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La dittatura della ribollita

La difesa dell’identità locale, della propria cultura e quindi anche delle radici culinarie, ha sollevato facili applausi. Si sa, in Toscana quando si innalza il vessillo del campanilismo il consenso è assicurato.

di Francesco Matteini | 20 Marzo 2016

Dico no alla dittatura della ribollita. Non ho niente contro la tipica zuppa, fatta con ingredienti poveri ma ricca di sapori, che insieme alla bistecca è l’emblema culinario di Firenze nel mondo. Anzi. Però parafrasando il celebre motto attribuito a Voltarire: “Non condivido quello che mangi ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a mangiarlo”. La recente decisione del Comune di Firenze di obbligare esercizi commerciali che vendono alimenti e ristorati ad utilizzare almeno il 70% di prodotti di filiera corta, ovvero prodotti in Toscana, pare un neo protezionismo poco in sintonia con la libertà, che non è solo quella di opinione. La difesa dell’identità locale, della propria cultura e quindi anche delle radici culinarie, ha sollevato facili applausi. Si sa, in Toscana quando si innalza il vessillo del campanilismo il consenso è assicurato. Magari le intenzioni sono pure encomiabili, tuttavia il provvedimento (vediamo se reggerà alla più che probabile raffica di ricorsi) non convince da più punti di vista. Innanzi tutto: perché questa sorta di “autarchia alimentare” che il provvedimento vuole incentivare dovrebbe valere solo per il cibo? E l’abbigliamento? Le calzature? La paccottiglia di ogni tipo, made in Cina, Corea e via orientaleggiando, che si trova nei mercati ambulanti (ex tipici) del Porcellino e di San Lorenzo? Perché non applicare, voglio essere paradossale, la stessa logica alle case editrici: obbligo di esporre almeno il 70% di libri stampati in Toscana. Magari potrebbe tornare florido un settore che un tempo era vanto della città. E le enoteche? La regola varrà anche per loro? Chianti uber alles e le altre etichette relegate ad una presenza marginale? Senza inoltrarsi nell’impervio sentiero di chi e come potrà controllare il rispetto della norma. La nostra cultura culinaria dovrebbe prevalere per sapori e qualità, ma spesso così non è. E non è colpa di negozi e ristoranti che offrono prodotti etnici se c’è chi preferisce un gustoso kebab (vogliamo fiorentinizzarlo in chebabbo?) a una pappa col pomodoro indecente. Lo Stato (etico), in questo caso attraverso il Comune, non metta le mani nel piatto in cui mangio.

Pubblicato in : Primo pianoTag: cina, comune di firenze, consenso, firenze, mercati, mondo, punti di vista, san lorenzo, toscana, uber alles

Info Francesco Matteini

Francesco Matteini, giornalista, ha iniziato l’attività nel 1975 con Radio Libera e Tele Libera Firenze; nel 1980 è stato tra i fondatori del quotidiano La Città; dal 1988 al 2007 ha lavorato a La Nazione ricoprendo gli incarichi di capocronista, capo della redazione cultura e spettacoli, capo della redazione sportiva, vicecaporedattore della redazione province e poi all’ufficio centrale; nel 2008 è passato al Corriere Fiorentino (inserto locale del Corriere della Sera) come caporedattore centrale; dal 1982 al 2007 è stato corrispondente de La Stampa per Firenze e la Toscana. Attualmente collabora con i siti Toscana24-ilSole24Ore e Fiorentinanews, con Radio Bruno Toscana, con l’emittente televisiva Rtv38. Ha un proprio blog, “Viola, amore e fantasia” (www.violaamoreefantasia.it) dedicato alla Fiorentina ma non solo.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marzio Siracusa

    18 Marzo 2016 alle 09:14

    Caro Matteini, intervento inappuntabile il suo. Le quote di cibarie toscane per i negozi di alimentari sono una comica, e fanno il pendant con quanto già si trova nei supermercati come garanzia di qualità per prodotti che con la tradizione toscana hanno poco o niente a che vedere ” basilico toscano”, “pomodori toscani”, e tante altre amenità, dove il campanilismo sfiora la spocchia razzista che non ha il coraggio del razzismo vero. Sia mai! D’altra parte oltre la retorica della bello sublime e del perbenismo urbano, cosa ci si può aspettare dal mucchio di colf che amministrato Firenze?

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