Danneggiate alcune camere di detenzione a seguito di una rivolta scoppiata nel carcere “minorile” nel piccolo comune di Airola, nella valle Caudina in provincia di Benevento, feriti con manici di scopa e bastoni anche tre agenti della Polizia Penitenziaria costretti a fare ricorso alle cure mediche all’ospedale di Sant’Agata dei Goti. Per sedare la violenta sollevazione sono dovuti intervenire in forza i Carabinieri e la Polizia di Stato per dare manforte agli agenti in servizio presso l’istituto. Sfasciati mobili, tubature, termosifoni, televisori; sfondata una parete divisoria tra due celle utilizzando delle brande come arieti. Insomma, una rivolta vera e propria che avrebbe avuto come obiettivo l’auto affermazione criminale di alcuni detenuti vicini a un clan camorristico. Una manifestazione muscolare per dimostrare di essere in grado di tenere in scacco lo Stato e di poter aspirare a diventare pertanto i capi, i boss, i padroni dentro il carcere “minorile” e fuori. Per quanto risulta ci sarebbero una trentina di detenuti, alcuni veramente minorenni ma con loro anche ultra ventunenni che hanno fomentato la rivolta. L’innesco sarebbe nato dalle rivendicazioni relative al vitto e alla sigarette non pervenute per tempo. In realtà sbaglieremmo se identificassimo le cause a queste lamentele. La faccenda infatti è molto più complessa perché rappresenta una manifestazione di forza da parte di clan della criminalità organizzata all’interno del carcere: piccoli boss comunque maggiorenni ed “educati” alla violenza che portano avanti una lotta per il dominio all’interno della comunità carceraria, avendo come obiettivo primario la carriera criminale. Diciamolo chiaramente: è stato un gravissimo quanto imperdonabile errore da parte del ministero della Giustizia innalzare l’età dei presenti nelle carceri minorili senza tenere in minimo conto degli effetti comportamentali che si sarebbero in seguito verificati mescolando in un unico istituto uomini e donne, ormai decisamente adulti, accanto a minorenni. Attualmente, a seguito della legge 11 agosto 2014, n.117, possono essere reclusi all’interno delle carceri minorili anche donne e uomini adulti fino al compimento del venticinquesimo anno d’età. Tipica decisione politica dunque. Compiuta “sulla carta” per riportare al meglio (sulla carta) statistiche ufficiali relative all’effettivo numero dei reclusi nelle patrie galere. Il motivo è stato quello di spostare di fatto una cospicua parte della popolazione carceraria maggiorenne da una sede all’altra. Cioè tutti coloro che sono nella fascia di età compresa tra il ventunesimo fino al venticinquesimo anno di età sono stati spostati nelle carceri minorili. Una specie di gioco delle tre carte. Se l’effetto mediatico è stato quello di aggiustare le statistiche, in realtà la conseguenza di questa “saggia” decisione è stata quella di aumentare il grado di aggressività e di prepotenza all’interno delle carceri minorili. E’ inutile nascondersi che questa nuova tipologia di “detenuto-adulto” all’interno di questi istituti si configura nei fatti con comportamenti violenti e ribelli nei confronti degli agenti di custodia e minaccioso verso i veri minorenni. Troppe volte ascoltiamo i responsabili delle Istituzioni garantirci che si stanno attuando tutte le misure necessarie affinché il “servizio-giustizia” in generale e dell’esecuzione penale in particolare stiano migliorando. Le statistiche (quelle ufficiali) ci confortano, i programmi pubblicamente enunciati ci rassicurano, i dibattiti televisivi tra gli addetti ai lavori ci spiegano come la macchina della giustizia sia prossima alla totale efficienza e alla qualità del servizio che deve svolgere. Peccato che poi dobbiamo prendere atto di questi eventi. Rimaniamo stupefatti di fronte a notizie, tenute abbastanza nascoste peraltro, di sommosse che ci dimostrano sempre più dell’insanabile incapacità da parte di coloro che hanno la responsabilità di saper intraprendere decisioni corrette. Mettere insieme minorenni con criminali adulti significa disprezzare qualsiasi principio volto al recupero di chi deve scontare una pena di detenzione in un carcere italiano. Significa non aver né letto, né capito l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Per il minore, in questo caso, la rieducazione passa per la scuola di perfezionamento al crimine: il carcere minorile.
Alessandro De Rossi

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