Costretti a trarre una qualche forma di morale dalle sortite verbali e scritte elargiteci con eccessivo sprezzo del ridicolo da Bersani in difesa del Pd, non possiamo fare a meno di rifarci alla memorabile chiosa che fece il Marchese del Grillo al suo assoluto ed altrimenti ingiustificato potere: “perché io sono Io, e voi nun siete un cazzo” – e ci perdonerete la fedele trascrizione, ma in questi giorni abbiamo letto di molto peggio almeno dal punto di vista dell’onesta’intellettuale.
Non ci stupisce affatto, e lo diciamo subito, quanto sta emergendo dalla cosiddetta Tangentopoli rossa, non solo perché non abbiamo mai creduto al presunto mito della superiorità morale della sinistra ed alle eventuali “mani pulite” di chicchessia, ma perché vivendo in Toscana da tutta una vita abbiamo toccato con mano la pervasività di un sistema di occupazione del potere esteso ad ogni livello amministrativo messo in atto dalla sinistra stessa in una delle sue regioni roccaforte, dunque non fingeremo il minimo trasalimento, semmai prendiamo atto di un ritardo persino eccessivo nell’emersione di un fenomeno che sconfina pari pari nel malcostume e che fin qui pareva non attirare, chissà perché, l’attenzione di nessuno.
Non ci stupisce nemmeno, a dire il vero, la reazione scomposta di Bersani che, mancando e non da ora di solide argomentazioni su qualunque tema, si e’ dimostrato particolarmente fragile nella difficilissima impresa di difendere l’indifendibile, avendo scartato a priori l’unica ipotesi dignitosa che era poi quella di un onesto e severo mea culpa da recitare con contrita convinzione. Invece la sua conferenza stampa e’ stata l’ennesima riproposizione del rovesciamento della frittata, ovvero ma come osate chiedere a me spiegazioni invece di badare a far la pelle a Tremonti, il tutto condito con una spolverata di “hanno cominciato prima loro” di fanciullesca memoria, se non fosse che dall’asilo siamo usciti tutti nel secolo scorso ed oggi pretenderemmo dal leader dell’opposizione almeno una parvenza di senso della responsabilità. Lo stesso dicasi per la puntuta, e per certi aspetti anche patetica, letterina inviata al Corriere della Sera, tutta giocata sul filo del cazzeggio filologico distinguendo diversità genetica da diversità politica, virando subito dopo sull’ennesima ripetizione delle malefatte altrui che, si sa, sono sempre più gravi ed esecrande delle proprie. No, tutto questo non ci stupisce, semmai ci avvilisce, ci conferma nelle nostre passate analisi del personaggio e del suo partito, ci amareggia come cittadini e ci muove un riso amaro come lettori non sprovveduti, ma in fondo ci lascia nella medesima condizione di spirito di prima.
Quello che invece ci colpisce, e ci piace dunque sottolineare in questi tempi cupi dove nulla di nuovo si manifesta a rallegrarci il cuore, e’ la straordinaria – questa si davvero – invenzione bersaniana della Class Action degli iscritti del Pd contro la stampa colpevole di fare niente altro che il proprio dovere che e’ poi quello di raccontare ai lettori i fatti nudi e crudi. Un colpo d’ala fantasioso e per certi versi persino geniale che ci regala una consapevolezza ed una novità: la prima, e ne eravamo edotti da tempi ormai remoti, e’ che la sinistra ha un concetto di libertà di stampa del tutto aleatorio e strettamente conseguente al proprio interesse, dunque ben venga il fango gettato a piene mani per delegittimare l’avversario, ma non si osi denunciare le nostre malefatte, che noi siamo sopra ed al di la’ di ogni possibile riprovazione morale.
Ma e’ la novità che ci delizia: perché ipotizzando una Class Action degli iscritti del partito, Bersani di fatto e finalmente rompe gli indugi e ci spiega seppure con colossale ritardo la sua idea del Pd: niente altro che un partito azienda, i cui azionisti si coalizzano per difendere il proprio investimento e la propria rendita dagli attacchi speculativi esterni.
Ecco, il partito azienda – pareva fosse creatura di Berlusconi, invece risulta essere il figlio legittimo e riconosciuto di Bersani. Finalmente il partito che viene da lontano ha trovato la propria collocazione: a quando la quotazione in Borsa?!
Chiara Boriosi

Lascia un commento