La corazzata Brasile
Per un signore come Bolsonaro, che pare abbia detto di non essere un grande estimatore della liberaldemocrazia, creare tensione può significare una sola cosa: togliere libertà, diritti e così via, nonché smantellare lo stato sociale minimo sostenuto da Lula (per ragioni elettorali, ora lo sappiamo).
Bolsonaro ha preso il potere in Brasile.
Ha preso cioè il potere nella superpotenza – per grandezza territoriale, demografica e anche economica – del continente sudamericano (se così si può dire). Un paese che, se non ho capito male essendo i dati piuttosto ballerini, ha ancora oggi, dopo il famoso sorpasso, un pil superiore a quello italiano nonostante la grave crisi di questi ultimi anni causati da una dissennata politica economica della sinistra di Dilma Rousseff e soci (il caso di Lula è, secondo chi scrive, più complesso).
Un paese che è più vasto, molti non lo sanno, degli Stati Uniti d’America “coast to coast”, quelli insomma senza l’Alaska (8.515.000 kmq contro 8.109.000 circa). Un paese con enormi potenzialità di risorse e di forza demografica (oggi il Brasile viaggia sui 210.000.000 di abitanti contro i 326 degli Usa, ma sono quasi tutti concentrati sulla costa).
Un paese, insomma, che non è paragonabile all’Italia, essendo l’Italia chiamata a confrontarsi al massimo con una delle tante regioni brasiliane, se ci si ferma a considerazioni di grandezza territoriale e demografica.
Voglio dire: nessuno si sognerebbe di confrontare l’Italia, o un qualsiasi paese europeo, con gli Usa, essendo questi, di fatto, un paese-continente. Dobbiamo abituarci a pensare che anche il Brasile sia un “paese gigante” che non può più, e da tempo, essere confuso con una nazione qualsiasi del Sudamerica. La nazione, per capirci, delle belle ragazze, o dei bei ragazzi, disponibili e sempre sorridenti, pronti a dare ai (vecchi) ricchi del Nord del mondo l’unica cosa che possiedono, ossia il proprio corpo (secondo una logica ben descritta, tra gli altri, in “Piattaforma” da un cantore della decadenza dell’Occidente avanzato come Houellebecq).
Il Brasile i ricchi ce li ha già in casa: ora bisogna capire se aumenteranno e se proverranno anche dalle fasce povere, sfruttando loro un ascensore sociale che in questo grande paese sudamericano non ha mai funzionato, pare.
Bolsonaro è la persona giusta per attuare un simile miracolo? Egli intanto dice di voler impedire (a parole) il tracollo sociale e sostenere l’economia. Ma da destra, ripeto, non da sinistra.
Questo ci deve far capire intanto che se la sinistra sbaglia, se è fatta di capi che vengono dalla povertà (come Lula) e, una volta ottenuto il potere, non capiscono più niente – come si suol dire – e si mettono a rubare generando un contrasto fortissimo con le aspettative di chi li ha votati, cioè i poveri e i poverissimi, ebbene, questa sinistra, questi capi, fanno una brutta fine (per fortuna). Io non posso perdonare Lula perché ha rubato con avidità, e, inoltre, perché ha spalancato le porte del potere alla destra estrema. Si è dimostrato davvero un poveraccio (in spirito), un fallito, un delinquente, un inguaribile ignorante senza “se” e senza “ma” (scusate lo sfogo).
Ora vedremo se Bolsonaro riuscirà a fare privatizzazioni garantendo la pace sociale. Il rischio è che non ce la faccia (posto che lo voglia), che acuisca le divergenze sociali, e che questo porti a dei sommovimenti popolari a cui egli potrebbe decidere di rispondere con l’uso dell’esercito, a cui spalancherebbe in tal modo le porte dei palazzi del potere.
Il caso del Brasile, infatti, è un po’ particolare.
Già il fatto che Bolsonaro abbia detto che il suo grande paese non è intenzionato a intervenire in Venezuela, da cui arrivano molte persone in fuga dal regime di Maduro, mi ha fatto correre un brivido lungo la schiena: un po’, per capirci, come quando Lega e Cinque stelle informano che non vogliono uscire dall’Europa. Già nel passato gli Usa, che sistematicamente riprendono la dottrina Monroe (dominio esclusivo sulle Americhe in autonomia dall’Europa), hanno usato il Brasile e il suo esercito come braccio armato: lo fecero per installare la dittatura militare, evitando così di intervenire direttamente con la flotta già schierata dal Presidente Johnson di fronte all’infinita costa atlantica del paese per evitare – dissero – una deriva comunista (deriva che era ed è tuttora molto dubbia in realtà); lo potrebbero fare ancora oggi sia sulla pelle del “Brasile povero” sia, ripeto, su quella del Venezuela usando il gigante vicino con a capo una testa calda come (sembrerebbe) Bolsonaro.
Il neo presidente brasiliano comunque non mi pare sostenere una destra sociale, questa è la verità.
Eppure dovrebbe (se proprio bisogna sostenere una destra a 360 gradi, voglio dire, e non solo nel settore economico come faccio io). Quando c’è un paese con una tale differenza tra ricchi e poveri, l’unica forza che potrebbe sostituirsi alla sinistra è una destra del genere. Una destra iperliberista può contare soprattutto su grandi investimenti stranieri (leggi: statunitensi in primis) che però legherebbero il Brasile a doppia mandata ai mercati finanziari, i quali solitamente sono poco interessati alle rivendicazioni sociali. Sono proprio i paesi con tali divergenze, insomma, che non devono sognare un sistema di libero mercato spinto, con privatizzazioni a gogò. Questo più tardi, se è proprio necessario, quando esse privatizzazioni selvagge, diciamo così, non impatteranno brutalmente su una popolazione fatta di troppe persone analfabete, e comunque troppo poco formate per competere con le altre privilegiate, e destinate a rimanere ai margini di una società che prima non le ha sostenute dalla nascita e poi si accanisce quando sono cadute definitivamente. Se alcuni in simili paesi sognano tale sistema liberista spinto, può avvenire per vari motivi: uno è quello, ripeto, di voler acuire le tensioni per degli scopi precisi.
Per un signore come Bolsonaro, che pare abbia detto di non essere un grande estimatore della liberaldemocrazia, preferendole la dittatura (militare) a cui guarda probabilmente da destra da buon estimatore di Hitler qual è (incredibile dictu!), ebbene, per uno come lui creare tensione può significare una sola cosa: togliere libertà, diritti e così via, nonché smantellare lo stato sociale minimo sostenuto da Lula (per ragioni elettorali, ora lo sappiamo). Non ho capito quale sia il suo preciso retroterra culturale, se le sue origine italiane segnalino una certa simpatia, diciamo così, per la repubblica sociale mussoliniana.
So che alcuni brasiliani amici miei hanno votato lui perché non ne potevano più di una sinistra avida, pasticciona e troppo (e scioccamente) ideologica: ho sempre detto loro che non bisogna passare dalla padella alla brace, e che magari c’erano anche altri partiti degni di raccogliere voti. Ma chi, come me, è in minoranza in Italia da sempre, non è forse autorizzato a spingere gli altri ad esserlo nel proprio paese…
Termino con una battuta: la destra sociale a me non piace. Non piace perché da buon liberale radicale sono (moderatamente) di destra sulle questioni economiche e di sinistra sui valori (matrimoni e adozioni da parte di omosessuali, reali pari opportunità a prescindere dal genere, smantellamento del rapporto concordatario Stato-Chiesa con tutte le sue conseguenze a partire, naturalmente, dalla creazione di un paese veramente laico, senza ora di religione quale che sia e crocifissi negli uffici pubblici – ma difesa strenua della libertà religiosa e di pensiero, naturalmente -, ecc). La destra sociale, invece, è (moderatamente) di sinistra sull’economia e di destra sui diritti e sui valori: sempre meglio, però, di chi vuole un’economia di destra e valori sotto la stessa bandiera, io credo.
Vedremo presto in quale casella collocare il sciu… ehm, pardon, il signor Bolsonaro.
Fabrizio Amadori

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