
Mentre il Paese si avvia verso un appuntamento referendario decisivo, il dibattito pubblico sembra scorrere su due binari paralleli: quello della propaganda ufficiale, onnipresente e luminosa, e quello del dissenso, sistematicamente spinto nell’ombra di un oblio digitale preordinato. Emerge con forza uno schema inquietante, dove i fautori del “Sì” non si limitano alla dialettica politica tradizionale, ma sembrano beneficiare di una vera e propria architettura della censura invisibile. Questa strategia, orchestrata con la complicità silenziosa dei giganti della Silicon Valley, trasforma le piattaforme social da spazi di confronto democratico in camere d’eco asservite al mantenimento dello status quo e alla protezione degli assetti governativi.
Non si tratta di semplice propaganda o di normale competizione elettorale, ma di una manipolazione strutturale e tecnologica degli spazi digitali che altera la percezione stessa della realtà. I contenuti che mettono a nudo le criticità della riforma o che denunciano le derive delle politiche governative — dalle pericolose influenze della destra trumpiana statunitense alle strette autoritarie interne del governo Meloni, che ne ricalcano il modello — subiscono una sorte comune e inesorabile. Benché tali analisi vengano pubblicate su testate storiche e testate indipendenti di sinistra, la loro diffusione capillare viene strozzata sul nascere attraverso meccanismi subdoli come lo shadowbanning. Questo filtro algoritmico agisce come una scure silenziosa, rendendo le analisi critiche invisibili nei feed degli utenti senza che vi sia alcuna notifica ufficiale, impedendo così che il dubbio e il dissenso possano circolare liberamente tra i cittadini.
Un esempio emblematico di questa deriva è il trattamento riservato a figure di altissimo profilo culturale, come lo storico Alessandro Barbero. Il suo intervento video, in cui analizzava lucidamente i pericoli della riforma Nordio e spiegava le ragioni costituzionali per cui votare “No”, è finito nel mirino di restrizioni paradossali, subendo etichettature e limitazioni di visibilità che ne hanno frenato la naturale diffusione. Non si tratta di un caso isolato, ma di un metodo: mentre le voci critiche vengono silenziate sul web, il potere centrale tenta di penetrare capillarmente nelle istituzioni educative. Ne è prova l’inquietante iniziativa del questionario fatto circolare nelle scuole, un censimento ideologico mascherato da sondaggio che punta a individuare e segnalare i docenti “di sinistra” o contrari alla linea governativa. Questa manovra rappresenta, nei fatti, una forma di schedatura indiretta e una vera e propria lista di proscrizione, volta a intimidire il corpo docente e a isolare chiunque osi esercitare il pensiero critico contro riforme come quella della giustizia.
In questo nuovo ecosistema, la libertà di stampa e di insegnamento non vengono soppresse attraverso i vecchi decreti, ma vengono sacrificate con un’arma infinitamente più moderna ed efficace: l’invisibilità programmata unita alla sorveglianza ideologica. Gli “standard di comunità”, troppo spesso applicati in modo ambiguo e unilaterale, sono diventati il paravento dietro cui i padroni della Silicon Valley operano una selezione politica dei contenuti, decidendo cosa è meritevole di attenzione e cosa deve sparire. Il sospetto, che si fa ogni giorno più concreto, è quello di un aperto collaborazionismo tra i vertici di piattaforme come Facebook e la linea reazionaria e sovranista che guida il governo. In questo scenario, i social media e le istituzioni scolastiche rischiano di smettere di essere luoghi di libertà per diventare strumenti di ingegneria del consenso e di controllo politico.
La democrazia non può sopravvivere se il diritto di critica, fondamento indispensabile di ogni scelta referendaria consapevole, viene filtrato da un codice binario programmato per non disturbare i manovratori o minacciato da censimenti nelle scuole. È l’ironia più amara e pericolosa del nostro tempo: mentre i palazzi del potere celebrano pubblicamente la “libertà”, i loro alleati tecnologici e le loro diramazioni associative silenziano sistematicamente chiunque osi documentare le reali conseguenze delle politiche correnti. Se la critica documentata, supportata da voci autorevoli come quella di Barbero, è diventata un elemento da oscurare e schedare, significa che la posta in gioco per questo referendum non è solo una modifica tecnica, ma la tenuta stessa del nostro pluralismo democratico.
Antonio Laraia

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