
È stata di recente approvata la controversa riforma della giustizia voluta dal Governo Netanyahu, dichiaratamente di destra-destra.
L’obiettivo è un maggiore controllo della politica sulla magistratura, che non potrà più annullare gli atti amministrativi per violazione del principio di ragionevolezza.
Si tratta dell’ennesimo colpo inferto a quella che viene considerata la sola democrazia del medioriente da una maggioranza relativa, che, in caso di nuove elezioni, probabilmente perderebbe.
Una parte della popolazione, più del cinquanta percento dell’elettorato, è stata di fatto ignorata dall’arroganza di chi ha imposto una certa visione dello Stato di Israele a tutti i cittadini.
Le proteste sono continue in tutto il Paese da sette mesi, addirittura portando a una gigantesca marcia di protesta, durata quattro giorni, da Kaplan Street a Tel Aviv fino a Gerusalemme, sfociata in un sit-in davanti alla Knesset.
Una società civile sempre più tribalizzata guarda, così, a questo fiume di bandiere in marcia per ritrovarsi intorno a un nucleo di valori in grado di unire tutte le anime di questo panorama composito.
La democrazia, come ordito di regole formali presuppone uno spazio in grado di dare significato alla partecipazione politica; dunque, la difesa della democrazia coincide con l’azione tesa a impedire che qualcuno lo occupi, conferendo a quelle regole il significato voluto da una sola parte.
Tra le generazioni (toledot) che formano la Storia, è toccato a quella presente il compito di difendere l’utopia di Israele dal nemico più insidioso, in grado di fare del divide et impera lo strumento fondamentale per mantenere il proprio debole potere.
Che sia in questo fiume di persone in marcia per la democrazia quella “debole forza messianica”, citando Walter Benjamin, in grado di sovvertire il corso di una Storia che sembra già scritta?
Francesco Ferrara
(Da “Avanti Online”)

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