
(fonte Wikimedia Commons)
È noto il vezzo che hanno gli anglosassoni per gli acronimi, soprattutto in ambito tecnico. Il mondo internet ne produce in continuazione e spesso fanno impazzire il povero utente finale per il loro non immediato significato. In qualche caso, acronimi” sono stati usati per indicare anche gruppi di paesi. L’Italia non è stata esente da questa mania essendo inclusa nell’acronimo “PIIGS” indicanti i paesi europei ad alto debito che ponevano problemi per l’Euro durante nella crisi finanziaria del 2008/2011. Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna formavano questo gruppo che risultava non molto apprezzato a partire dall’acronimo essendo “PIIGS” chiaramente evocativo di PIGs (maiali).
Nel 2001 un dirigente di Goldman Sachs introdusse per la prima volta l’acronimo “BRICS” per indicare i paesi emergenti con forte crescita e notevole dimensione. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica erano i “mattoni” (Bricks in inglese) sui quali si stava costruendo la futura economia mondiale.
L’acronimo, usato inizialmente solo per brevità descrittiva, assunse ben presto una dignità propria, fu adottato subito dal fondo monetario internazionale nonché dal giornalismo economico di tutti i paesi.
Però da una semplice abbreviazione, nacque un’idea, una suggestione e, per un raro caso in cui una parola dà origine ad un fatto, i cinque paesi cominciarono a vedersi come una sorta di comunità economica. La prima riunione formale dei Brics, promossa dalla Russia, si tenne nel 2009 (Sudafrica assente) e poi continuò con cadenza annuale nei diversi paesi membri (Sudafrica dal 2011).
Nel tempo, la cooperazione fra i cinque paesi andò intensificandosi dando vita ad una loro associazione che nel 2015 si dotò di un comune strumento finanziario: la New Development Bank (NDB) con una dotazione iniziale di 50 miliardi di dollari e sede centrale a Shanghai.
Oggi il peso dei BRICS nell’economia mondiale è molto significativo: 28 trilioni di dollari di PIL (Fonte: Fondo Monetario Internazionale) o “più di un quarto del totale” (Fonte: ONU/UNCTAD), copre circa il 6-18% del commercio internazionale e il 25% degli investimenti diretti internazionali (fonte BRICS) e il 42% della popolazione mondiale (Fonte: ONU).
Fino a poco tempo fa, oltre alla NDB e alle riunioni annuali (sul modello del G7), la collaborazione concreta fra i BRICS era poca cosa anche perché al suo interno vi erano e vi sono, come in tutti i consorzi fra simili, attriti competitivi anche acuti e storici come quello fra Cina ed India. Ma le cose stanno cambiando, si aprono possibili scenari del tutto nuovi e destabilizzanti per l’ordine mondiale, non solo economico ma anche politico.
L’evento scatenante questa prospettiva è la guerra in Ucraina.
Al momento dell’invasione, la Russia fu messa in mora. Oggi, dopo poco più di un anno, la Russia guida un progetto molto ambizioso che tende a creare una moneta BRICS per gli scambi internazionali.
Questa evoluzione è stata possibile perché la Russia non solo ha superato, con la complicità di molti paesi terzi, i vincoli delle spuntate sanzioni occidentali (il pil russo non è affatto crollato, anzi quest’anno crescerà più di molte economie occidentali) ma ha dimostrato una grande capacità di aprire e sviluppare nuovi rapporti commerciali internazionali. Non ultimo, ha anche messo in campo coraggio e capacità concrete quando ha imposto il pagamento in rubli delle sue materie prime, peraltro giudicato da molti in Italia come velleitario (il cambio del rublo ha subito recuperato dopo uno sbandamento iniziale). Non credo secondario un aspetto psicologico che fa della Russia il cavaliere della riscossa “degli altri” contro l’occidente che non riesce a togliersi si dosso l’immagine di padrone del mondo, per i residui del colonialismo prima e poi la bellicosa esportazione di “pace e democrazia”.
In altre parole, fuori dal perimetro euro-americano, la Russia ha ampliato la sua influenza e la sua credibilità; quindi sembra che questa volta ci siano le condizioni economiche e politiche per una moneta alternativa al dollaro.
Non è affatto la prima volta che si avvia un tentativo simile perché “liberarsi dal dollaro” significa sia di liberarsi dal controllo finanziario americano nel commercio di materie prime fra paesi terzi (ad esempio fra Russia e India) sia, e forse soprattutto, vincolare gli USA ad una politica monetarie e di budget molto più disciplinata. Fino ad oggi il dollaro, in quanto mezzo di scambio internazionale, era “sempre domandato” e sfuggiva alla normale legge di domanda/offerta alla quale sono soggette tutte le altre monete. Infatti, mentre gli altri paesi devono tendere all’equilibrio della loro bilancia dei pagamenti e del debito/deficit statale, gli USA possono permettersi il lusso di grandi deficit e tanta flessibilità tanto il valore del dollaro è garantito dagli scambi commerciali dei paesi terzi.
Questa volta il tentativo sembra molto più serio per dimensione e credibilità sottostanti. Un numero significativo di paesi è interessato a entrare nella Banca dei Brics tra questi grandi produttori di petrolio e/o gas come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Algeria, Egitto e altri.
Le materie prime fossili (petrolio, gas), le minerali (oltre alle solite oggi anche le terre rare) e le grandi derrate alimentari (cereali, semi oleosi, caffè…) hanno un peso relativo superiore ai commercio di manufatti e servizi. I precedenti tentativi di spostare su altre monete questo commercio sono stati avviati da paesi “petroliferi”: dall’Iran, velleitariamente con la borsa petrolifera dell’isola di Kish, e, tragicamente, dalla Libia di Gheddafi per una banca africana che ha provocato la violenta reazione della Francia innanzitutto (timorosa anche per il suo FCA).
In conclusione, al di là della guerra guerreggiata, si sta profilando una guerra apparentemente meno cruenta ma molto più destabilizzante dell’attuale equilibrio e molto più pericolosa nelle potenziali reazioni (queste sì molto violente) che può suscitare in uno scontro che inevitabilmente sarà globale.
Francesco Pellizzari

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