
Trentatré anni. Trentatré anni da quel 19 luglio 1992 in cui la mafia assassinava il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta con novanta chili di tritolo, nel cuore di Palermo. Trentatré anni e ancora oggi le Istituzioni recitano il loro copione: corone di fiori, parole solenni, tweet di circostanza. È il teatro della memoria, quello pulito, istituzionalizzato, inamidato. Quello che consente alla coscienza pubblica di sopravvivere, mentre il Paese, in realtà, ha smesso da tempo di onorare davvero la lezione di Borsellino.
Perché Borsellino ,lo si dica chiaramente ,non è morto solo per mano della mafia. È morto anche per le connivenze, per le omissioni, per i silenzi, per i depistaggi istituzionali, per i tradimenti dentro lo Stato. Per quello che ancora oggi continuiamo a non voler vedere.
Sergio Mattarella parla di “lezione di dignità e legalità”. Meloni twitta: “Il suo esempio vive ogni giorno”. Ma vive dove, precisamente? Nelle mani dei governi che varano decreti sicurezza per criminalizzare la protesta? Nelle bocche di chi oggi sostiene leggi bavaglio per imbavagliare la stampa, impedire le inchieste, oscurare le verità scomode? Vive nella sanità allo sfascio, nel Mezzogiorno lasciato alla desertificazione democratica e sociale, nei fondi tagliati alla scuola pubblica e destinati a clientele private?
E soprattutto: vive nella complicità morale di uno Stato che si dice “contro ogni forma di mafia” ma che strizza l’occhio ai poteri criminali ogni giorno, legiferando a vantaggio dei colletti bianchi, proteggendo gli evasori, tutelando chi inquina e devasta i territori in nome del profitto?
La mafia non è più solo tritolo e lupare. È finanza, appalti, ecomafie, corruzione sistemica, politica opaca, clientele elettorali. È dentro i consigli comunali, dentro le giunte, negli studi legali e negli appalti pubblici. È nella nuova borghesia mafiosa che fa affari in cravatta, che parla il linguaggio della modernità, che si traveste da impresa, da fondazione, da lobby. È quella che non spara più, ma compra. Compra silenzi, consenso, immobili, pezzi di giornali, coscienze, voti.
Ed è questa mafia , quella che non si vede, quella che ci governa , che rende la memoria di Borsellino un feticcio sterile, buono solo per i discorsi d’aula e per le commemorazioni annuali.
E allora diciamolo: appoggiare Israele in un genocidio non è forse una forma di mafia internazionale?
Usare la forza militare per reprimere, uccidere civili, radere al suolo città intere in nome della “difesa” e poi sedersi ai tavoli della diplomazia senza mai rispondere politicamente del sangue versato… Non è questa una forma di mafiosità globale? Di criminalità politica impunita, travestita da “geopolitica”? Paolo Borsellino non avrebbe mai taciuto davanti a un massacro. Noi, invece, abbiamo imparato a convivere con il rumore del silenzio.
Quando uno Stato impone la legge del più forte, reprime le piazze, manganella studenti e operai, introduce norme per azzittire chi osa criticare il potere, non si sta difendendo la legalità: si sta esercitando un autoritarismo mafioso. Quando si propaganda odio sui migranti per guadagnare consenso, quando si mentisce sulle tasse, sulle pensioni, sulla sanità, quando si chiudono ospedali e si aprono centri commerciali, quando si distrugge il lavoro e si idolatra il profitto: tutto questo è criminalità organizzata.
Onorare Paolo Borsellino non è citarlo. È imitarlo. È pagare il prezzo della verità. È scegliere la giustizia anche quando fa male, anche quando costa voti, amici, alleanze. È avere il coraggio — come lo aveva lui — di guardare in faccia anche la propria parte di responsabilità, anche dentro lo Stato.
Le istituzioni che oggi lo celebrano dovrebbero tacere un istante, guardarsi allo specchio e chiedersi: cosa stiamo facendo noi della sua eredità? Stiamo proteggendo i testimoni di giustizia? Stiamo sradicando davvero le mafie dai territori o ci limitiamo ad arrestare le comparse mentre gli sceneggiatori siedono nei consigli d’amministrazione?
La risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. Ma è più comodo non vederla. Più comodo fare il tweet, indossare la cravatta nera, mettere la corona sotto la lapide. Poi, domani, si ricomincia: con le lobby, gli affari, le connivenze, i silenzi.
Se Paolo Borsellino fosse vivo oggi, forse sarebbe in esilio. Forse verrebbe bollato come sovversivo. Forse qualcuno direbbe che “non ha rispetto per le istituzioni”. Quelle stesse istituzioni che, ieri come oggi, non hanno avuto rispetto per lui.
E allora ricordiamolo, ma non con le parole. Ricordiamolo con il coraggio. Con la giustizia. Con la verità. E con la disobbedienza civile, quando lo Stato smette di essere giusto.
Perché come diceva proprio lui, “non ho bisogno di parole, ho bisogno di verità”. E questa verità, oggi più che mai, è il nostro dovere.
Per non provare vergogna.
Daniela Piesco

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