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La disfida di Barletta

Giulio Andreotti subì un processo per associazione mafiosa dopo che era stato ritratto in una fotografia di gruppo ad un pranzo di nozze in Sicilia, dove apparivano i fratelli Salvo, noti malavitosi. Allora, gli opinionisti escludevano che i servizi di sicurezza non avessero avvertito il ministro democristiano, sette volte presidente del Consiglio, della presenza di simili personaggi ad un festeggiamento privato. Con un simile precedente, l’onorevole Meloni farebbe meglio a valutare più preoccupata le immagini che riguardano lei o altri esponenti del suo partito, ritratti accanto ad esponenti di associazioni a delinquere. Anche Giulio Andreotti con il suo governo combatteva duramente la mafia.

di Riccardo Bruno | 12 Aprile 2026

Giulio Andreotti subì un processo per associazione mafiosa dopo che era stato ritratto in una fotografia di gruppo ad un pranzo di nozze in Sicilia, dove apparivano i fratelli Salvo, noti malavitosi. Allora, gli opinionisti escludevano che i servizi di sicurezza non avessero avvertito il ministro democristiano, sette volte presidente del Consiglio, della presenza di simili personaggi ad un festeggiamento privato. Con un simile precedente, l’onorevole Meloni farebbe meglio a valutare più preoccupata le immagini che riguardano lei o altri esponenti del suo partito, ritratti accanto ad esponenti di associazioni a delinquere. Anche Giulio Andreotti con il suo governo combatteva duramente la mafia. Ciò non toglieva che quella potesse infiltrare comunque il suo partito, la classe dirigente andreottiana ed il suo elettorato. La mafia usa avvicinarsi ai partiti più grandi ed influenti, non certo a quelli più piccoli ed insignificanti.

Dio non voglia che qualche magistrato decida di far svolgere la prossima campagna elettorale avviando una bella inchiesta su qualche esponente di Fratelli d’Italia che si è trovato in contatto, magari fortuitamente, con ambienti tanto discutibili. Si sono già visti uomini politici, risultati completamente innocenti e che pure hanno subito un danno di immagine irreparabile. Basta ricordare il nome di Calogero Mannino.

Anche l’opposizione rischia problemi molto spiacevoli con la Giustizia da quando il lavoro della Commissione parlamentare sul Covid registra pubblicamente episodi tutt’altro che marginali. Sarebbe anche più facile avviare un’inchiesta giudiziaria di tipo tradizionale, che preveda accuse come abuso d’ufficio, corruzione, finanziamento illecito, per tenersi bassi. Un’inchiesta che potrebbe investire direttamente il presidente del consiglio del governo di allora. Se tutto quello che si legge dalle cronache giornalistiche delle varie audizioni fosse vero, ci sarebbe da stupirsi che l’inchiesta non sia già partita. Nel caso arrivassero avvisi di garanzia in piena campagna elettorale, gli effetti sarebbero devastanti. Non si tratta “di giustizia ad orologeria”, ma ahinoi, di semplice tempistica giudiziaria. I magistrati sono sotto organico.

L’opposizione si sente erroneamente rinfrancata dalla vittoria del referendum elettorale che in realtà ha semplicemente impedito all’Italia di adeguare il suo sistema giudiziario ad un aspetto che accomuna il resto delle democrazie occidentali, quale la separazione delle carriere. I veri vincitori del referendum sono i togati dell’Anm. Dal 1997 ad oggi sono riusciti ad impedire che si riformasse la costituzione repubblicana su un punto convenuto fra le principali forze politiche parlamentari. Un esito, dispiace, che non comporta il mantenimento dell’equilibrio dei poteri costituzionali, come si sente in continuazione ripetere ingenuamente. Quelli sono saltati e sin dal 1992, quando il parlamento modificò l’articolo 68 della Carta sulla immunità.

Pd e Fratelli d’Italia, quasi fossero alla disfida di Barletta, pensano di aver iniziato lo scontro decisivo per il prossimo governo del paese a colpi di lancia. Ancora non si rendono conto di chi davvero tiene in mano la mazza e dopo il risultato referendario del 23 marzo scorso, potrebbe usarla come meglio preferisce. Bisogna raccomandarsi al grande senso di responsabilità dei giudici italiani. La classe politica ne ha mostra sempre meno.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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