In poche settimane, prima con Brexit, poi con i fatti turchi, – appena emerse alcune conseguenze precise – sono entrate in crisi due convinzioni quasi scolastiche, e cioè nel primo caso che i referendum abbiano sempre ragione perché frutto della volontà popolare e nel secondo che i golpe abbiano sempre torto perchè sovvertono la stessa volontà popolare.
I dubbi e i conflitti ideali provocati dalla messa in discussione di principi così fortemente ovvi, interpella in particolare quell’Europa che di quei valori è talmente il simbolo che ad essi si fa ricorso quando (anzi: solo quando) si cerca di dare una spiegazione alla follia terrorista che la colpisce.
Un bel problema per un paese come il nostro, un po’ annoiato dai riti della democrazia, al punto di vantarsi di non andare a votare, che confonde la critica ai politici con la critica alla politica, attratto sempre più solo dal mito del “cambiamento”, senza molto preoccuparsi della direzione di marcia dell’innovazione proclamata.
Intendiamoci: il “cambiamento” è innanzitutto nelle cose – basti pensare alla rivoluzione digitale e della comunicazione, cui persino Erdogan ha fatto ricorso – e la politica non può esserne scollata.
Nel fondo della società, tuttavia, e persino nelle sue espressioni più vivaci ed energetiche, il “cambiamento” non è una cosa nuova e precisa da proporre, ma solo una cosa vecchia da abbattere. Il messaggio più forte che circola è quello che riguarda ciò che “non” si vuole. E’ stata anche l’intuizione del Matteo Renzi rottamatore.
Quando si passa a cercare di costruire ciò che il cambiamento deve darci, nascono però i problemi. Tutto resta alla superficie. E’ un chiaro cambiamento cacciar via un vecchio Sindaco come Fassino che a posteriori tutti dicono che amministrava bene. E’ un chiaro cambiamento scegliere Sindaci giovani e di genere femminile, il cambiamento del corpo, dell’estetica, della facciata. Ma poi? C’è solo Donald Trump che al mantra del cambiamento accoppia una serie di proposte stralunate e da brivido. Ma il pragmatismo americano glielo chiede e dobbiamo in fondo essergliene grati, perché sappiamo fin d’ora cosa capiterà scegliendo tra il passato della Clinton e il nuovo di questo ineffabile possibile numero uno del mondo.
Dire di no all’Europa da parte dell’Inghilterra profonda è stata la risposta ad una insoddisfazione indubbia, ad un disagio per una Bruxelles che è lontana da Milano, figuriamoci da Dover (salvo pentimenti di massa successivi). Ma l’Europa è una tipica opzione che nessun popolo avrebbe mai costruito da solo. C’è voluta l’intuizione e l’ostinazione di gente che ne scriveva dal confino di Ventotene, figuriamoci un po’. E’ il compito di una èlite intellettuale, è il dovere di una classe dirigente, che deve applicare il cambiamento senza buttar via tutto nella raccolta indifferenziata.
Lo statista è diverso dal politico proprio perché non ha timore di perdere i voti se il fine non è la prossima elezione comunale ma il futuro stesso. Abbiamo bisogno di questa categoria di politici, a cui chiedere di più, non di meno. Non se ne vedono molti in Europa (ci consolano solo i fischi raccolti dal premier francese Vals a Nizza. Un paradossale segno di distinzione).
E se gli esempi contano qualcosa, dovremmo anche stare più attenti a certi fondamentali della nostre conquiste democratiche da non rottamare.
Tutti fanno a gara per ricordare a Erdogan il rispetto dello stato di diritto. Ma ci rendiamo conto di cosa questo significa anche da noi? Ci sono alcuni pilastri che con troppa disinvoltura mettiamo in discussione.
Principi come il divieto del vincolo di mandato che non piace ai grillini, (che preferiscono con 300 iscritti controllare Roma), il ruolo centrale del Parlamento, l’intangibilità dell’indipendenza anche economica del parlamentare (chiedetelo ai turchi di opposizione cosa pensano dell’immunità parlamentare), la democrazia rappresentativa (con il referendum come eccezione rara e da maneggiare con cura) sembrano principi astratti, dei lussi irritanti di cui far a meno, se non da abbattere come castali.
Invece, il vero lusso di cui godiamo è quello di essere in una democrazia parlamentare. Da riformare, per carità, ma forse da rispettare un po’ di più.

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