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La crisi non è finita. Non si esce con facili ottimismi
UNA RELAZIONE DI CONSOLIDAMENTO

Bisognava delineare in concreto quali riforme sono necessarie per l’asfittico capitalismo italiano. Di Angelo Di Mattia

di Angelo Di Mattia | 24 Maggio 2009

Una relazione di consolidamento quella della Presidente Marcegaglia dopo il primo anno di attività. Nel valutarla, si potrebbe adottare il metro della maggiore o minore vicinanza alle posizioni del Governo e delle diverse forze politiche. Potrebbe, tuttavia, risultare un’analisi incompleta, perché la Presidente copre tutte le possibili aree di convergenza e di dissenso, nella politica e fra le forze imprenditoriali, senza tuttavia rinunciare ai punti classici della strategia confindustriale. Non è cerchiobottista. E tuttavia non trae tutti i necessari sequitur da alcune valutazioni fondamentali, come quelle sulle riforme. Non bisogna abbassare la guardia, esordisce. La crisi non è finita. Essa non può costituire un alibi per l’inazione. E’ già un punto di differenziazione dall’Esecutivo.

Svolta nei comportamenti delle banche – priorità assoluta – e urgenza delle riforme di struttura – con un invito al premier perché metta a frutto il consenso conquistato per realizzarle subito, adesso – costituiscono in grado diverso i punti tra i più enfatizzati del rapporto letto ieri.

Che i banchieri debbano tornare a fare i banchieri è cosa giustissima. Naturalmente, l’appello-richiamo della Presidente della Confindustria vale per quegli esponenti della professione bancaria che sono incorsi nella trahison des clercs: vale a dire, hanno trasferito il rischio, anziché gestirlo, attraverso i “castelli di carta”. Le cose, però, sono un po’ più complicate, soprattutto se non ci si vuole limitare a una pura rivendicazione tra categorie economico-finanziarie, dimenticando l’apologo di Menenio Agrippa.

Le banche non debbono far mancare l’ossigeno alle imprese, strette tra la riduzione degli ordini e le difficoltà di incasso dei pagamenti. L’analisi del merito di credito deve decisamente migliorare. Atteggiamenti di cautelosa restrizione, da parte degli istituti di credito, slegati da una visione di sistema e dalle prospettive di uscita dalla crisi vanno banditi. Emma Marcegaglia sottolinea i casi, numerosi, di ritiro dei fidi ai concessi a imprese, di applicazione di tassi esorbitanti, di rifiuto di anticipazioni su fatture. Il banchiere – occorre convenire – non può essere un occhiuto gestore, che si libera del rischio di impresa e che la crisi ha reso ancora più esigente nella richiesta di garanzie, spesso reali.

Ma, detto ciò, bisogna tener presente anche che le banche amministrano il danaro dei depositanti e che ciò esige una sana e prudente gestione. Oggi i problemi stanno, certamente, nel rallentamento del credito e in politiche aziendali dei tassi che devono meglio armonizzarsi con i comportamenti a livello europeo; ma stanno anche nel deterioramento della qualità dei finanziamenti, nell’aumento delle sofferenze.

Fin dove è compito del solo banchiere impedire la fuoriuscita di imprese dal mercato? Non bisogna dimenticare la crisi anche dell’economia reale.

Si deve distinguere, sia pure con criteri rivisti in seguito alla crisi stessa, tra attività che hanno un futuro e iniziative che purtroppo non possono più averlo se non con provvedimenti dirigistici? Quale concorso deve sussistere tra azione dei poteri pubblici e compiti delle banche? Ciò non toglie che sia sicuramente giusto chiedere, come viene fatto nel rapporto, una revisione di Basilea 2, peraltro già avviata, così come sollecitare un deciso sostegno delle banche alla ripatrimonializzazione delle imprese.

Marcegaglia non ha indugiato sulla formula del global legal standard. Si è mossa su di un terreno concreto ed ha escluso la futuribile nuova Bretton Woods. Partendo da un’analisi della crisi – che, però, troppo sbrigativamente esclude le concause da individuare nell’operatività di hedge fund e paradisi fiscali e che rileva le regole mal congeniate della finanza e gli inadeguati meccanismi di vigilanza – giunge alla necessità di innovare, senza sfigurare il rapporto tra Stato e mercato, con principi condivisi di regolamentazione, non dirigistici, che riguardino tutto il sistema finanziario.

Una scelta non weberiana, ma prevedibile per la Confindustria. Ora, se escludere una nuova Bretton Woods è condivisibile, lo è molto meno omettere di considerare la necessità di una riforma delle principali istituzioni finanziarie internazionali, innanzitutto del Fondo monetario. Sarebbe, invece, necessario prevedere una rivisitazione di quest’ultimo, in modo che possa svolgere compiti di “centrale di allarme” per la prevenzione delle crisi e di regolazione della liquidità internazionale.

I motivi che da secoli stanno alla base della necessità delle banche centrali nazionali sono gli stessi che dovrebbero sospingere, nella prospettiva, alla previsione di un organismo che funga da banca centrale globale, mancando, dopo la fine degli accordi di Bretton Woods, una istituzione che funga da àncora monetaria.

Che non basti far leva, comunque, su di un pur necessario miglioramento della selezione del credito – tema che è ben presente anche alla Banca d’Italia, decisamente impegnata nella evoluzione della funzione bancaria – è dimostrato da tutta un’altra serie di punti trattati nella relazione che vanno dalla “vergogna” dei ritardi nel rimborso dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della Pubblica Amministrazione alle liberalizzazioni sparite dall’agenda governativa, alla concorrenza, alla necessità di fare ripartire gli investimenti pubblici, di aprire finalmente i cantieri nonché di procedere allo stanziamento di risorse per rilanciare, in ogni caso, l’economia, agli investimenti nella ricerca e nell’istruzione.

Ma se si guarda al modo in cui è stata trattata l’esigenza di procedere alle riforme – senza le quali il ritorno ai livelli produttivi precrisi non avverrebbe prima del 2013 con conseguenze sulla vita dei lavoratori e della coesione sociale – si osserva che questo tema occupa un ruolo strategico dal quale sarebbero dovute discendere più articolate e nette conseguenze, anche perché questa non è, innazitutto, la posizione tenuta dal governo.

E unendo tale argomento alle prospettive di uscita dalla crisi sarebbe stato necessario chiarire più efficacemente la visione che si ha del sistema industriale, del rapporto tra grande e minore impresa, tra fondi propri e finanziamento esterno: insomma, bisognava delineare in concreto quali riforme sono necessarie per l’asfittico capitalismo italiano caratterizzato anche da un debole mercato finanziario, come si esce dalla crisi. Tuttavia, non è stata solo giudice la Presidente Marcegaglia.

Vi è un apprezzabile riferimento agli impegni che gli imprenditori devono assumere, anche se non manca qualche genericità. In definitiva, sembrano ancora contenuti di attesa, che si fanno audaci e affondano la spada in quei campi nei quali si ritiene più diffuso il consenso di base fra gli imprenditori e lasciano, invece, al solo lettore lo sviluppo di altri importanti aspetti sui quali si è evidentemente deciso di non accentuare i contrasti.

Angelo Di Mattia ( Da Terza Repubblica (giornale on line di Società Aperta )

OPINIONI

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