
Un raid israeliano ha colpito per errore la parrocchia della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica di Gaza. Tre le vittime e tra i feriti anche padre Gabriel Romanelli, il parroco che ogni sera parlava con Papa Francesco per raccontargli la realtà di un popolo sotto assedio. L’episodio ha scosso più di un palazzo del potere. Netanyahu, in ritardo ma costretto dalla pressione internazionale, telefona a Papa Leone XIV per scusarsi. Lo fa solo dopo che il Santo Padre aveva già parlato con Donald Trump, in uno di quei giri di telefonate che rivelano come il peso della coscienza si muova più lentamente di quello della diplomazia. Intanto il cardinale Pizzaballa entra a Gaza con aiuti e promesse, dichiarando che i cristiani “non saranno mai lasciati soli”. Ma le parole arrivano su un terreno bruciato, fisicamente e moralmente. La premier Meloni interviene. Non è chiaro se per condannare l’intera campagna militare israeliana – che da due anni macina vittime civili, spesso bambini – o solo per prendere le distanze, almeno di facciata, dall’attacco alla chiesa. La sua dichiarazione sembra più un riflesso condizionato che una posizione politica. Tre morti scuotono le coscienze, è vero. Ma dall’inizio del conflitto, i civili uccisi sono decine di migliaia. Metà erano bambini. La risposta dell’Occidente? Quasi nulla. Silenzio sulle razioni d’acqua, sull’assedio del pane, sull’annientamento quotidiano. Solo le immagini e le parole dei giornalisti in prima linea hanno rotto, a fatica, il muro dell’indifferenza. Ora che l’unica chiesa cattolica di Gaza è stata colpita, qualcosa si incrina. Forse una tregua. Forse una pace armata. Forse solo il bisogno di mostrare, per un istante, che non siamo completamente anestetizzati. Il ferimento di padre Romanelli – l’uomo che ogni sera aggiornava il Papa con la voce spezzata dalla fatica e dalla fede – non sarà dimenticato. Il suo legame con Francesco, la loro preghiera quotidiana, è diventato un simbolo. E i simboli, a volte, hanno più forza delle bombe. Ci voleva questo: un’immagine chiara, dolorosa, impossibile da giustificare. Una chiesa colpita, un parroco ferito, la voce della fede zittita nel rumore delle armi. Ci voleva questo per iniziare a scalfire il castello di parole e propaganda che tiene Netanyahu ancora in piedi, dal 7 ottobre 2023, sospeso tra il sangue delle sue vittime e quello, straziante, dei bambini palestinesi massacrati per vendetta.
Francesco e Gabriel ne parlavano ogni sera. Ne hanno parlato anche poche ore prima che il Pontefice morisse. Sapevano che la guerra perde senso quando tocca i simboli. Forse ora lo capiranno anche gli altri.
Angelo Santoro

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