Esso ha dato al lavoratore la dignità di controparte: una rivoluzione civile e giuridica. Fosse anche solo simbolica, essa sarebbe importantissima. Ecco la scelta tra questione pratica e questione di principio.

Ragionando in termini di fatto, l’abolizione dell’articolo con le cautele previste ad esempio nella proposta di Pietro Ichino, non dovrebbe causare un grave danno. A tanti anni di applicazione dello Statuto dei lavoratori disponiamo dei dati dell’esperienza i quali dicono che sono poche le cause intentate dai lavoratori licenziati e che, trattandosi della giustizia italiana, esse durano un’eternità.
Dunque l’abolizione dell’articolo non farebbe grande danno. Il prof. Ichino che si batte per l’abolizione, ha fatto una proposta di legge che circonda di garanzie il lavoratore licenziato.
Ma vi sono due questioni di altro genere. La prima è: non è chiaro per quale ragione l’abolizione dell’articolo 18 dovrebbe incentivare il processo di nuove assunzioni. L’altra è la questione centrale.
L’art. 18 ha fatto cadere un antichissimo, primordiale potere del padrone: quello di ‘cacciare’ il dipendente con un gesto: ad nutum dicevano i romani. Esso ha dato al lavoratore la dignità di controparte: una rivoluzione civile e giuridica. Fosse anche solo simbolica, essa sarebbe importantissima. Ecco la scelta tra questione pratica e questione di principio.

Perché l’abolizione dell’ art.18 incentiverebbe nuove assunzioni?
Primo perchè l’ art.18 è uno dei vincoli che disincentivano gli investimenti in Italia.
Secondo perché permetterebbe la ristrutturazione e l’ adeguamento delle imprese al mercato e permetterebbe alle imprese di ridurre i costi strutturali del lavoro in momenti dove è necessari ridurre il costo del personale
Terzo perchè non renderebbe ineluttabili l’ assunzione, che sarebbe, come è sempre stata un contratto, e si sa non esistono contratti eterni.
Quarto perchè il lavoratore sarebbe stimolato a ragionare in termini economici e non di presunti diritti sociali.
Quinto perchè ridurrebbe il mercato della cassa integrazione, che ha costi, insostenibili e disastrosi: se questi costi fossero trasformati in investimenti, hai voglia posti di lavoro!
Sesto perché, l’ art.18 ha distrutto il lavoro per almeno due, se non tre, generazioni, che sono costrette al precariato in larga maggioranza.
Settimo perchè essendo ormai limitato ad una parte limitata dei lavoratori è di fatto una profonda ingiustizia sociale.
Ottavo perchè provoca lavoro nero, in quanto i lavorratori in Cigo o in mobilità, accettano lavoro solo in nero per non perdere i diritti.
Nono perchè è un limite alla libera concorrenza, in quanto imprese costrette a lavorare a costo del lavoro determinato dalle regole fisse del lavoro a tempo indeterminato, non possono sostenere la concorrenza con imprese, che procedono, magari spregiudicatamente con contratti precari, a termine, se non addirittura pagando ” cooperative”, che di fatto sono venditori di sola manodopera: il caso dei cinesi a Prato é talmente clamoroso da non essere nemmeno commentabile.
Potrei credo continuare con altri argomenti realmente elementari e ampianenti noti da rendere quasi pleonastico il discorso, che di fatto è palesemente una tipica ipocrisia nazionale, una di quelle tipiche ipocrisie che distruggono l’ Italia.
Sono colpito nel leggere da una persona colta ed intellligente come Tamburrano, argomenti così teorici, così irrealistici ed onirici, come la ” dignità giuridica del lavorarore”, di fronte ” al potere primordiale del padrone”, in un epoca di concorrenza globalizzata.
Perchè Tamburrano non convince i “compagni cinesi” a non farci concorrenza e a ritornare alla ” rivoluzione culturale”?
Io credo che la dignità dell’ uomo lavoratore sia nella sua possibilità di emanciparsi individualmente e che una società giusta e libera sia quella società che dia la possibilità ad un individuo di poter cambiare lavoro, sia per crescere personalmente, sia perchè il suo padrone, o il suo capo o l’ ambiente in cui si trova ad operare non gli aggrada o lo non lo soddisfa.
Invece rendendo rigido il posto del lavoro, come se fosse un destino inelluttabile, si creano situazione di vincolo e di obbligazione, si favoriscono i peggiori, si impedisce l’ applicazione del principio di merito e si consente di crescere a chi le regole non le attua, di chi è capace di licenziare ” di fatto”, come in realtà accade, nel silenzio generale, di chi è capace di fare lavorare fuori dalle regole scritte sulla legge, che rimane per loro inapplicata.
In pratica si crea una società dove chi applica le regole perde e chi le evade vince.
Per quello Il prof. Ichino, come pochi altri riformisti intelligenti, intellettualmente onesti combatte questa guerra!
Non va neppure dimenticato che rischia la vita per dire quello che pensa, in quanto vive sotto scorta da decenni, e che altri come lui, vedi D’ Antona e Biagi, sono stati uccisi trucidati barbaramente, in un agguato.