Sono andato a trovarlo, nei primi giorni di giugno, al convitto dove vivono i preti anziani, sul viale Machiavelli. Camminava nel piccolo giardino aiutandosi con un bastone, assistito dal suo segretario monsignor Innocenti. Conosceva la malattia che aveva addosso ma finche’ le forze lo hanno sorretto, non ha mai smesso di andare da chiunque chiedesse la sua presenza. Dalle suore di un convento, a una processione religiosa, alla presentazione di un libro. Abbiamo parlato per parecchie ore, ricordando momenti importanti della sua vita.
Mi ha accolto con il solito entusiasmo. Io sono uno dei suoi ragazzi, cresciuti a Castelfiorentino negli anni Sessanta e Settanta, i piu’ stimolanti e contraddittori del Dopoguerra. Probabilmente anche fra i piu’ difficili per un prete e per una generazione di giovani che sbatteva i propri dubbi contro Sessantotto e gli anni di piombo, il referendum sul divorzio e la rivoluzione postconciliare. L’esperienza di parroco a Castelfiorentino – paese di frontiera: era il comune piu’ rosso d’Italia – ha lasciato un tatuaggio incancellabile nelle scelte pastorali di Piovanelli. Sara’ stata l’origine contadina, l’affinita’ con il cardinale Dalla Costa che mostro’ il petto contro fascismo e nazismo, Piovanelli aveva gia’ maturato durante il seminario la vocazione al dialogo. Con tutti. Era capace di affrontare la durezza del dogma comunista – allora era fortissimo nella provincia fiorentina – con la forza degli argomenti del vangelo e la convinzione che parlando e ascoltando si trovava sempre un punto d’incontro. Si era sentito anche contestato come parroco, ma aveva trovato la conferma che la strada scelta era quella giusta, perche’ prima o dopo i suoi parrocchiani finivano sempre per cercare da lui una parola di conforto, un consiglio, un aiuto e, da ultimo, anche una benedizione. Ed erano sempre accolti a braccia aperte, soprattutto i piu’ semplici e i poveri. Come la famiglia dalla quale proveniva. La mamma Rosa, che faceva la lavandaia, lo ha accompagnato fino in arcivescovado, e ha continuato ogni giorno a uscire con la sua borsa per andare a far la spesa, in piazza del Duomo a Firenze come a Ronta di Mugello e a Castelfiorentino.
Rileggendo le sue parole, e conoscendo i comportamenti e gli esempi che hanno distinto la sua vita, a guardia primaria della povera gente, non possiamo non trovare una straordinaria affinita’ con quanto oggi Papa Francesco dice del popolo di Dio e della Chiesa che ha il compito di guidarlo con umilta’.
L’umilta’ autentica, non solo di parole, che Piovanelli ha conservato fino alla fine. E che gli e’ valsa l’etichetta di progressista – o vescovo di sinistra – con cui e’ stato spesso considerato papabile.
Quando ci siamo salutati, gli ho chiesto come avrebbe voluto essere ricordato. Lui ha risposto cosi, semplicemente: “Un prete”.
Marcello Mancini
(Pubblicato su La Nazione)

Lascia un commento