
Non c’è limite alle (s)vendite ed alle privatizzazioni in Italia.
Dal centro all’estrema periferia.
Le residue speranze di salvezza della nazione sembrano tutte orientate in quella direzione.
Perché la felicità antica fatta di dinamismo e progresso economico, entrambi radicati nel primato della cultura e nella mobilità sociale, è andata irrimediabilmente smarrendosi in un paese passato dalle speranze del miracolo economico coltivate da una collettività capace di mettersi alle spalle guerra, fascismo e sottosviluppo alle vuote presunzioni di un popolo risvegliatosi cinquant’anni dopo, prigioniero della miseria e della povertà, irretito da paure e ignoranza, arrabbiato e pronto a dimenticare la sua storia e addirittura propenso a odiare, pur di difendere quel che resta delle inesistenti certezze comunque tramontate.
E intanto é dedito a dismettere tutto, ma proprio tutto, sia a livello individuale che collettivo, privato e pubblico, vendendo tutto quel che é vendibile e privatizzando ogni cosa, compresa la memoria culturale e le aree archeologiche.
Dov’è finito il popolo di formiche che coltivava il risparmio come una religione, il suo spirito di iniziativa che aveva prodotto piccole imprese come immense foreste, l’universo dei comuni, vero e proprio tessuto connettivo della nazione, l’industria pubblica già fiore all’occhiello, la sanità per tutti e le pensioni sociali anche per tutti e, dulcis in fundo, un patrimonio culturale e archeologico ovunque presente come l’aria che respiriamo? Tutto in fumo.
Il risparmio residuo dei padri e delle madri si perde nelle inutili attese delle nuove generazioni non ancor espatriate.
Le foreste di piccole imprese son disseccate come gli olivi colpiti dalla xilella, le palme dal punteruolo rosso, i boschi dagli incendi.
L’universo dei comuni è invischiato in angosciose lotte di sopravvivenza il cui esito è affidato alla speranza dello sgocciolamento dei fondi pubblici e alle lontane risorse europee, spesso inaccessibili per mancanza di progetti a loro volta conseguenza della totale assenza di capacità progettuale.
L’industria pubblica è ridotta ad un’ombra impalpabile e lo sanno bene le miriadi di piccole imprese che da essa traevano commesse, innovazioni e futuro.
Lo Stato sociale é minato alle fondamenta, compromesso pericolosamente nelle fondamenta mentre avanza lo stato assistenziale fatto di bonus, rendite, prebende e lavoro precario.
Scuola e sanità sono ormai trasformate in aziende e pure le università si sono convertite alla logica della managerialità.
Le aree archeologiche ovunque disseminate stentano a diventare parchi e, se hanno la ventura di ritrovarsi in riva al mare, vengono trasformate in parcheggi e mini disneyland per vacanzieri in cerca di svago.
Il futuro dell’Italia, dalle istanze governative nazionali ai più piccoli comuni é questione di propaganda.
Al netto della potenza di fuoco propagandistica siamo ormai alla totale intercambiabilità di chi ne dirige le sorti. Chiunque, nell’accezione dei nuovi, raffazzonati fautori dei convincimenti qualunquistici, può fare il sindaco o il presidente del consiglio senza differenze o problemi.
Il futuro è affidato ai manager o presunti tali. Il resto è paccottiglia da tram tram quotidiano.
La programmazione nazionale?
Rimossa da almeno trent’anni a questa parte.
Federico Caffè preferì sprofondare nel nulla allorquando si rese conto che il Paese sedotto dal Club Bilderberg, loggia P2, dal fascino del Royal Yacht Britannia, aveva imboccato una strada senza ritorno da tutti condivisa peraltro, a destra come a sinistra.
La presenza pubblica in economia?
Falciata alla radice come un campo di grano da un manipolo di falciatori giunti chissà da dove.
L’IRI deteneva un sistema produttivo invidiabile, tecnologicamente all’avanguardia, spingeva la ricerca, alimentava l’esercito delle piccole imprese con le sue commesse. L’Eni, nonostante il delitto Mattei era rimasto un gigante e lo era anche l’Enel. L’Enea dettava gli obiettivi energetici a livello mondiale, così come Olivetti li aveva dettati negli anni sessanta nella primordiale digitalizzazione allorquando misteriosamente, su un treno diretto in Svizzera, morì colpito da un infarto assai strano quanto fulminante. Fincantieri suscitava invidie mondiali e l’Alfa Romeo faceva sognate l’America. Frotte di operai affollavano le industrie da Sud a Nord e la Gepi interveniva laddove necessario per evitare collassi. Le università italiane erano affollate da studenti e professori stranieri ed i licei con le scuole superiori erano unanimemente riconosciute come le migliori al mondo.
La Banca d’Italia emetteva buoni del tesoro che andavano a ruba presso i risparmiatori italiani. Questi ultimi furono ribattezzati BOT people.
Poi qualcuno nel nuovo mondo teorizzò lo stato leggero e la privatizzazione delle sue attività. Si disse che lo Stato non doveva produrre un bel niente, mai e poi mai conserve, gelati o panettoni. Doveva pensare a legiferare, controllare, finanziare le opere pubbliche, autostrade, ferrovie e così via…
Il destino della Banca Centrale venne separato da quello dello Stato che fu spinto ad approvvigionarsi del fabbisogno finanziario sul mercato, il famigerato mercato finanziario. Il debito prese a farla da padrone. Ovunque. Anche i cittadini si trasformarono in consumatori indebitati. Il popolo delle cambiali prima e delle rate mensili poi sostituì il popolo di formiche.
Il risparmio?
Ormai era roba da vecchi contadini.
La cultura?
Non era poi così importante…
La scuola doveva insegnare a fare non a pensare. I licei erano roba obsoleta quanto inutile.
Anche la classe dirigente si scoprì che non doveva arrivare dalle scuole, dalle università , dal mondo del lavoro e dalle istanze istituzionali…
Diploma, laurea, concorso, lavoro, gavetta, quadro, dirigente, amministratore, consigliere comunale, sindaco, consigliere provinciale, assessore, consigliere regionale, parlamentare, sottosegretario, ministro con esperienza consolidata nella soluzione dei problemi della gente nella conoscenza del mondo del lavoro, dell’industria, delle libertà, dei bisogni in osmosi con il sindacato, la scuola, l’università, la burocrazia.
La cosiddetta società civile bastava, dissero i profeti del futuro senza Istituzioni o con Istituzioni asservite. Era lì la miniera da cui attingere i rappresentanti del popolo diventati manager della politica. Ed era lì che bisognava cercare i manager di enti, aziende, ospedali un tempo di derivazione istituzionale.
E avvenne che la politica si trovò senza radici. Staccata dalle istanze, esigenze, aspettative, problemi, attese del popolo.
La gente a sua volta divenne un aggregato amorfo da indottrinare, illudere, convincere.
Un gioco da ragazzi con l’avvento dei cosiddetti social…
L’osmosi ormai era tra politica e comunicazione social che, a sua volta diventava terreno privilegiato di imbrogli, malversazioni e rovesciamento della realtà … Era lì che si costruivano i successi dei movimenti politici e le fortune personali, non certo intorno a contrapposte o alternative visione del futuro discusse e confrontate con le diverse categorie sociali.
E venne sdoganata l’idea che chiunque può governare e la pretesa che chi governa deve essere “uno di noi”. Magari imbroglione e furbo, ignorante, imbonitore e truffatore, ma uno di noi. D’altronde cos’era diventato il popolo se non un’accozzaglia di gente che cercava di barcamenarsi tra i furbi che si arricchivano a sue spese…
Chi aveva tempo e coraggio e magari un’istruzione se ne andava all’estero. In patria restavano gli sfigati e gli ultimi idealisti, ormai tutti ridotti al ruolo di don Chisciotte o di epigoni della rassegnazione.
Intanto il Paese si è andato maledettamente e progressivamente impoverendo.
La cultura non abita più qui e nemmeno l’industria. I grandi capitalisti son tutti espatriati e le grandi aziende vendute.
Il resto è stato tutto privatizzato. I super profitti delle aziende energetiche, comprese Eni ed Enel, sono finiti per decine di miliardi, nelle tasche degli azionisti internazionali. Idem per i super profitti delle banche. Al popolo, governato da uno, o più di uno di loro sono rimaste le super tasse, le super bollette, i super prezzi e di converso i mini stipendi, le pensioni irrisorie, il lavoro precario e l’incipiente miseria.
Strategie industriali?
E chi le disegna?
I manager a cui la politica regolarmente si affida?
Meglio baloccarsi con la cucina italiana patrimonio Unesco per la felicità di Americani, Cinesi, Indiani che consolidano i percorsi del loro predominio e la soddisfazione dei Russi che senza economia ma con l’esercito e le bombe atomiche si candidano a dominare anch’essi il mondo.
E l’Italia, per galleggiare, si affida ai manager… o presunti tali, tutti comunque funzionali al potere di chi li nomina, ci mancherebbe altro.
Il cinema? Ai manager.
La cultura? Ai manager.
La televisione? Ai manager.
Scuole e sanità? A maggior ragione, ai manager.
La politica industriale? Nessuno sa cos’è in Italia.
La politica economica? La programmazione dellla crescita, dello sviluppo, del progresso? Buio completo. Sinonimi che non dicono e non valgono niente, nel migliore dei casi. I governanti “uno, o piuttosto molti, di noi” cascano dalle nuvole. Mai sentita nominare quella roba, affidata ai manager senza stare lì a lambiccarsi il cervello, tanto sarebbe inutile, visto il livello culturale.
A tutto ormai ci pensa il privato con i suoi manager mentre il pubblico continua a privatizzare, vendere, appaltare e governare…
Adesso tocca al patrimonio archeologico.
Ho letto su un quotidiano regionale (Quotidiano di Puglia del 18 dicembre us) la notizia di un accordo pubblico-privato per la gestione del Patrimonio archeologico-ambientale di Roca Vecchia.
Si tratta dell’area archeologica, peraltro di immenso pregio culturale, paesaggistico-ambientale, dell’antica città messapica di Thuria, più volte ricostruita come Troia, dicono le cronache passate. Sono ancora visibili le mura ciclopiche che tutta la girano all’interno del territorio essendo la città arroccata sulla costa.
La esistenza del sito risale all’età del Bronzo, XV secolo prima di Cristo, e forse custodiva un importante luogo di culto.
Tanti anni fa, allorquando, il turismo usa e getta era ancora di là da venire e quel posto sconosciuto ai più, un giovane archeologo mi condusse con sé ad esplorare quel luogo di culto.
Sulla maestosa falesia bianca si aprivano delle grotte tutte connesse tra loro e ciascuna comunicante con il mare.
Poesie le chiamavano i locali. In realtà il nome giusto era Posia, sorgente di acqua dolce in greco, perché in quelle grotte mischiate con il mare scorrevano delle correnti d’acqua dolce.
Vi era una grande Poesia che si apriva come un catino sul mare e ve ne era un’altra più impervia lontana difficilmente addomesticabile e raggiungibile solo dalla falesia qualche centinaio di metri più a sud attraverso un meraviglioso budello che si apriva tra le opposte pareti rocciose.
Tra le due ve ne era una terza completamente sommersa, ma raggiungibile da una delle due. Da essa si poteva penetrare nella terza, essendo nuotatori provetti e abituati ad immergersi, ovviamente.
Erano tutte parte di un sacro sito di culto antico. L’acqua, la terra, il sole, probabilmente le divinità venerate, mi raccontava quel giovane archeologo.
Non so che fine abbia fatto quel giovane archeologo innamorato di quel posto, avendolo perso di vista, ma gli sono stato sempre riconoscente perché mi svelò il segreto di quei luoghi assurti con il tempo a parco archeologico ahimè non ancora riconosciuto… d’altronde i parchi archeologici a Sud non si contano. Dagli Etruschi, ai Volsci, agli Osci, ai Sanniti, ai Dauni, Peuceti, Japigi, Bruzi, Messapi, Dori, Greci…per non parlare dei popoli che abitarono la Sardegna e la Sicilia.
A Thuria non vi è un museo, nonostante esistano dei siti allo scopo destinabili. Tutto è concentrato nel grande (straordinario) museo archeologico di Taranto, cento cinquanta chilometri più su, e, più di recente ( qualcosa) nel Castello di Acaya, per un breve lasso di tempo, quest’ultimo, incompresa e misconosciuta (dalle istituzioni locali) sede del segretariato ONU per la Pace ed il dialogo inter religioso nel Mediterraneo.
Ancora oggi quel sistema di grotte resiste ed anzi esso costituisce il nucleo del parco archeologico di Roca Vecchia che contiene molte stratificazioni, la più importante quella riferita alla città di Thuria fondata dai Messapi che lì si insediarono tra il IV ed il III secolo AC.
La notizia non mi ha fatto piacere.
Ma non mi ha sorpreso, essendo stata, da molto tempo, cancellata la ricerca della felicità della Nazione come scopo fondamentale dell’azione dei governi a tutti i livelli.
Al suo posto resta il tentativo di barcamenarsi nella prospettiva di un futuro travagliato e nemmeno troppo sicuro.
E quel futuro è affidato alle privatizzazioni ed all’azione di manager più o meno presunti.
In ogni angolo.
Non c’è più limite alla privatizzazione …
Che si tratti dell’industria produttivamente o tecnologicamente strategica, della scuola, della sanità, tutte trasformate in aziende, dei beni architettonici, del patrimonio archeologico o della costa.
Delle ville e casali storici destinati ai plurimiliardari stranieri, esentasse, in cerca di luoghi del buon ritiro.
Nei programmi di governo ( da quello nazionale a quello locale) sono divenuti tutti beni ( asset nel nuovo esperanto) di cui liberarsi ed estrarre rendite e profitto coltivando l’illusione dell’efficienza e del risparmio ed inseguendo la promessa di qualche posto di lavoro precario, ovviamente, e a buon mercato.
L’Italia è ormai in vendita al miglior offerente ed affidata ai cosiddetti manager o CEO (sic!) esperti nel dequalificare il lavoro, nello strizzare tutto ciò che si può strizzare nella pervicace determinazione di contrarre le spese in concorrenza con chi sta peggio e nella certezza di gonfiare rendite e profitti con il risultato di impoverire la collettività e spingere nel baratro il mondo intero.
Siamo ormai tutti ospiti altrui, forestieri in casa nostra, incapaci di procurare con le (esose) entrate fiscali dei cittadini onesti, con quel che resta dei proventi della nazione, con le ricchezze intrinseche del paese, la felicità del popolo, come sosteneva Gaetano Filangieri qualche secolo fa a ridosso della rivoluzione Francese, della Repubblica Napoletana e della creazione degli Stati Uniti d’America.
Abbiamo imboccato la scorciatoia delle privatizzazioni ormai da oltre trent’anni.
Non solo Eni ed Enel anche Poste, Ferrovie, navi e aerei, acciaio e tecnologia, e per essi Ilva, Leonardo e Fincantieri ma anche, per finire, le coste ed i beni patrimoniali e, addirittura, i beni archeologici di un piccolo paese in fondo alla terra messapica…
Non c’è modo di fermare questa deriva…
Il risultato è l’Italia in caduta libera.
Auguri Italia…
Antonio Corvino

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