
Gentile Senatrice Liliana Segre,
Le scrivo semplicemente come cittadino che si riconosce nella cultura della sinistra e nei suoi storici ideali di giustizia sociale, uguaglianza e difesa degli oppressi, ponendo al vertice di ogni principio la sacralità della vita umana. È da questa prospettiva, e con sincero rispetto per la Sua storia e per la Sua memoria, che Le esprimo la profonda inquietudine per il Suo recente invito ad approvare all’unanimità il DDL sull’antisemitismo. Trovo doloroso che di fronte alle divisioni del Paese e del Parlamento su un provvedimento così delicato, Lei legga tali riserve come semplici steccati ideologici o speculazioni di parte, anziché come una difesa dei principi costituzionali irrinunciabili.
La memoria storica non è un frammento cristallizzato nel passato né un monumento statico alla sofferenza di un solo gruppo umano, ma deve configurarsi come un faro etico costantemente rivolto al presente. Se il ricordo degli orrori culminati nella barbarie del nazismo e nella tragedia dei lager non diventa una lente analitica e un imperativo morale per riconoscere e contrastare l’oppressione degli offesi di oggi, si rischia di scivolare in un’involontaria asimmetria morale. Tale atteggiamento finisce per indebolire dalle fondamenta lo stesso principio universale del “mai più”, riducendolo a una formula retorica priva di efficacia di fronte al ripetersi della violenza sistematica.
Il nostro ordinamento costituzionale dispone già di strumenti chiari e rigorosi — dall’Articolo 3 e l’Articolo 21 della Costituzione fino alla Legge Mancino e all’articolo 604-bis del Codice Penale — per sanzionare con severità ogni forma di razzismo e di odio antiebraico. Introdurre una disciplina ad hoc che ammicca agli esempi più ambigui dell’IHRA rischia di produrre un nefasto cortocircuito: confondere la doverosa tutela delle persone con la protezione da ogni legittima critica verso le azioni di governo e la condotta militare dello Stato di Israele, fino alla responsabilità diretta dei suoi vertici politici e del Primo Ministro Netanyahu. A differenza di chi distingue tra diverse forme di violenza di Stato, non ho alcuna remora a ritenere che la condotta di questo esecutivo risponda alla medesima logica disumana, autoritaria e criminale che ha caratterizzato le pagine più buie del Novecento, e che la storia ci ha insegnato a condannare senza appello.
Non è un caso che in questi giorni centinaia di accademici, docenti, giuristi e illustri esponenti del mondo ebraico abbiano diffuso accorati appelli per fermare questo provvedimento. Le loro denunce non nascono da un’indifferenza verso l’antisemitismo, ma dalla consapevolezza che trasformare il dissenso politico sulla tragedia in corso a Gaza in un reato d’odio significa comprimere la democrazia, creare una pericolosa gerarchia di tutele e, paradossalmente, trivializzare e indebolire la battaglia contro il vero razzismo.
Superare definitivamente qualsiasi impianto che divida la collettività tra esseri umani “degni” ed “indegni” di protezione, ascolto e dignità costituisce l’unico modo autentico per rendere giustizia alla memoria delle vittime del passato. Per queste ragioni, una Sua parola incisiva e partecipe dinanzi alla sofferenza del popolo palestinese e alle istanze di chi difende la libertà di critica rivestirebbe una forza pedagogica e simbolica dirompente. Riaffermerebbe con limpidezza che la memoria della Shoah non è appannaggio esclusivo di una sola comunità, ma rappresenta una responsabilità etica universale impegnata nella difesa della dignità umana, ovunque essa venga calpestata.
In un’epoca segnata dal ritorno della barbarie e dalla rassegnazione della coscienza collettiva, non possiamo permettere che l’etica soccomba alle ragioni della geopolitica o che la dignità umana venga subordinata all’appartenenza identitaria. Confido che Lei voglia accogliere queste parole non come una critica sterile, ma come un accorato richiamo al valore universale dell’umanesimo: un invito a riaffermare che la memoria, per essere vigile e universale, deve tradursi in un impegno costante a stare dalla parte degli oppressi, senza eccezioni né distinguo.
Con profondo rispetto,
Antonio Laraia

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