L’Europa che non è in grado di avere un ruolo in nessuna delle crisi che si riversano poi sempre su di lei – dall’Ucraina alla Libia, alla Siria – non può andare avanti così.
Chi comanda davvero nel mondo di oggi? E’ necessario chiederselo, dopo aver visto uno dei Paesi più avanzati dell’Occidente, il Belgio, e una città che è capitale d’Europa, chiudere “per terrorismo”.
Che potere è quello del primo ministro di un Paese libero e ricco, se può solo disporre la chiusura di metropolitane, negozi, stadi e teatri?
Eppure, erano così solide le convinzioni che il potere fosse esercitato secondo due parametri: quello, positivo, del conferimento verso l’alto in termini democratici (comanda chi ha più voti), e quello negativo del peso orizzontale dei rapporti di forza (comanda chi ha più bombe).
E il concetto di guerra era talmente chiaro, che un tempo la si “dichiarava”. Non come ora, che un Paese sotto attacco lo fa con una conferenza stampa (riconoscendo cosi uno Stato che non c’è), e quasi tutti gli altri si accartocciano nelle distinzioni tra un solidarismo unanimistico e l’elusione degli automatismi delle regole NATO o del Trattato di Lisbona in materia di difesa comune.
Cantiamo sinceramente la Marsigliese, perché siamo tutti coinvolti, ma è significativa la contraddizione per cui il Paese, che oggi chiede a tutti di intervenire, è lo stesso che tanti anni fa affossò l’idea di un esercito europeo, che sarebbe stato lo strumento efficace per la crisi del dopo 13 novembre e non solo. Una alternativa, anche, alle improvvisazioni in Libia o a suo tempo in Iraq, con il solito Grande Fratello americano chiamato a dare una mano interessata, e ora anche l’Orso russo che partecipa astutamente ad inedite alleanze senza perdere tempo in attesa di dibattiti parlamentari, come deve fare Cameron nel Regno Unito.
Passato nei giorni scorsi a Bergamo su invito di Pia Locatelli, uno dei più importanti giuristi italiani, Sabino Cassese, ha risposto a modo suo all’interrogativo su “chi comanda” nel mondo, descrivendo due pretese ugualmente insufficienti: quelli di circa 200 stati nazionali, ancora molto autoreferenziali, e quelli di almeno 2000 organizzazioni intergovernative e settoriali che, a seconda dei casi, dettano norme e prescrizioni che esprimono un potere parcellizzato ma spesso molto forte (ultimo esempio quello dell’OMS, che ci ha intimato di non mangiare carne…).
Cassese ha descritto la transizione tra questi due poli e ha illustrato una situazione che non ha ancora un punto di caduta. Ma quello che ha maggiormente impressionato è stata la pressochè totale assenza persino della parola Europa.
Basta riflettere su questo 2015 caratterizzato da tre forme di ritardo, sottovalutazione, incapacità decisionale della classe dirigente europea: la crisi greca a primavera, l’immigrazione in estate, il terrorismo in autunno.
Due su tre di questi avvenimenti, notiamo bene, costituiscono ora motivo per rendere superabili i rigidi vincoli di bilancio che venivano proprio dall’Europa. Ma, per quanto “stupide” siano le regole comunitarie, non possiamo costruire la ripresa economica sui fondi per la sicurezza e la gestione dell’immigrazione. Può essere solo una soluzione furbetta.
L’Europa un potere di comando ce l’ha, non c’è dubbio, e spesso è molto invasivo. Ma si ferma al proprio interno e alle materie economiche. Lo sa bene l’Italia sotto esame per la sua legge di stabilità e che domenica scorsa ha dovuto chiedere il permesso per salvare 4 Banche in modo corretto.
Ma l’Europa che non è in grado di avere un ruolo in nessuna delle crisi che si riversano poi sempre su di lei – dall’Ucraina alla Libia, alla Siria – non può andare avanti così. Mancano le cose grandi, la politica estera (oggi affidata ad un’italiana), la difesa, la lotta ai grandi mali dell’epoca attuale, come appunto il terrorismo. E rischiano di perdere gli avanposti frutto di tanta fatica: l’euro, Schengen, la qualità dei diritti individuali. E’ a rischio, per il timore di tanti genitori, persino il simbolo più bello, l’Erasmus che ha aperto la mente di migliaia di ragazzi.
Ma è altrettanto vero che non si può tornare indietro sulla sponda dei nazionalismi, anche perché oggi si alimentano di faziosità e populismo, che non ci porterebbero da nessuna parte, anzi ci indebolirebbero definitivamente. E dunque è necessaria più che mai l’Europa politica, prima che sia troppo tardi.

Ben deto !