Paolo Mieli, due volte direttore del Corriere della Sera, va sempre tenuto d’occhio per capire cosa potrebbe accadere nel nostro Paese. Non solo è studioso e appassionato di Storia. E’ anche persona che nella storia ha tendenza a volersi ricavare un proprio spazio.
Un paio di volte ci è pure riuscito. Negli anni di Tangentopoli era una sorta di maestro concertatore che da direttore, prima della Stampa, poi del Corriere, orientava la macchina del fango tesa a colpire e abbattere i politici della prima repubblica. Lo racconta, con dovizia di particolari, Piero Sansonetti, all’epoca vice di Veltroni alla guida dell’Unità, nel suo libro La sinistra è di destra (Rizzoli): “… il pomeriggio, verso le sette – sempre! – partiva un giro di telefonate tra i direttori, o i vice, o i capiredattori. Si discuteva su come aprire i giornali, quali notizie mettere in prima pagina, che taglio dare ai commenti e tutto il resto”. Di questa micidiale orchestra, il numero uno era Mieli ed il numero due, Veltroni. All’epoca, racconta l’ex vicedirettore del quotidiano del Pci, «l’alleanza tra la Stampa, Repubblica, il Corriere della Sera e l’Unità (ai quali si associarono, con un ruolo del tutto ancillare, altre testate, come il Messaggero e, alla fine, anche il Giornale di Montanelli) non era una cosa generica.
Altra “impresa” di Mieli nel 1994, quando il Corriere della Sera sparò un micidiale colpo di bazooka contro l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: si tratta del famoso “avviso di garanzia”, con titolo a tutta pagina in pieno svolgimento del vertice di Napoli con i grandi del Mondo. Berlusconi lo aveva ospitato per consacrarsi a livello internazionale, Il Corriere ne fece occasione per affossare l’ambizione del Cavaliere e, sperava Mieli, per levarselo di torno.
Oggi, il pluridirettore non è più alla guida di giornali: scrive ponderosi articoli, tiene corsi di storia, ma non ha deposto l’ambizione di essere all’interno dei processi della storia. Ed ha, per il momento, sempre tramite il Corriere della Sera, sparato una doppietta che ci avverte di un imminente nuovo cataclisma politico e, forse, giudiziario.
Ci ha ricordato, con un primo articolo, quanto accadde, in America, al Parco di Yellowstone nel 1988: un incendio gigantesco, indomabile. Tanto che, alla fine, venne presa la decisione di dare fuoco al fuoco, anzichè tentare di spengerlo. Ci fu così – ci ricorda Mieli – un processo naturale di selezione. Ed il parco di Yellowstone è ora più bello e più popolato di piante e animali che pria. A seguire, dopo qualche giorno, il secondo articolo. Raccontava le visissitudini di Ilaria Capua, scienziata, virologa, poi anche parlamentare di Scelta Civica. Un paio di anni fa venne travolta da una valanga di accuse da una inchiesta giudiziaria, prontamente riportate da tutti i giornali. Dovette piantare tutto e tornarsene in America per esercitare le sue capacità di scienziata. Qualche giorno fa, come capitato a tantissimi italiani, il pieno proscioglimento della prof. Capua. Mieli, nel suo articolo, rilevava come nessuno avesse chiesto scusa alla ex inquisita, salvo una collega parlamentare grillina che, nel pieno della tempesta giudiziaria e mediatica, ne aveva chiesto le dimissioni con toni accesissimi. Quasi silenzio di tomba, invece, scriveva scandalizzato Mieli, da parte degli altri giornali e dei magistrati che la avevano accusata.
Naturalmente, l’ex direttore del Corriere sa benissimo che la stessa cosa è toccata anche ai tanti che proprio il suo giornale, sotto la sua direzione, aveva linciato moralmente e ridotto alla disperazione, salvo poi dimenticarsi le scuse e, sopratutto, le notizie delle assoluzioni con lo stesso rilievo.
Ma a Mieli, con i due articoli citati interessava affermare che nella politica italiana ci vuole un grande incendio come quello di Yellowstone. E che i grillini (che sanno chiedere scusa) hanno ormai preso la patente per guidare il Paese.
Così, siamo tutti avvertiti: la teoria dell’ultima spiaggia a giustificazione di Renzi è stata abbandonata dai potentati economici e borghesi; e i 5Stelle sono in grado di assicurare il ricambio. Insomma, hanno il gradimento. Del resto, tanti anni fa, riservatamente, molti industriali italiani che avevano prudentemente portato i loro capitali all’estero, ostentavano le loro aperture nei confronti del PCI, all’epoca rigogliosamente stalinista.
Tutto ciò, da un lato ci fa un po’ senso. Dall’altro ci rassicura. Sappiamo, infatti, che il PCI non andò mai al potere; che Tangentopoli ebbe uno sviluppo diverso da quello preventivato dai suoi orchestratori; e che Berlusconi, dopo l’avviso recapitatogli nel ’94 dal Corriere, ebbe occasione di tornare trionfalmente in sella. E che questi signori sono bravissimi a fare i buchi, ma quasi mai vengono loro anche le ciambelle.

Bene rileggere un articolo dopo cinque anni, e mi domando come in tanto tempo non si sia compreso che Mieli è uno dei tanti mediocri catapultati non si sa da chi e come, uno storico da propaganda che cita e chiama a sostegno barzellettieri/e, uno che davvero si crede un’autorità intellettuale, un altro Riotta!
Beh, il mielismo mi sembra una malattia nazionale, consistente nel deragliamento etico e intellettuale degli strumenti e obiettivi. Mi chiedo ad esempio che fine abbiano fatto quei ridicoli circoli “Tony Blair” nati in odore di renzismo fanatico, non dimentichiamo le stucchevoli riprese dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi che da sindaco mangiava felice la pizza col Balir, assunto a suo modello per ignoranza e perché neocattolico. Dei circoli ” Tony Blair ” da un po’ non si parla più, tanto meno ora che la commissione inglese Chilcot ha praticamente accusato il neo cattolico Blair d’essere stato un criminale di guerra in collusione con Bush padre e Bush figlio nello scatenare la prima guerra del golfo, che in vent’anni ha portato alla guerra in Siria, all’invenzione dell’Isis e al massacro di oltre mezzo milione di civili, massacro che sta scivolando in occidente, nonché all’invasione del nostro territorio nazionale da parte dei cosiddetti profughi, mentre milioni di boldrinacce ne vanno in brodo di giuggiole. Per molto meno Milosevic e Karadzic sono stati condannati come criminali di guerra dal tribunale dell’Aja. Ma una spiegazione c’è, ai massacri nella ex Jogoslavia poteva essere pigramente applicato il paradigma di Norimberga, Ma a un primo ministro della nazione maestra storica di parlamentarismo, che da servo della Casa Bianca mente e scatena una guerra quale paradigma applicare per giudicarlo? Nessuno, quindi cominciamo a leggere la Brexit come un evento assolutamente positivo su cui non ritornare per saecula saeculorum. Con buona pace degli ex circoli ” Tony Balir “!.
Una parola sola: E’ un falsificatore!
Non è neppure necessario,probabilmente,fare elenchi di benemeriti del “mielismo”.Quella speciale categoria che comprende supponenti conoscitori – per come in materia si può esserlo – della storia europea e mondiale ed usarla a mò di clava per abbattere,o per scalfire soltanto,situazioni e forme di governi e fenomeni politici incombenti od in maggiore evidenza.La specialità della categoria è:chiacchere tante,suggerimenti e proposte niente,confusione in abbondananza!Mettendo da parte i “mieli”, affidiamoci ancora – malgrado tutto – alle forme e proposte della politica tradizionale,dalla socialdemocrazia od al conservatorismo liberale,per far validamnte fronte alle nuove ondate di barbari sul proscenio della politica.Ed anche sul retro!
il solito pseudointellettuale che simpiega al vento che tira
Interessante? Divino!!Come sempre Nicola Cariglia riesce ad affrontare ed analizzare i veri e reali problemi della nostra povera Italia.Purtroppo, e’ la soluzione agli stessi che risulta impervia a chiunque venga messo lì, a governarci.
D’altra parte mi pare di ricordare che Mieli avesse sempre avuto una qual certa simpatia per le ..stelle, che fossero 5 o a cinque punte!!!O mi sbaglio?