Non sono d’accordo. L’etimologia della parola ‘passione’ (dal greco ‘pathos’, dolore, sofferenza) non nasconde che ogni ‘passione’ contiene del dolore. (…) E’ la vita di una fiamma ardente. Ma è vita. In ‘Autumn in New Tork’ quando una deliziosa Winona Rider chiede ad un’affascinante Richard Gere cosa gli abbia dato, lui risponde: ansia, stravolgimento, inquietudine, gioia, amore…In una parola Vita. (…) La regola della felicità, secondo me, è contenuta proprio in questo. Conoscersi, sapere cosa ci aspettiamo dalla vita e provare a realizzarlo, ad essere il meglio di qualsiasi cosa siamo, senza perdere di vista, lungo il percorso che può condurci verso la nostra aspirazione, tutte le cose belle che vediamo intorno. Perché il senso di ogni viaggio non consiste nel raggiungere la meta, ma nel viaggio stesso.
‘La felicità è una coperta troppo corta, che non copre mai i piedi’. L’uomo considerato, con una definizione giornalistica ad effetto, ‘il più felice del mondo’, è un monaco buddista che ha risposto di essere felice perché vive ispirato da un amore assoluto che lo libera dal logorio frustrante del desiderio… Il concetto ovviamente è tipicamente ‘buddista’. Come insegnava il principe Siddartha, poi divenuto il ‘Budda’, ‘l’Illuminato’, i desideri afferiscono alla contingenza della natura umana, alla bramosia delle passioni, che costringono l’uomo in una condizione di costante inquietudine. L’appagamento non consiste nella realizzazione del desiderio, che si rivela subito incapace di trasmettere vera pace e serenità e che viene sostituito da un altro. La felicità non è contenuta nei desideri, ma piuttosto nella loro assenza, nella convinzione che ai desideri vada sostituita l’ispirazione del nostro agire ad un amore cosmico e universale per cui tutto ha un senso. Vivere ispirandosi a questo principio, cercando di essere ‘il meglio di qualsiasi cosa siamo’, come suggeriva un poeta americano, è la regola.
Anche la cultura occidentale annovera filosofie di contenuto simile. Tutte in ferma contestazione dei desideri e delle emozioni! Per gli Epicurei la via che conduce al piacere durevole passava attraverso la capacità di sapersi accontentare della propria vita, improntando la propria condotta alla moderazione, ai godimenti contenuti e morigerati. Come se desiderare fosse un’illusione pericolosa, una fiamma ardente che divampa in un momento e che consuma l’anima. Gli Stoici, invece, cercavano la felicità per mezzo della virtù e negavano completamente il valore delle emozioni, considerate malattie che colpiscono lo stolto. La condizione del sapiente, infatti, era, per gli Stoici, l’indifferenza ad ogni emozione, l’apatia.
Anche il filosofo Schopenhauer affermava che c’è un baratro tra l’ideale e la realtà e che siamo condannati irrimediabilmente a soffrire fin quando non rinunciamo a desideri e aspirazioni.
Non sono del tutto d’accordo. L’etimologia della parola ‘passione’ (dal greco ‘pathos’, dolore, sofferenza) non nasconde che ogni ‘passione’ contiene del dolore. La stessa ‘passione’ di Cristo, secondo la religione cristiana, sono i giorni della sofferenza di Cristo fino alla morte in croce. La passione è lacerante e logorante, anche quando è passione amorosa, è un’incisione a fuoco nell’anima, è desiderio e struggimento. E’ un’inquietudine che infiamma, è l’espressione più viva di ognuno, ha qualcosa a che vedere con l’entusiasmo, è il senso profondo della natura umana. E’ la vita di una fiamma ardente. Ma è vita. In ‘Autumn in New Tork’ quando una deliziosa Winona Rider chiede ad un’affascinante Richard Gere cosa gli abbia dato, lui risponde: ansia, stravolgimento, inquietudine, gioia, amore…In una parola Vita. I desideri, come le passioni, sono l’essenza della nostra vita. Il colore e la luce. Una vita senza passioni capaci di scuotere e turbare, ma anche di illuminare di entusiasmo e di speranza, è una vita spenta.
I desideri, come le passioni, vanno saputi gestire. Devono essere commisurati alla nostra natura, alle inclinazioni, alle attitudini. Occorre conoscersi per desiderare senza lasciarsi distruggere dal desiderio. Non è un errore provare a inseguire anche un desiderio apparentemente irrealizzabile, ma, in quel caso, è meglio farlo con un tocco in più di autoironia e di leggerezza, senza prendersi troppo sul serio, senza pretendere troppo.
Anche la passione di un amore può trasformarsi in una sofferenza acuta e distruttiva, se, per esempio, non si riesce a raggiungere o si perde l’oggetto del proprio desiderio amoroso. Ma se, un giorno, ripensando a quell’amore, si ricordasse il senso profondo che ha rivestito nella propria vita e quanto è stato capace di cambiarla e di costruirla, forse sarebbe benedetta anche la sofferenza che ha provocato. Perché, alla fine, si penserebbe che la propria vita aveva bisogno di quell’amore e che il prezzo pagato non sottrae la felicità e il senso di rinascita che ha generato.
La regola della felicità, per me, è contenuta proprio in questo. Conoscersi, sapere cosa ci aspettiamo dalla vita e provare a realizzarlo, ad essere il meglio di qualsiasi cosa siamo, senza perdere di vista, lungo il percorso che può condurci verso la nostra aspirazione, tutte le cose belle che vediamo intorno. Perché il senso di ogni viaggio non consiste nel raggiungere la meta, ma nel viaggio stesso. Magari la meta non viene raggiunta, ma se abbiamo continuato ad esprimere la nostra capacità di appassionarci, di godere di tutte le sorprese della vita, e di tutti i momenti in cui possiamo sentirci vivi, il viaggio non è andato sprecato. E, anzi, è stato un viaggio felice!
Rosita Bimbi

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