
L’ennesima flottiglia fermata al largo di Cipro ripropone un copione che ormai non sorprende più nessuno. Navi cariche di slogan, dichiarazioni prevedibili, attivismo da telecamera e una sceneggiatura già scritta prima ancora di lasciare il porto. Ogni volta viene raccontata come una missione storica, ogni volta dovrebbe cambiare il corso degli eventi, ogni volta finisce per produrre soprattutto immagini, polemiche e una dose abbondante di indignazione confezionata.
Il problema non è l’aiuto umanitario. Il problema è l’ambiguità che accompagna queste iniziative. Si invoca il diritto internazionale come fosse una clava morale da agitare contro una sola parte, mentre si evita accuratamente di affrontare ciò che accade dentro Gaza. Parlare di legalità senza nominare il ruolo di Hamas significa raccontare una storia mutilata, costruita a metà, dove i fatti scomodi vengono lasciati fuori dall’inquadratura.
Esiste una differenza netta tra la tutela dei civili e la loro esposizione sistematica al rischio. Quando un gruppo armato combatte dentro quartieri densamente abitati, utilizza infrastrutture civili, si muove dentro scuole, ospedali e aree residenziali, il tema non è più soltanto militare. Diventa morale, politico, strategico. Eppure questo passaggio viene spesso aggirato, quasi desse fastidio ammettere che la realtà non si divide in vittime pure e colpevoli assoluti.
Queste flottiglie non modificano gli equilibri del conflitto. Non aprono negoziati, non producono soluzioni, non alleggeriscono davvero la pressione sul territorio. Servono soprattutto a consolidare una narrazione, a costruire una posizione ideologica rassicurante, a trasformare il Mediterraneo in un palcoscenico dove ognuno interpreta il ruolo che preferisce.
Il diritto internazionale viene evocato come principio sacro, ma solo quando conviene. Mai una riflessione seria sul fatto che dovrebbe valere anche per chi utilizza i civili come protezione tattica. Mai una discussione onesta sul fatto che sostenere indirettamente certe strutture significa alimentare un conflitto che si nutre proprio della sofferenza che dice di voler denunciare.
Alla fine resta sempre la stessa impressione: molta esposizione, molta retorica, pochissima lucidità. Navi ferme vicino a Cipro, titoli indignati, appelli rituali e una domanda che continua a restare senza risposta. Quanto di tutto questo serve davvero ai civili e quanto invece serve a chi ha bisogno di sentirsi dalla parte giusta, senza affrontare la complessità di ciò che sta sostenendo?
Scusate ma ho un poco di nausea, forse la causa è il caffè…
Piero Terracina

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