
Da un po’ di tempo in qua Laura Boldrini si è scoperta un’insospettabile vocazione pedagogica. La maestrina di Montecitorio si è armata così di matita rossa e blu – a dire il vero, più rossa che blu – e sempre più spesso rivede le bucce a coloro che le stanno di sotto, sui banchi del governo. Ormai si personalizza tutto. Perciò non stupisce che tratti come uno scavezzacollo soprattutto il presidente del Consiglio. Che notoriamente non ha la pazienza di Giobbe e le cose non le manda a dire. La sua tesi, con grande scandalo dell’ultrasinistra, è che la Boldrini scientemente è uscita “dal suo perimetro di intervento istituzionale”. Visto e considerato che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, il premier sospetta che assieme con Landini intenda dar vita a un partito alla sinistra del Pd. Auguri e figli maschi.
Intendiamoci, non è uno scandalo che un presidente di assemblea parlamentare veda come il fumo negli occhi la decretazione d’urgenza. Tanto più che tutti i governi presentano di norma al disegno di legge di conversione un maxiemendamento sul quale pongono la questione di fiducia. Così si elude l’articolo 72 della Costituzione, secondo il quale una legge va approvata articolo per articolo e non in blocco, e si strangola il dibattito parlamentare. Più volte i predecessori della Boldrini hanno lamentato questo stato di cose. Fatto sta che la predica del numero uno di Montecitorio non ha le carte in regola. Difatti è dal luglio dell’anno scorso che l’apposita giunta ha licenziato per l’aula incisive modifiche al regolamento della Camera tali da ridurre drasticamente il numero dei decreti. E questo perché assegna tempi certi alla votazione dei disegni di legge governativi. Un buon testo, nel complesso. Di grazia, perché la sullodata presidentessa non si adopera per sottoporre all’assemblea una normativa che con ragione considera importante? Non è forse vero che la sua inerzia fornisce un alibi al governo? Comunque sia, Renzi ha promesso di limitare il numero dei decreti anche per un riguardo nei confronti del capo dello Stato. Che, come Luigi Einaudi, senza piazzate ha messo discretamente in guardia chi di dovere.
La signora maestra non si limita però a denunciare da un pulpito sospetto tutto questo. No, si permette di sindacare il merito dei provvedimenti di governo. E questo francamente è troppo. Lamenta che sul decreto legislativo relativo al lavoro il governo ha disatteso il parere delle commissioni competenti, sorvolando sul fatto che il suddetto parere è sì obbligatorio ma non vincolante per il governo. Rubando il mestiere a Sergio Mattarella, ha contestato l’intenzione dell’esecutivo, che non ha avuto seguito, di procedere alla riforma della Rai per decreto legge. E a questo punto non poteva mancare la ciliegina sulla torta. Già che c’era, facendo a Renzi una fotografia formato tessera, ha demonizzato l’idea dell’uomo solo al comando. E qui, gratta gratta, viene allo scoperto una concezione delle istituzioni vecchia come il cucco.
Per decenni abbiamo avuto una democrazia in definitiva acefala. Senza capo né coda. E un presidente del Consiglio che, rispetto ai suoi colleghi di governo, era un semplice primus inter pares. Ma da quando si è affermata la democrazia maggioritaria, grazie alla dismissione della legge elettorale proporzionale, senza scandalo a Palazzo Chigi abita in buona sostanza un primus solus. Come del resto avviene nelle più consolidate democrazie. A cominciare da quella britannica, dove il leader del partito in caso di vittoria elettorale diventa automaticamente capo del governo. Ma la maestrina non ci sta. A darle retta, la nostra democrazia dovrebbe continuare a essere una mosca bianca. Quasi che il passato non dovesse passare mai.

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