
La virulenza del portavoce di Amnesty Italia nel condannare il rilascio del generale libico Almasri, mostra una distorta concezione di democrazia.
Sabato 18 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di cattura del generale “per crimini contro l’umanità e di guerra”. Il mandato è stato eseguito a Torino il 19 all’alba e il generale incarcerato. Poi la Procura ha trasmesso a Roma i documenti. Qui, il 21, la Corte di Appello ha eccepito che il Ministro era stato informato dell’arresto solo il 20, mentre la procedura della CPI prescrive prima l’interlocuzione. Perciò ha liberato Almasri, il quale ritenuto pericoloso dagli Interni, è stato subito riportato in Libia “per essere processato come prevedono gli accordi Italia-Libia”.
Il portavoce di Amnesty ha definito la vicenda scandalosa per quattro ragioni. Primo perché è cogente il mandato di cattura internazionale emesso dal massimo organo per crimini contro l’umanità. Secondo, il Generale è stato portato a Tripoli con un volo di Stato. Terzo, l’Italia ha l’obbligo di cooperare con la CPI. Quarto, l’obbligo è rafforzato perché la CPI è nata proprio a Roma.
Il portavoce di Amnesty conclude definendo il rilascio uno schiaffo alla CPI: “ignora la cooperazione internazionale sulla giustizia in nome di una cooperazione politica con la Libia onde fermare, a qualunque costo, soprattutto umano, i migranti”.
Con buona pace di Amnesty, il vero scandalo sta invece nell’assunto delle quattro ragioni alla base del chiamare la decisione italiana uno schiaffo alla CPI. Perché nella democrazia liberale far prevalere il meccanismo elitario (la CPI) sul voto dei cittadini (un Governo), è ingannevole.
La CPI con sede all’Aja – nata a Roma con Prodi-Veltroni (1998) e composta da appena più di metà ONU (tra gli assenti Arabia Saudita, Cina, India, Iran, Israele, Libia, Russia, Turchia, USA) – si arroga un ruolo maggiore del rappresentato. Presuppone il diritto internazionale (insussistente fuori dai trattati sottoscritti), e schiaccia la figura del cittadino ridotto a suddito. In ogni Stato fare giustizia spetta ai conviventi, altrimenti non si agisce in nome dei popoli bensì dei vertici al comando. Dunque la nascita della CPI non è un vanto. Oltretutto, nel caso, la CPI non ha neanche rispettato le procedure. Quanto al rimpatrio del generale rientra nei precedenti accordi italo libici. Anche sull’ultimo punto, Amnesty antepone la cura dei migranti al regolarne i flussi e lascia in coda i cittadini e le loro scelte
L’attacco nell’insieme esprime un’idea distorta di convivenza. Non si impegna sui problemi civili ma soddisfa gli amici per ottenere consenso emotivo. Influenza la politica allontanandola dal concreto. Così le opposizioni, sostenendo la CPI nel nome di un supposto diritto internazionale, hanno celato l’assenza di un’alternativa (restando sfasate rispetto al reale).
Infine sorvola sul mancato avviso preventivo della CPI al Ministro, cioè sul tentativo di far prevalere il diritto internazionale. Un altro errore, poiché la democrazia non è un precetto morale né un fantasioso mondialismo. E’ una costruzione materiale tra umani attenti ai risultati.
Raffaello Morelli

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