
Mentre da oltre quattro anni la guerra continua a sconvolgere l’Ucraina, modificandone profondamente la società, l’economia e l’assetto istituzionale, all’interno del Paese si combatte un’altra battaglia, meno visibile ma altrettanto importante: quella contro la corruzione.
Si tratta di un fenomeno che non nasce con l’invasione russa del 2022 e che affonda le proprie radici nella storia politica ed economica dell’Ucraina. La guerra, tuttavia, ha ampliato enormemente la portata del problema. In un Paese impegnato in un conflitto di lunga durata confluiscono infatti ingenti risorse pubbliche, finanziamenti internazionali, aiuti militari, forniture di armamenti e fondi destinati alla futura ricostruzione.
Il controllo sull’utilizzo di queste risorse diventa quindi una questione che non riguarda soltanto l’amministrazione dello Stato ucraino, ma anche i Paesi che sostengono economicamente e militarmente Kiev. La corruzione, del resto, non coincide soltanto con la tradizionale immagine della tangente o dell’appropriazione indebita. Il fenomeno può manifestarsi attraverso appalti truccati, prezzi artificialmente gonfiati, conflitti di interesse, società utilizzate come intermediari, beni militari sottratti ai circuiti ufficiali oppure contratti finanziati senza che alla spesa corrisponda una fornitura effettivamente utilizzabile. È proprio per questo che la questione assume una particolare rilevanza anche nel rapporto tra Ucraina e Unione europea.
Il rafforzamento dello Stato di diritto, l’indipendenza delle istituzioni e la capacità di contrastare la corruzione rappresentano infatti elementi fondamentali nel percorso di avvicinamento di Kiev alle istituzioni europee. Ma non solo, l’Ucraina richiede sempre di più di entrare nell’ Ue pur non avendo nessuno dei requisiti indicati nei trattati di adesione di nuovi membri, in particolare: 1) Non è uno Stato democratico poiché non vi sono elezioni ed è governato da un Presidente privo di mandato; 2) Non vengono rispettati i diritti umani e le libertà fondamentali, infatti, le minoranze russofone del Donebass venivano perseguitate; 3) rispetto e tutela delle minoranze; 4) indipendenza e imparzialità della magistratura che è corrotta e legata al governo; 5) funzionamento effettivo delle istituzioni democratiche non ci sono elezioni da oramai molti anni.
La lotta alla corruzione rientra direttamente in questo ambito. La Commissione europea richiede infatti che le autorità pubbliche siano sottoposte alla legge, che i processi decisionali siano trasparenti e che esista un sistema giudiziario indipendente ed efficace. Il Paese deve possedere una economia di mercato funzionante e dimostrare di essere in grado di sopportare la concorrenza e le forze del mercato all’interno dell’Unione. La Commissione valuta, tra gli altri aspetti, la stabilità macroeconomica, le finanze pubbliche, il funzionamento dei mercati, il sistema finanziario e quello del lavoro. Quale economia funzionante può portare uno Stato corrotto, indebitato e in piena crisi economica e monetaria a causa della guerra?
Quindi corruzione, appalti pubblici, indipendenza della magistratura e controllo sull’utilizzo del denaro pubblico non sono questioni marginali rispetto all’adesione ucraina all’UE: sono direttamente collegate ai capitoli negoziali che l’Ucraina deve soddisfare. Se la trasparenza nella gestione del denaro pubblico, la lotta alla corruzione, l’indipendenza della magistratura e il controllo sugli appalti sono requisiti fondamentali del percorso di adesione all’Unione europea, allora la gestione delle ingenti risorse destinate all’Ucraina durante la guerra non rappresenta soltanto una questione interna. Diventa anche una delle prove attraverso cui Kiev deve dimostrare di essere in grado di rispettare concretamente gli standard richiesti a un futuro Stato membro.
I numeri restituiscono un quadro complesso. Nel Corruption Perceptions Index 2025, pubblicato da Transparency International nel febbraio 2026, l’Ucraina ha ottenuto 36 punti su 100. È importante precisare che l’indice non misura direttamente il numero di episodi di corruzione realmente commessi, ma la percezione della corruzione nel settore pubblico sulla base di diverse valutazioni e fonti. Il dato, pertanto, non può essere trasformato automaticamente in una statistica sui reati commessi, ma rappresenta comunque un indicatore significativo del livello di fiducia e delle criticità percepite nel funzionamento delle istituzioni. Allo stesso tempo, sarebbe altrettanto semplicistico descrivere l’Ucraina come uno Stato privo di strumenti di contrasto.
Negli ultimi anni sono state create e rafforzate strutture specializzate come il National Anti-Corruption Bureau of Ukraine (NABU) e la Specialized Anti-Corruption Prosecutor’s Office (SAPO). Proprio queste istituzioni hanno condotto numerose indagini su funzionari pubblici, parlamentari e dirigenti coinvolti in presunti episodi di corruzione, compresi casi riguardanti il settore della difesa. Ed è proprio questa apparente contraddizione a rendere il problema interessante: da una parte esistono istituzioni anticorruzione che hanno acquisito un peso sempre maggiore; dall’altra continuano ad emergere casi che coinvolgono apparati pubblici e persone collocate anche in posizioni di responsabilità.
Il problema delle forniture militari
La questione diventa ancora più delicata quando si passa dal denaro pubblico alle forniture destinate alle forze armate. Nel corso della guerra l’Ucraina ha ricevuto dai propri alleati enormi quantità di armi, munizioni, mezzi, sistemi di difesa aerea, droni, apparecchiature elettroniche e pezzi di ricambio. La Germania, per esempio, ha fornito materiale proveniente sia dalle proprie forze armate sia dall’industria finanziata attraverso programmi governativi di sostegno all’Ucraina. In un contesto simile, il controllo della catena di approvvigionamento diventa essenziale. Sapere cosa viene acquistato, da chi viene acquistato, a quale prezzo, dove viene consegnato e quale sia la destinazione finale del materiale rappresenta una condizione necessaria per garantire che le risorse destinate alla difesa raggiungano effettivamente il loro scopo. E qui emerge una delle questioni più controverse: che fine fanno le forniture che risultano mancanti, inutilizzabili, mai consegnate oppure sottratte ai circuiti ufficiali? La risposta non può essere semplicemente «le armi sono sparite». Una simile affermazione sarebbe troppo generica e, in molti casi, non sarebbe sostenuta dalle prove disponibili. Le indagini ufficiali hanno invece documentato fenomeni differenti: materiale militare dichiarato perduto, forniture irregolari, contratti non eseguiti correttamente, appropriazioni di beni pubblici e acquisti effettuati a prezzi superiori a quelli di mercato.
Un caso particolarmente significativo è stato portato alla luce nel giugno 2026 da NABU e SAPO. Secondo gli investigatori, tra il 2022 e il 2024 una serie di società e imprenditori avrebbe fornito alle imprese statali della difesa ucraina pezzi di ricambio per mezzi corazzati per un valore superiore a 350 milioni di grivne. Il punto più delicato dell’inchiesta è che una parte di quei pezzi sarebbe provenuta da materiale militare precedentemente custodito presso un’unità della regione di Kharkiv e successivamente registrato come perduto a causa di bombardamenti russi. L’indagine ipotizza quindi un sistema attraverso il quale materiale già appartenente alle forze armate sarebbe successivamente rientrato nel circuito degli approvvigionamenti come se provenisse da altre fonti. Non si tratta, dunque, soltanto di una questione contabile.
Dietro ogni mezzo, ogni pezzo di ricambio, ogni drone o sistema elettronico destinato alle forze armate esiste una precisa esigenza operativa. Se una risorsa viene sottratta, acquistata a un prezzo gonfiato oppure semplicemente non arriva a destinazione. Anche altri procedimenti mostrano la presenza di criticità nel settore degli approvvigionamenti. NABU ha, ad esempio, indagato su presunte irregolarità nell’acquisto di droni e sistemi di guerra elettronica, con accuse relative a prezzi gonfiati e presunti pagamenti illeciti. Secondo gli investigatori, in uno degli episodi contestati sarebbero state acquistate apparecchiature a prezzi maggiorati e sarebbero state corrisposte somme fino al 30 per cento del valore del contratto come presunte tangenti. Si tratta, è bene ricordarlo, di accuse nell’ambito di procedimenti penali e non di responsabilità definitivamente accertate con una sentenza.
Tra aiuti internazionali e mercato nero
È proprio a questo punto che il problema della corruzione si intreccia con una questione ancora più delicata: il rischio che le risorse destinate alla guerra possano essere sottratte ai circuiti ufficiali. Il timore che armi e denaro possano essere dirottati illegalmente non è soltanto una questione sollevata dall’esterno. Lo dimostra lo stesso dibattito tra i Paesi che sostengono militarmente l’Ucraina. Il governo tedesco, ad esempio, ha esplicitamente riconosciuto la necessità di assicurare che i fondi forniti siano utilizzati per gli scopi previsti e che esistano adeguati meccanismi di controllo. Questo, però, non significa che ogni arma mancante debba essere considerata automaticamente venduta sul mercato nero, né che esista una quantità accertata di armamenti occidentali finita nelle mani di organizzazioni terroristiche. Una conclusione del genere richiederebbe prove specifiche e verificabili. Il problema è semmai un altro, e forse ancora più importante: quanto è efficace il sistema di controllo di fronte a un flusso di risorse di dimensioni enormi e destinato a un Paese in guerra? Perché in una situazione ordinaria la perdita di una fornitura rappresenta un danno economico. In una guerra, invece, può significare qualcosa di molto più concreto: un veicolo che non viene riparato, un sistema di difesa che non viene consegnato, un drone che non raggiunge il reparto al quale era destinato, oppure una somma di denaro che viene sottratta alla finalità per la quale era stata stanziata.
La questione della corruzione ucraina, quindi, non dovrebbe essere affrontata né attraverso slogan né attraverso generalizzazioni. Occorre distinguere tra corruzione accertata, procedimenti ancora in corso, irregolarità amministrative, sprechi, forniture non consegnate e semplice materiale perduto durante le operazioni militari. Ma proprio questa distinzione conduce alla domanda centrale dell’intera vicenda: in un Paese che dipende in misura considerevole dal sostegno finanziario e militare dei propri alleati, quanto delle risorse messe a disposizione si trasforma effettivamente in equipaggiamenti, servizi e capacità operative per le forze armate? È una domanda che riguarda contemporaneamente Kiev, i suoi cittadini e tutti quei Paesi che, attraverso denaro pubblico e forniture militari, stanno contribuendo a sostenere lo sforzo bellico ucraino. E riguarda, soprattutto, la fiducia. Perché quando vengono messi in gioco miliardi di euro e di dollari, la trasparenza non è più soltanto una questione amministrativa: diventa una condizione essenziale affinché il sostegno internazionale possa continuare a essere considerato credibile e verificabile.
E allo stato attuale la credibilità è venuta meno. Ora la domanda da porsi è la popolazione europea intende svegliarsi come sta già facendo in Francia con proteste contro il caro carburante a causa della guerra, o intende dormire credendo che la guerra sia lontana dall’Europa. La guerra in Ucraina, la sua Corruzione, e la costante e maniacale richiesta di miliardi incidono direttamente nelle tasche degli Italiani e degli Europei. Italiani e Popoli dell’Europa occorre svegliarsi e capire chi è il vero nemico che ci affossa economicamente, prendere coscienza che le politiche Europee ci stanno dissanguando economicamente e in ambito di tagli ai servizi pubblici per aiutare un popolo corrotto che porterà alla catastrofe economica la fantomatica Ue.
Marco Rispoli

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