
Una delle caratteristiche più evidenti della società contemporanea è la crescente necessità di affidarsi a slogan semplici, immediati e spesso urlati per interpretare una realtà che diventa ogni giorno più complessa.
Non si tratta soltanto di politica. Il fenomeno attraversa ogni ambito della vita pubblica. Dall’economia alla guerra, dall’ambiente all’immigrazione, fino ai temi etici e sociali. Sempre più persone sembrano incapaci di costruire una visione autonoma degli eventi e finiscono per adottare formule preconfezionate che consentono loro di orientarsi senza affrontare la fatica dell’analisi.
Le generazioni più giovani sono particolarmente esposte a questo meccanismo. Non per una presunta inferiorità intellettuale, ma perché sono cresciute in un ambiente comunicativo completamente diverso da quello delle generazioni precedenti. Un ambiente dominato dalla velocità, dalla frammentazione delle informazioni e dalla continua ricerca dell’impatto emotivo.
Leggere un libro richiede concentrazione. Studiare la storia richiede tempo. Comprendere l’economia richiede anni. Uno slogan richiede pochi secondi.
La conseguenza è che il ragionamento complesso viene progressivamente sostituito da formule identitarie. Non importa più capire un problema. Importa sapere da quale parte stare. Lo slogan diventa una sorta di divisa mentale che permette di riconoscere gli appartenenti allo stesso gruppo e di identificare immediatamente gli avversari.
Il caso del conflitto israelo palestinese rappresenta probabilmente uno degli esempi più evidenti di questo fenomeno. Migliaia di giovani occidentali scendono in piazza, pubblicano contenuti sui social, condividono slogan e simboli, ma spesso dimostrano una conoscenza estremamente limitata della storia che affermano di voler rappresentare.
Molti non saprebbero spiegare la nascita dello Stato di Israele, le guerre del 1948, del 1967 e del 1973, l’espulsione di centinaia di migliaia di ebrei dai Paesi arabi, il ruolo dell’Iran nella regione, la natura di Hamas, Hezbollah e delle altre organizzazioni che operano nel conflitto. Eppure esprimono certezze assolute su una delle questioni geopolitiche più complesse e stratificate del pianeta.
Il paradosso è evidente. Più diminuisce la conoscenza storica, più aumenta la sicurezza delle opinioni. Più si restringe il quadro informativo, più diventano categorici i giudizi.
In questo contesto assume un ruolo decisivo la forza mediatica di chi costruisce la narrazione. Immagini selezionate, contenuti emotivi, video di pochi secondi e campagne social incessanti finiscono per sostituire decenni di storia, trasformando eventi estremamente complessi in una rappresentazione semplificata fatta di vittime assolute e colpevoli assoluti.
Molti giovani non si rendono conto di essere diventati essi stessi uno strumento di comunicazione. Credono di contestare il sistema mentre spesso ne stanno semplicemente amplificando una delle narrazioni dominanti. Non analizzano gli eventi. Li consumano. Non approfondiscono la storia. La sostituiscono con slogan, hashtag e appartenenze ideologiche.
Questo fenomeno non si limita alle piazze o ai social network. Da tempo è penetrato anche nelle istituzioni che dovrebbero rappresentare il livello più alto del confronto democratico. Gli stessi meccanismi di semplificazione, appartenenza e comunicazione emotiva sono ormai visibili anche negli scranni parlamentari.
Troppo spesso vi siedono personaggi che non hanno costruito il proprio percorso attraverso competenza, studio, esperienza amministrativa o capacità di governo, ma grazie alla visibilità mediatica, alla fedeltà di partito o alla semplice opportunità di trasformare la politica in una professione ben remunerata. Figure che difficilmente lasceranno una traccia significativa nella storia politica del Paese e che non avranno alcuna reale incidenza sulle grandi questioni strategiche che attendono l’Italia.
Osservando molti question time parlamentari si ha spesso l’impressione di assistere più a un talk show che a una sede istituzionale chiamata a discutere il futuro della nazione. Battute, provocazioni, slogan preparati per i social, interventi costruiti per diventare video virali e polemiche di breve respiro sostituiscono frequentemente il confronto sui problemi reali del Paese.
Anche la politica sembra essersi adattata alla logica della comunicazione istantanea. L’argomentazione lascia spazio alla recitazione. La competenza viene sacrificata alla visibilità. L’analisi viene sostituita dalla propaganda. La complessità viene ridotta a una sequenza di slogan facilmente consumabili da un pubblico sempre meno disposto ad approfondire.
Il meccanismo psicologico è comprensibile. L’essere umano ha bisogno di ordine. Ha bisogno di schemi interpretativi. Ha bisogno di ridurre l’incertezza. Quando la realtà diventa troppo complessa, lo slogan offre una scorciatoia rassicurante. Non spiega il mondo, ma dà l’illusione di averlo compreso.
Per questo motivo gli slogan più efficaci non sono necessariamente quelli più intelligenti. Sono quelli che offrono una risposta semplice a una domanda difficile. Più la società diventa complessa, più aumenta il valore commerciale, mediatico e politico delle semplificazioni.
La vera differenza culturale non consiste nell’avere opinioni diverse. Consiste nella capacità di mettere in discussione anche le proprie convinzioni. Una società sana non produce tifosi ideologici. Produce individui capaci di dubitare, verificare, confrontare fonti differenti e accettare che alcune questioni non possano essere ridotte a una frase scritta su uno striscione.
Il problema è che il dubbio richiede studio. Lo slogan richiede soltanto un clic.
E tra la fatica della conoscenza e il conforto dell’appartenenza, una parte crescente della società sembra aver già fatto la propria scelta.
Piero Terracina

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