Se, come tutti gli osservatori sostengono, applicando la legge elettorale riscritta dalla Consulta, al massimo con qualche piccolo aggiustamento, si va di sicuro all’instabilità politica e quindi a guai economici e sociali assai pesanti, perché mai l’argomento legge elettorale non è più urgentissimo?
Rispondere a questa ingenua domanda è diventato difficile. C’è qualcosa di inconfessabile che non viene spiegato, e l’unico interesse che si vede con chiarezza è quello di tutti i partiti di contarsi in modo proporzionale per poi giocare le carte di ciascuno in un ipotetico dopo. Ma forse è solo miopia, perché quel dopo potrebbe essere il ritorno a governi tecnici provvisori ed elezioni a ripetizione, tipo Spagna.
Si può anche comprendere l’interesse particolare dei partiti populisti, sovranisti, anti Europa, a rendere fin d’ora ancor più ingarbugliata la situazione, bloccando qualsiasi azione che possa rimettere ordine al sistema, pur agitando la richiesta di elezioni.
Più i loro avversari dimostrano incertezza e scarso coraggio, più ne guadagnano elettoralmente – per ora divisi, poi non si sa mai, magari uniti -, e certo non ci conforta la previsione di un importante commentatore come Aldo Cazzullo che se la cava dicendo che è probabile che alla fine vadano a governare i grillini, ma poi dureranno solo sei mesi e arriverà il Fondo monetario internazionale…
Sulla pelle del Paese, della sua economia, del lavoro dei suoi giovani non possiamo scherzare e far dipendere il nostro immediato futuro prima da un rammendo della Corte Costituzionale e poi dalla severità della troika, con relativa corsa ai bancomat per approvvigionarsi di euro, sapendo che lirette e dracme sarebbero immediatamente carta svalutata.
Ma, per ora, una maggioranza Grillo-Salvini ancora non c’è, e forse c’è tempo per evitare la trappola del sistema tripolare, quello di tre forze equivalenti, con una sola di esse in grado forse di raggiungere il fatidico 40%.
Sarebbe comprensibile questa inazione sulla nuova legge elettorale se ci fosse già un successivo accordo politico per un nuovo bipolarismo: da una parte i moderati e i riformisti, dall’altra i populisti.
E’ però un’ipotesi impraticabile, visto che il PD è ancora lì a discutere se stare con Alfano o con Pisapia e dintorni (esodati ex PD compresi) e Forza Italia cerca il recupero dell’alleanza con la Lega sperando nella quadratura del cerchio: mettere insieme l’europeismo del PPE e il lepenismo.
Ipotizzare una futura alleanza di governo all’insegna di una riedizione delle larghe intese si potrebbe fare in Paesi forti come la Germania (tre mesi di discussione e poi però governo di ferro tra cristiano democratici e socialisti), oppure in Francia dove è proprio la legge elettorale che dovrebbe costringere gli elettori a mettersi d’accordo al secondo turno. Ma da noi queste cose magari si fanno (vedi governi Monti e Letta) e magari si forzano (vedi acquisizione dei verdiniani), ma non si dicono prima delle elezioni.
Ma allora perché no almeno ad un tavolo riformisti-moderati per fare una legge elettorale decente, che recuperi quel tanto di maggioritario che possa consentire agli elettori l’opzione tra candidati potenzialmente credibili? In questo Parlamento, sia pur eletto in modo incostituzionale, i numeri ci sarebbero, a differenza del prossimo.
Sia il PD che il centrodestra hanno un personale politico che potrebbero sperare di spuntarla, in collegi uninominali, contro gli sconosciuti pentastellati (si veda il caso della scelta del sindaco di Monza, 20 voti 20 sul web), con il vantaggio per gli elettori – dopo tanti anni – di vedere in faccia i loro rappresentanti.
Se la gara torna ad essere tra i soli simboli con il volto del leader maximo, abbiamo già visto che il partito del vaffa è più forte.
Sappiamo bene che anche sulle regole elettorali l’egoismo degli uni e degli altri porta a divergere, e che il cosiddetto Mattarellum voluto da Renzi è stato solo un espediente per guadagnare tempo e vincere il referendum.
Ma se poi il referendum è stato perso e il cosiddetto Italicum è stato maltrattato dalla Consulta, non per questo è stato stabilito in modo rigido e indiscutibile che quella specie di puzzle sia il verbo, tanto più che ci sarebbe comunque da pensare al Senato.
Purtroppo, la Consulta non ha bocciato i capolista bloccati e questo ingolosisce le segreterie di partito, facendo intravedere la possibilità di costruire ancora una volta a tavolino il futuro Parlamento.
A cosa servirebbe però questo distillato uscito dagli alambicchi del retrobottega di partito, se poi si fa nascere un Parlamento impotente, che va rifatto al più presto?
E, ipotesi non peregrina, se il tavolino fosse collocato nel salotto buono della villa genovese di Beppe Grillo?

“….sapendo che lirette e dracme sarebbero immediatamente carta svalutata…” Ne è proprio sicuro, Facchetti? Quando si cominciò a parlare di Brexit, molti commentatori espressero previsioni più che fosche sul futuro della sterlina: oggi, la moneta del RU è tra le più forti del mondo…..
e quindi urge una legge elettorale uninominale per la Camera
e per il Senato un unico collegio elettorale nazionale