Dico no alla dittatura della ribollita. Non ho niente contro la tipica zuppa, fatta con ingredienti poveri ma ricca di sapori, che insieme alla bistecca è l’emblema culinario di Firenze nel mondo. Anzi. Però parafrasando il celebre motto attribuito a Voltarire: “Non condivido quello che mangi ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a mangiarlo”. La recente decisione del Comune di Firenze di obbligare esercizi commerciali che vendono alimenti e ristorati ad utilizzare almeno il 70% di prodotti di filiera corta, ovvero prodotti in Toscana, pare un neo protezionismo poco in sintonia con la libertà, che non è solo quella di opinione. La difesa dell’identità locale, della propria cultura e quindi anche delle radici culinarie, ha sollevato facili applausi. Si sa, in Toscana quando si innalza il vessillo del campanilismo il consenso è assicurato. Magari le intenzioni sono pure encomiabili, tuttavia il provvedimento (vediamo se reggerà alla più che probabile raffica di ricorsi) non convince da più punti di vista. Innanzi tutto: perché questa sorta di “autarchia alimentare” che il provvedimento vuole incentivare dovrebbe valere solo per il cibo? E l’abbigliamento? Le calzature? La paccottiglia di ogni tipo, made in Cina, Corea e via orientaleggiando, che si trova nei mercati ambulanti (ex tipici) del Porcellino e di San Lorenzo? Perché non applicare, voglio essere paradossale, la stessa logica alle case editrici: obbligo di esporre almeno il 70% di libri stampati in Toscana. Magari potrebbe tornare florido un settore che un tempo era vanto della città. E le enoteche? La regola varrà anche per loro? Chianti uber alles e le altre etichette relegate ad una presenza marginale? Senza inoltrarsi nell’impervio sentiero di chi e come potrà controllare il rispetto della norma. La nostra cultura culinaria dovrebbe prevalere per sapori e qualità, ma spesso così non è. E non è colpa di negozi e ristoranti che offrono prodotti etnici se c’è chi preferisce un gustoso kebab (vogliamo fiorentinizzarlo in chebabbo?) a una pappa col pomodoro indecente. Lo Stato (etico), in questo caso attraverso il Comune, non metta le mani nel piatto in cui mangio.
La dittatura della ribollita
La difesa dell’identità locale, della propria cultura e quindi anche delle radici culinarie, ha sollevato facili applausi. Si sa, in Toscana quando si innalza il vessillo del campanilismo il consenso è assicurato.

Caro Matteini, intervento inappuntabile il suo. Le quote di cibarie toscane per i negozi di alimentari sono una comica, e fanno il pendant con quanto già si trova nei supermercati come garanzia di qualità per prodotti che con la tradizione toscana hanno poco o niente a che vedere ” basilico toscano”, “pomodori toscani”, e tante altre amenità, dove il campanilismo sfiora la spocchia razzista che non ha il coraggio del razzismo vero. Sia mai! D’altra parte oltre la retorica della bello sublime e del perbenismo urbano, cosa ci si può aspettare dal mucchio di colf che amministrato Firenze?