
La Sinistra italiana ha cambiato pelle. Nella sua componente oggi prevalente non è più una forza autenticamente riformista, capace di rappresentare il lavoro che produce, l’Impresa che innova, la Scuola che forma e seleziona, lo Stato che funziona. È diventata una Sinistra rivendicativa: una coalizione sociale e culturale che sembra trovare più facilmente unità nell’individuazione di un torto da denunciare che nella costruzione di una soluzione praticabile.
Il problema non è difendere chi è rimasto indietro. Quello dovrebbe essere uno dei compiti essenziali di ogni politica progressista. Il problema è trasformare la tutela dei più deboli in un sistema permanente di contrapposizione tra categorie: il dipendente contro l’autonomo, il cittadino contro l’Impresa, il contribuente contro il mercato, chi riceve contro chi produce.
In questa rappresentazione chi apre una partita IVA, mantiene in piedi uno Studio Professionale, paga gli stipendi, anticipa imposte e contributi e si confronta ogni giorno con banche e burocrazia non è più un soggetto da sostenere. Diventa quasi una figura da sorvegliare, un privilegiato presunto, talvolta un evasore in attesa di essere scoperto.
La Sinistra rivendicativa sembra avere progressivamente smarrito il linguaggio della crescita e della mobilità sociale. Parla molto di redistribuzione, ma assai meno di ciò che dovrebbe essere prodotto prima di poter essere redistribuito, promette protezione, ma raramente indica un percorso credibile per aumentare produttività, salari, investimenti, competenze e opportunità.
È anche per questo che l’intesa con il Movimento Cinque Stelle è divenuta così naturale. A unire le due culture politiche non è soltanto una convergenza programmatica, è una comune propensione a interpretare la società come una somma di creditori morali, ciascuno dei quali ritiene di avere qualcosa da esigere da qualcun altro o dallo Stato.
Non l’ascensore sociale, ma il condominio assistito. Non l’autonomia delle persone, ma la loro dipendenza da una decisione pubblica. Non la crescita, ma la distribuzione di risorse che si presume possano essere generate indefinitamente per decreto.
Il Grillismo aveva promesso di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, la sua esperienza ha invece dimostrato una verità più ordinaria: non voleva eliminare i meccanismi della politica tradizionale, voleva conquistarli.
Le dirette Facebook, la piattaforma Rousseau, le votazioni online e i sermoni contro la casta hanno accompagnato il Movimento fino al governo con la Lega, poi con il Partito Democratico, infine alla partecipazione al governo Draghi. Non vi è nulla di scandaloso nel modificare le proprie alleanze, è anzi normale in una democrazia parlamentare. Diventa però difficile continuare a presentarsi come forza antisistema mentre ci si adatta con notevole elasticità a ogni configurazione del sistema stesso.
La rivoluzione digitale si è conclusa così: non con la trasformazione delle Istituzioni, ma con la ratifica telematica dell’ingresso nelle stesse.
Anche la Lega ha percorso una parabola simile. Da Roma ladrona ai Ministeri romani, dalla protesta fiscale alla spesa pubblica, dalla secessione al nazionalismo centralista. Il populismo cambia rapidamente lessico e bandiera, ma conserva una caratteristica costante: la promessa che problemi complessi possano essere risolti individuando un nemico semplice.
La Sinistra rivendicativa invece di opporre a questa deriva una cultura della responsabilità ha finito per assorbirne una parte rilevante. Il cosiddetto “campo largo” rischia così di trasformarsi in un contenitore nel quale l’unità viene ricercata non attorno a una visione del futuro, ma nella somma delle rispettive insoddisfazioni.
Si mira a più sussidi, più spesa corrente, più intervento pubblico, più regolazione, più sospetto verso l’Impresa e il lavoro autonomo, non necessariamente perché ciascuna di queste misure sia sempre sbagliata, ma perché viene spesso proposta senza stabilire priorità, coperture, risultati attesi e criteri di valutazione.
La politica economica finisce allora per ridursi a una sequenza prevedibile. Se un settore è in difficoltà si istituisce un bonus. Se una categoria protesta si apre un tavolo. Se emerge una disuguaglianza si individua un’imposta. Se un servizio pubblico non funziona si richiedono maggiori risorse prima ancora di chiedersi come siano state utilizzate quelle già disponibili.
In questo schema il Professionista rischia di diventare un evasore potenziale, l’Imprenditore un datore di lavoro sospetto, il contribuente una fonte di copertura e la Pubblica Amministrazione un organismo da finanziare indipendentemente dai risultati prodotti.
Eppure all’interno del Centrosinistra persistono ancora alcune fasce di resistenza progressista, riformista e antipopulista, esistono esponenti che continuano a ritenere compatibili solidarietà e responsabilità, diritti e doveri, protezione sociale e crescita economica.
Personalità come Graziano Delrio rappresentano la sopravvivenza di una cultura istituzionale che tenta di tenere insieme progressismo, attenzione sociale e realismo politico, ma queste componenti appaiono spesso relegate al ruolo di foglia di fico utile a rassicurare i moderati: vengono mostrate per ricordare che il Centrosinistra conserva ancora una vocazione di governo, senza però consentire loro di determinarne realmente la direzione.
Altre figure sono state spinte verso una sorta di diaspora politica. Pina Picierno, con il suo europeismo, il sostegno all’Ucraina e la sua posizione apertamente antipopulista, rappresenta una linea sempre più difficile da conciliare con un progetto costruito attorno all’alleanza strutturale con il Movimento Cinque Stelle.
La contraddizione è evidente. Nel momento in cui i limiti del populismo dovrebbero suggerire una sua critica più netta, la Sinistra rivendicativa preferisce incorporarlo. Gli antipopulisti diventano marginali, i riformisti vengono tollerati purché non disturbino e i moderati sono chiamati periodicamente a fornire una patente di affidabilità a una coalizione la cui direzione politica si muove altrove.
Matteo Montagner
(da Solo Riformisti)

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