Chi ha paura del mare aperto? Tutti: chi più, chi meno. La paura è un sentimento umano e non bisogna vergognarsene. La differenza è in ciò che succede dopo, nella reazione: cercare di comprendere i fenomeni e guardare al mare aperto (quello reso sempre più tale dalla cosiddetta globalizzazione) con fiducia, come ad un ambiente naturale, dove accanto ai problemi e ai rischi si pongono nuove opportunità di crescita e miglioramento, dove certamente prendere delle decisioni comporta assunzione di responsabilità? Oppure (continuare a) coltivare la pretesa di controllare la situazione e gli eventi, confidando di costringerli entro progetti prestabiliti, inseguendo un bisogno e un modello di sicurezza e ritenendo che debba essere comunque realizzato essendo per definizione il bene (per tutti)?
Avendo vissuto con partecipazione (ma egualmente avulso dalla percezione di una tragedia come dall’esaltazione di un trionfo) gli sviluppi immediati della decisione presa dal 52% degli elettori britannici, giungo perfino a ipotizzare che le due possibili reazioni corrispondano a diversità antropologiche. Non si comprendono altrimenti certe reazioni stizzite dei vertici UE e di vari esponenti politici europei, il cui tono è parso invariabilmente ispirato alla domanda (inespressa): “come si sono permessi? Si sono anche letti giudizi ingenerosi su David Cameron e qui mi limito a riportare le parole di Vittorio Emanuele Parsi (“Un’Europa di fuggitivi e derive populiste”, Il Sole24 Ore, 25 giugno 2016) secondo cui lo criticano “per aver lasciato votare il popolo (sovrano) sul futuro di quel bene (la sovranità, appunto) di cui esso è il detentore di ultima istanza”. Qualcuno, tra cui l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (d’altronde ex-comunista), ha definito “incauto” promuovere un simile referendum, sul presupposto che un ‘no’ o un ‘si’ mal si prestano a rispondere a problemi complessi. E’ la proverbiale presunzione del professionista politico di lungo corso, che ritiene di possedere una conoscenza e una razionalità superiore al quisque de populo, quando è evidente che un gruppo sociale (come un partito o un’elite politica) assume decisioni avendo come esclusiva preoccupazione il rafforzamento del sodalizio. Questa, e non altro, è la ‘superiore razionalità’. La volontà di controllo sulle vite degli altri nasce dall’esigenza che il potere non sia incrinato: l’area dell’intermediazione (che in politica assume il titolo altisonante di rappresentanza) è sovente presidiata da un potere saccente, autoreferenziale, incapace di ascoltare le persone e leggere i fatti. C’è anche Mario Monti (d’altronde ‘liberale’), campione del pensiero burocratico, che ritiene che l’Unione europea debba reagire accelerando il processo di unificazione… come? Partendo (non ne dubitavamo) dalle politiche fiscali. Altri esponenti politici hanno invocato l’unità dei socialisti, dei popolari e dei liberali europei, tutti insieme per varare con nuove decisioni un piano di massicci investimenti pubblici – oltre quanto già deciso, dando seguito alla solita follia pianificatrice e redistributiva. E’ la ‘fortezza Europa’ (quella le cui mura racchiudono partiti e istituzioni) che chiama a raccolta sé stessa per serrare le fila e affrontare l’assedio.
Allora, si può domandare, ti convincono i Farage, i Wilders, le Le Pen? Direi proprio di no. Non sono campioni di libertà neppur’essi, sono anzi pesantemente ammorbati di nazionalismo – qualcosa di simile a ciò che Stefan Zweig ha chiamato “l’infezione dell’entusiasmo patriottico” – e del resto sono comunque politici. La loro missione è cogliere gli umori vivi delle nazioni e costruirvi trend elettorali per acquistare consenso e andare a governare. Non abbiamo di che fidarci né di che abbandonarci ad essi, in alcun modo. Tuttavia, nella misura in cui agevolano la destrutturazione dell’architrave unitaria, contribuiscono al processo che impone agli europei un radicale ripensamento del loro modello di convivenza.
Se con il referendum del 23 giugno si è aperta una stagione ulteriormente gravida di incognite, perché sconvolgerci? Non è in fondo il cambiamento la nostra condizione abituale? Perché essere fedeli a schemi mentali che si rivelano obsoleti? E poi, ha proprio un volto così brutto l’incertezza che vieppiù si dischiude all’orizzonte? E’ proprio, per essa, così tutto compromesso? Non bisogna partecipare alla festa delle emozioni (o mozioni) altrui, non è cosa buona; è più saggio fare la conoscenza con (le tesi di) Nassim Nicholas Taleb, autore di “Things that gain from disorder”: afferma Taleb che, contrariamente all’opinione prevalente, i sistemi complessi (società, mercati, ecc.) non hanno bisogno di strutture e di regole complicate, né tantomeno di politiche astruse; è la stessa lectio, mutatis mutandis, del prof. Richard Epstein in “Regole semplici per un mondo complesso”. Taleb ha coniato il termine ‘antifragile’: un sistema è antifragile – cioè resistente, efficiente, persino vitale – quando, astenendosi dal regimare l’evoluzione, cresce grazie agli errori, alla casualità e, appunto, all’incertezza. L’interventismo statale vorrebbe per l’appunto tagliare l’alimento all’evoluzione, per ‘governarla’; così facendo, come ha spiegato Ludwig von Mises, l’intervento statale non fa che autoalimentarsi, generando ulteriori criticità cui torna a dover rispondere con nuovi interventi, in una spirale di decisioni improvvide che si accumulano a partire da basi cognitive fallaci.
Non c’è la minima possibilità di paragonare il fascino del mare aperto alla ottusità delle “illusioni sovietico-harvardiane” (come le chiama Taleb). E poi non ne possiamo più di queste favole e degli illusionisti che le propinano.
Quella del referendum britannico è – con buona pace dell’esercito di apprendisti stregoni – una lezione severa di libertà, anche se molti cittadini avranno votato in preda alla paura, all’insicurezza, alla presunzione: una decisione non tutta bella, né tutta brutta ma di libertà. Abbiamo preso atto e potremo valutarne tutte le conseguenze positive e negative, le luci e le ombre, senza partigianerie, con l’umiltà di accettare il risultato. Non sembrano coerenti coloro che fanno della libertà una bandiera politica e poi la ammainano frettolosamente quando intuiscono che le conseguenze del suo esercizio muoveranno lungo direzioni non gradite. Per questo è ‘severa’ la sua lezione, perché l’approccio utilitarista non le è congeniale ed essa si impone come istanza etica, ancor prima che politica.
La Gran Bretagna aprirà verosmilmente, nel rispetto delle procedure codificate, il processo di separazione. Non è escluso che Scozia e anche Irlanda del Nord vorranno a loro volta secedere dal Regno Unito per aderire all’Unione europea. Ne hanno il diritto, se i loro cittadini lo chiederanno. Perché spaventarsi di questa scomposizione e ricomposizione? Milioni di individui vivono già in quel ‘mare aperto’, è tempo di riportarvi anche le istituzioni sociali, liberandole dal mito della intangibilità.
La sfida del XXI° secolo potrebbe essere l’ampliamento della sfera di libertà e di crescita delle persone: consentire loro di riprendere il controllo delle proprie vite. Forse è un sogno ma è all’altezza di tutti coloro che credono appassionatamente alla libertà. D’altronde, come ha felicemente osservato Alberto Felice De Toni (“Ecco il futuro che ci verrà addosso”, ‘Domenicale’ de Il Sole 24 Ore, 13 ottobre 2013), Martin Luther King rivolgendosi agli afro-americani disse “I have a dream” e non “ho un piano quinquennale”.

Lascia un commento