L’interrogativo oggi di fronte al sindacato e a tutti noi è come si possa essere davvero europeisti rimanendo ancorati al mito dell’“anomalia sindacale italiana”.

Per il sindacato, ma anche per le forze politiche riformiste si apre una partita davvero complicata, tenuto anche conto che stanno riemergendo prepotentemente tutti i nodi non sciolti nel corso degli ultimi anni e, come spesso avviene in questi casi, si rischia che l’esigenza dell’apparire prenda il sopravvento.
Un rischio al quale, stando almeno alle prime impressioni, ha condizionato i primi passi della ministro Fornero, che è sembrata eccessivamente condizionata dall’esigenza di dimostrare che la sua azione non sarebbe stata condizionata dal sindacato.
Abbiamo temuto che l’occhio della Fornero fosse rivolto quasi esclusivamente ad una parte precisa, quella di coloro che, da anni, sostengono che un mercato del lavoro privo di lacci e laccioli, non condizionato dai riti della concertazione, farebbe veleggiare l’Italia verso luminosi traguardi. Per essi, il sindacato va ridimensionato, punto e basta.
Si tratta in maggioranza di studiosi, esperti e giornalisti spesso portati agli onori della cronaca dalle meritevoli iniziative dello studio Ambrosetti, persone sicuramente rispettabili e anche di indubbio valore, ma niente affatto infallibili, come dimostrano le loro proposte e omissioni sui pregi del libero mercato e, per molti di essi, la passata acquiescenza al credo berlusconiano.
Esperti, giornalisti e rappresentanti delle parti sociali dovrebbero finalmente smetterla di usare il presidente Napolitano come scudo per coprire la loro debolezza o anche i loro opportunismi.
Napolitano invoca coesione sociale e concertazione. I dirigenti sindacali dovrebbero prendere atto che una concertazione vera esclude “invasioni di campo” e che, sul mercato del lavoro, hanno sicuramente uno speciale diritto di parola e intervento, che non è automaticamente trasferibile, ad esempio, al campo del fisco e della sanità. E’ altrettanto vero, però, che non è affatto serio applaudire Napolitano e proporre poi un modello di superamento della concertazione che assomiglia molto a quello delle audizioni dei re o delle regine.
C’è, infatti, chi sostiene l’idea di una concertazione che, tradotta in pratica, significa “vi ricevo, vi ascolto, non contratto e decido poi a mio insindacabile giudizio”; un metodo che non sembra incontrare il consenso nemmeno del ministro Passera. Coloro che lo sostengono dovrebbero spiegarci come, a loro avviso, un simile metodo potrebbe poi garantire la coesione sociale.
Dovrebbero spiegarcelo anche quei liberali seri e rispettabili come Sergio Romano, che sembrano confondere le lucciole con le lanterne. Lucciole sicuramente rappresentate dall’uso non sempre corretto che il sindacato ha fatto della concertazione, intesa anche come potere di veto, degenerante talvolta in consociativismo e in scelte che hanno premiato la parte più forte e meglio garantita del mondo del lavoro. Lanterne che sono sotto gli occhi di tutti a testimoniare della storia di un paese, dove milioni di italiani, anche grazie ai loro sindacati, hanno più volte salvato il Paese, dimostrandosi comunque migliori delle loro classi dirigenti e dei tanti professori ed esperti, che a quelle classi dirigenti hanno fatto spesso il controcanto.
Va detto anche che il sindacato e i riformisti devono recuperare un loro punto di vista “autonomo” soprattutto sul mercato del lavoro e, più in generale, sull’Europa.
Il ruolo francamente spropositato e, per molti versi, del tutto immeritato, dei Sacconi e degli Ichino e, se permettete, anche della Fiom altro non è che la spia di un sindacato che sembra aver dimenticato il “Noi” e con ciò il valore della ricerca e della elaborazione collettiva.
L’interrogativo oggi di fronte al sindacato e a tutti noi è come si possa essere davvero europeisti rimanendo ancorati al mito dell’“anomalia sindacale italiana”.
Personalmente, sono convinto che il sindacato europeo del quale ci sarebbe bisogno dovrebbe essere molto più simile a quello italiano che a quello tedesco. Sarebbe, tuttavia, miope non prendere atto di come sono andate realmente le cose. Nei movimenti complessi, come il sindacalismo europeo, è assolutamente necessario per tutti prendere atto dell’esperienza. Chi ha perso non può attardarsi più di tanto a rimpiangere il passato e tanto meno a cercare di resuscitarlo.
Per anni, il centro-destra l’ha fatta da padrone, riuscendo nell’obiettivo di dividere il sindacato e trascinare le due parti in competizione tra loro in battaglie di retroguardia.
Se finalmente sarà possibile discutere di merito, prima che di ruoli e di cerimoniale, a trarne vantaggio saranno tutti i lavoratori e il Paese.
E’ auspicabile che i leader sindacali si impegnino per convincere tutti, compresa la ministra Fornero, che il problema non è il cerimoniale, che comunque non può dipendere solo dal governo, ma quello che si discute e, soprattutto, quanto si decide.

Il lavoro e il mercato si sono evoluti. E perfino la vecchia, perdente, statlista Europa ha regole molto più liberali di noi ( siamo al 94 posto al mondo).
Ma in tanti non hanno ancora capito i grandi cambiamenti e il vantaggio del premiare le individualità vincenti. Chi ha capito ed adottato le poche regole utili, sta conquistando i mercati e creando benessere.
Scusate il rimando ma trovate alcune considerazioni più argomentate in
IL MONDO DEL LAVORO E’ PROFONDAMENTE CAMBIATO E IN TROPPI CREDONO ANCORA DI ESSERE NELL’800 ( http://www.studiliberali.it/index.php?page=225 ) e nei tanti articoli della relativa pagina LAVORO.