In questi giorni abbiamo assistito alla conquista della medaglia d’oro della squadra italiana di pallanuoto, il Settebello, ai Campionati Mondiali di Shanghai.
Abbiamo anche visto il risultato che si ottiene quando una collettività, in questo caso sportiva, lavora con spirito di sacrificio, con impegno costante, con abnegazione, con senso di coesione, con obiettivo unitario, con serietà e serenità. E come un “capo”, il cui unico fine è il bene comune della squadra, l’allenatore, possa riuscire là dove altri avevano fallito.
Infine, abbiamo visto un Inno italiano cantato gioiosamente dai protagonisti i quali, più che emozionati, sembravano tornati bambini sostituendo così alla fierezza la felicità e mostrando più l’umiltà che non la superiorità. Anche l’Inno sembrava più bello.
Tutto in un clima leggero che non faceva trasparire il duro lavoro e la fatica di due anni di preparazione (dall’11° posto di Roma 2009), ma mostrava la felicità per un traguardo raggiunto dopo un percorso affrontato in silenzio, con convinzione, umiltà e impegno.
Molto spesso, noi italiani, ci piangiamo addosso, cerchiamo gli errori degli altri più che i nostri, tendiamo ad autogiustificarci. Bene, è di tutta evidenza che quel piccolo gruppo di italiani non hanno adottato tali comportamenti perché, se lo avessero fatto, non sarebbero arrivati primi ma ventesimi, ancorché bravi.
Noi altri italiani dovremmo tenere sempre presente questo esempio.
Non quello dei nostri politici i quali, invece, ci indicano come siano più “paganti” le scorciatoie anche se non corrette (vedi l’uso improprio dello strumento legislativo per risolvere problemi personali), come la confusione sociale sia lo specchio di ciò che avviene in Parlamento (vedi le risse da strada ricorrenti che hanno come protagonisti i parlamentari), come l’astuzia per fregare l’avversario sia valida in funzione del risultato cercato e non in funzione della sua utilità o ammissibilità istituzionale (vedi doppio criterio nel voto sulle autorizzazioni alle richieste della Magistratura). La non lungimiranza è diventata un “valore”.
Il nostro Paese non dà bella mostra di sé.
Nonostante i ripetuti appelli del Capo dello Stato, le forze politiche non sentono ragioni e continuano il loro impresentabile comportamento che, ormai, è fuori da qualsiasi giustificazione.
Il rispondere, ciascuna, a interessi esterni (quasi mai coincidenti con quelli italiani), rende i nostri sedicenti politici delle belve assetate di sangue che mostrano un unico interesse: il mantenimento della loro poltrona che sanno di poter conservare solo se osservano le disposizioni dei poteri esterni che li hanno messi lì.
Forse l’unica soluzione sarebbe quella di un rifiuto civile del voto alle prossime elezioni. Se la nuova classe politica fosse eletta da minime percentuali, come il 5 – 10% (perché i fedelissimi, quelli che vivono di e intorno alla politica, a votare ci andrebbero), quale rappresentatività avrebbero gli eletti? Come potrebbero governare?
Di fronte a un eventuale risultato così disonorevole, i poteri che li hanno messi su quelle poltrone ce li manterrebbero? A quel punto, non potrebbero essere indette nuove elezioni per “manifesta incapacità d’intendere e di rappresentare”? E, se fosse possibile questo, il Capo dello Stato non potrebbe dare degli indirizzi di principio ai quali i nuovi candidati dovrebbero attenersi?
Non so, forse è fantapolitica, ma quando ci troviamo di fronte alla disgregazione per incapacità, corruzione, malversazione, egoismo, fanatismo, incapacità di capire che è il momento di fermarsi, occorrono strade nuove, possibilmente d’iniziativa popolare.
Andrea Viero

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