei talk show eternamente dedicati all’immigrazione, il disagio dei treni pendolari gremiti, il capogiro nei centri commerciali senza una boccata d’aria pura, la coda in tangenziale. Fastidi ora rimpianti, sostituiti da piazze vuote, metropolitane diventate il ventre cavo di un lombrico meccanico, ironie tristi sui saluti senza darsi la mano, smarrimento per un’agenda improvvisamente vuota. Una vita a un metro di distanza, una diffidenza nervosa verso il vicino di posto ma persino di marciapiede. E poi il surreale contrappasso degli italiani respinti nei porti stranieri, proprio noi che gonfiavamo il petto per averli chiusi agli altri.
Poi senti il premier su Facebook che ti ricorda che “siamo sulla stessa barca”, e quella barca ti sembra davvero la nave di Soren Kierkegaard, il pensatore esistenzialista delle ultime pagine del manuale di filosofia del liceo, fascinoso spiraglio di modernità dopo tanti barbosi seguaci di Hegel. Si, quel Kierkegaard che raccontava dell’equipaggio che per protesta aveva destituito il comandante, sostituendolo con il cuoco di bordo, e riceveva dall’altoparlante informazioni non sulla rotta, ma sul menù del giorno.
Ma quando finisce la normalità e arriva la tempesta, le notizie sugli spaghetti alla marinara non bastano più. Si vorrebbe sapere dove si sta andando, quale è la meta, la velocità, l’effetto delle onde che fanno tremare il naviglio. E allora ci si rende conto che le scelte fatte “di pancia” non sono mai le migliori.
E’ uno choc, chissà se diventa un ripensamento. Qualcuno che guidi la nave con competenza comunque ci vuole. Il lusso della politica fai da te, senza selezione, perché uno vale uno, coltivando solo il guicciardiniano “particulare” e dando sempre la colpa a qualcun altro (Europa, banche, caste varie, ora i cinesi) è un lusso che alla fine si paga.
Il debito e il calo del Pil – già ben prima del virus – sono dati oggettivi, e se si fanno solo altri debiti per pagare le promesse elettorali (e altri ancora per rimediare adesso alle emergenze) il dopo virus sarà un gran sollievo, ma il quadro sarà peggiore della normalità precedente.
L’ultimo che ha fatto scelte scomode, Mario Monti, è stato demonizzato e può starci, è la democrazia, ma non si possono fare solo le scelte comode. Abbiamo bisogno di sviluppo e quindi di lavoro, non di leggi oltretutto molto costose per anticipare la pensione di 100 mila lavoratori e altre per tenere sul divano chi potrebbe sostituirli. Salvo poi magari richiamare in servizio medici e infermieri esperti, di cui c’è improvviso bisogno.
E allora la nave di Kirkiegaard diventa la metafora di un Paese che ha immaginato di ribellarsi alla dittatura della realtà, quella delle regole inesorabili: in economia i numeri, e nell’ordinamento sociale i capisaldi dello stato di diritto. Sempre però con la “pancia” accontentata: “spazzare” corrotti anche retroattivamente anziché togliere spazio burocratico alla corruzione (troppa fatica), tagliare il Parlamento anziché le spese clientelari.
Non va lontano una barca col cuoco al comando. La complessità non si ignora solo perché difficile da capire. La “normalità” può bruscamente finire, e allora finisce anche il tempo in cui si poteva andare ad elogiare i gilet gialli che spaccavano le vetrine francesi, e pochi mesi dopo intimare all’ambasciatore di Francia di chiedere scusa per aver violato la sacralità della pizza. Sempre sorridendo a favore di telecamera.
Se ora, sulla nave, suona la sirena dell’allarme, forse dal male scaturisce anche qualcosa di buono. Magari l’equipaggio si accorge che è meglio rimandare il cuoco in cucina. Se poi capita di trovare uno Schettino, capire che non si rimedia mettendo al suo posto il mozzo. Si manda a processo Schettino e chi lo ha scelto, ma in plancia ci va uno più bravo, non il primo che passa.
Già è difficile orientarsi tra gli esperti, anch’essi molto italiani nel contraddirsi, ma la politica buona è tale se li ascolta e poi fa quello che i consulenti proprio non sanno fare: decidere.
Beppe Facchetti

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