
La Giornata della Memoria si è progressivamente trasformata in un palco simbolico sul quale l’antisemitismo contemporaneo trova non solo visibilità, bensì una legittimazione rituale. È il giorno in cui social network, stampa e media generalisti si saturano di esternazioni più o meno violente che, sotto la maschera della riflessione storica o dell’universalismo morale, finiscono per colpire gli ebrei in tutte le loro declinazioni: storiche, identitarie, politiche, persino esistenziali.
Da tempo questa ricorrenza solleva interrogativi, non tanto per il suo principio dichiarato quanto per l’ambiguità semantica che la struttura e che apre la strada a derive interpretative di ogni genere. L’indecenza di molti interventi non risiede esclusivamente nell’antisemitismo esplicito o implicito, divenuto occasione per riversare accuse indifferenziate e anacronistiche, bensì in un fraintendimento radicale del suo significato.
La Giornata della Memoria non è pensata per gli ebrei, né per chi porta nella propria genealogia lutti diretti o indiretti, è una giornata rivolta alle società che hanno prodotto, tollerato, amministrato e infine normalizzato lo sterminio.
Non si tratta di commemorare la morte degli ebrei, né di indulgere in una liturgia del dolore. Il suo senso risiede nel ricordare la Shoah e, soprattutto, i suoi meccanismi.
La Shoah costituisce un unicum storico non solo per l’impressionante numero delle vittime o per la brutalità delle torture, elementi tragicamente ricorrenti nella storia umana, bensì per la forma inedita della sua realizzazione: la trasformazione dell’assassinio di massa in processo industriale e, in modo ancora più perturbante, in procedura burocratica.
La Shoah mostra fino a che punto la violenza possa essere canalizzata, ottimizzata, resa efficiente attraverso l’organizzazione, la razionalità amministrativa, la frammentazione delle responsabilità. Le stesse categorie di ordine, metodo e pianificazione che avrebbero potuto essere orientate verso la conoscenza, il progresso materiale o il miglioramento delle condizioni di vita vengono piegate alla produzione sistematica della morte.
In questo consiste il suo valore paradigmatico. La Shoah non è una celebrazione né un atto di pietà tardiva: è un monito strutturale, una dimostrazione storica di ciò che diventa possibile quando l’etica viene sospesa e la tecnica si emancipa da ogni vincolo morale.
Ridurla a pretesto polemico, a occasione per proiezioni ideologiche o a strumento di ostilità contro gli ebrei non rappresenta solo un tradimento della memoria, bensì la conferma attuale di quel medesimo meccanismo di rimozione e di deresponsabilizzazione che la Giornata dovrebbe, impedire.
David Pacifici

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