Un leader politico è colui che riesce a parlare a tutti, dunque uscendo dal limite del proprio schieramento, ma contemporaneamente è colui che capisce la necessità di far emergere una nuova classe dirigente e ne favorisce la formazione e la crescita all’interno del proprio partito.

Differenza di non poco conto, questa, che genera una serie di conseguenze negative destinate a sommarsi ed a precipitare in un unico risultato fallimentare, nel momento in cui il padrone vive un inevitabile declino e rende del tutto evidente l’esito nefasto provocato dalla ricaduta di tutti i propri errori sulla fragilissima tenuta del partito, del tutto impreparato per congenita debolezza a sostenere e produrre un ricambio di leadership.
Negli ultimi anni, dopo la crisi definitiva ed il superamento delle ideologie novecentesche, la politica mondiale – e, con ritardo come sempre, anche quella italiana – ha riaperto il dibattito sulla necessità di un leader carismatico, capace però di esercitare anche una vera leadership, ovvero una positiva azione di stimolo e di traino sia all’interno della propria area politica di appartenenza, sia a livello nazionale.
L’affermarsi di una concezione politica figlia della globalizzazione, e dunque orientata sulla trasversalità – il riconoscimento di problemi comuni – piuttosto che sulla appartenenza – l’arroccamento su posizioni ideologiche – ha posto di conseguenza l’attenzione su alcune priorità essenziali: un leader politico è colui che riesce a parlare a tutti, dunque uscendo dal limite del proprio schieramento, ma contemporaneamente è colui che capisce la necessità di far emergere una nuova classe dirigente e ne favorisce la formazione e la crescita all’interno del proprio partito, per garantirne non solo la sopravvivenza ma la concreta possibilità di affrontare le sfide del futuro al meglio delle proprie risorse umane.
Ed è in un certo senso paradossale, quanto molto significativo, che in Italia sia stata proprio la sinistra, tradizionalmente e culturalmente avversa all’idea stessa di leader, considerata di destra, e chiusa intorno ad un concetto limitato e limitante di gruppo – fino all’ultima accezione bersaniana di “Ditta” – ad aver però partorito al proprio interno, con lunghissimo travaglio, molto dolori ed infinite resistenze, prima gli strumenti, ovvero le primarie, e poi la figura in grado di riassumere tanto un leader quanto una leadership.
Mentre la destra, che in vent’anni ha raccolto un numero di voti altissimo coagulato intorno a figure come quelle di Berlusconi, Bossi e Fini, si è sfaldata proprio sull’equivoco generato da queste figure, ognuna delle quali, in modo diverso ma con lo stesso difetto di fondo, ha incarnato il padrone ma non il leader, e dunque ha legato le sorti del proprio partito a se stesso invece che ad una prospettiva di crescita futura.
Ed è lo stesso destino che, a tempi non tanto lunghi, attende anche Grillo, che ha addirittura esasperato l’aspetto padronale del proprio movimento, in simbiosi con quella necessità di urlare sempre più forte che il populismo gli impone, ma che costituisce la fragilità più evidente del suo progetto, destinata a spezzarsi non appena qualcuno sarà in grado di riaffermare il primato dell’azione politica sulla mera resa mediatica della becera rissosità.
Il paradosso italiano, sopra evidenziato, è però indicativo di un processo che è comunque destinato ad affermarsi, chiudendo definitivamente certe liturgie del passato ed aprendo una nuova stagione della politica in chiave riformatrice e rigeneratrice. Non è più tempo di nomine per acclamazione – come accade a destra – nè di Congressi che scelgono solo un mediatore fra correnti – come è accaduto fino a poco tempo fa a sinistra. Non è più tempo nè di padroni nè di Ditte. Non è più tempo di faziosità ideologica nè di scontri tribali.
Il declino di Berlusconi e del suo partito costituisce una lezione per tutti coloro che vogliano davvero riformare la nostra politica: non può più esistere, nel Terzo Millennio, un partito che non applichi al proprio interno una autentica democrazia fatta di scelte condotte con gli strumenti appositi. La credibilità presso gli elettori la si conquista dimostrando che si è in grado di gestirsi democraticamente, prima di tutto in casa propria, ma soprattutto di pensare e di lavorare per il futuro costruendo una classe dirigente valida e competente, intorno ad un leader che sia scelto dagli elettori – e non incoronato da se stesso e dal proprio potere economico, oppure nominato dal Capo come una marionetta cui tirare i fili – sulla base delle proprie capacità di favorire e stimolare sia la crescita del proprio partito che quella di una nazione.
Berlusconi esce di scena sconfitto non dai giudici, come ama sostenere, ma dai propri enormi errori, dal proprio ego smisurato e, soprattutto, da quello che, per uno che ama definirsi il migliore degli imprenditori, è il peccato più grave, ovvero l’incapacità di circondarsi di persone di qualità e di costruire con loro e su di loro il futuro del proprio partito, anche come forza di governo della nazione.
Comportandosi da padrone, ma non da leader, circondandosi di figurine scialbe che non fossero in grado di metterlo in discussione e men che meno in ombra, invece che di individualità forti e competitive, Berlusconi ha preparato solo una lenta ed inevitabile agonia per la sua creatura. E l’unica vera condanna che pesa su di lui, è quella generata dalla sua scelta di fondo, mai riveduta e persino aggravata con gli anni: essere il padrone, in un immaginario infinito presente, disegnato nella sua mente come una eternità immobile, invece che essere il leader che pensa al futuro e lo costruisce insieme agli altri, consapevole che quello, e solo quello, costituisce l’eredità che dovrà mettere nelle loro mani, facendo un passo indietro al momento giusto e lasciando che una nuova e convincente classe dirigente si assuma le proprie responsabilità.

Corretto:
Paolo, su Obama ti concedo questo che sia un ingenuo troppo onesto per rendersi conto di quale “monstrum” della storia sia Presidente. Con Obama l’imperialismo degli “States”, con la scusa di esportare libertà attraverso la varie “primavere” organizzate qua e là nel mondo, non è arretrato i una virgola. A per la cronaca ricordo che il nazionalismo e panslavismo russo, ha sempre mostrato i muscoli nei confronti dei territori di confine, Carelia, Polonia, paesi Baltici, Ucraina e paesi caspici, ma è un nazionalismo che non ha mai preteso, nemmeno al tempo dell’URSS, di diventare imperialismo planetario.
Paolo, su Obama ti concedo questo che sia un ingenuo troppo onesto per rendersi di quale “monstrum” della storia sa Presidente. Con Obama l’imperialismo degli “States”, con la scusa di esportare libertà attraverso la varie “primavere” organizzate qua e là nel mondo, non è arretrato i una virgola. A per la cronaca ricordo che il nazionalismo e panslavismo russo, ha sempre mostrato i muscoli nei confronti dei territori di confine, Carelia, Polonia, paesi Baltici, Ucraina e paesi caspici, ma è un nazionalismo che non ha mai preteso, nemmeno al tempo dell’URSS, di diventare imperialismo planetario.
No Marzio, il nostro (vostro) popolo è in agonia. Obama pero’ lascialo dove è, che va meglio di tanti altri! La lezione l’ha data a Renzi subito, dicendo che ridurre le spese per le forze armate è una cosa pericolosa e che va evitata.
Renzi è un ignorante, almeno Letta salvava le apparenze e sapeva parlare coi capi di Stato, come Monti del resto.
Qui, al di la delle Alpi, di Obama si è parlato solo per la visita al Papa, il resto inesistente, il Presidente cinese era invitato speciale a Versailles con Hollande e gli ha comprato non so quante decine di Airbus…..
Assisto alla differenza immane tra i due Paesi, Francia e Italia, che dalle piccole alle grandi cose fa sempre cadere le braccia…..qui Aznavour è osannato, le persone di valore sono dei veri divi, in Italia la (probabile) ultima tournée di Ornella Vanoni passa in sordina, eppure i teatri a quasi 80 anni li ha riempiti, ma arrivando a Verona in hotel, come eventi della città, questo concerto splendido non era neanche annotato. Dettagli mi dirai, eppure la differenza è enorme. La gente, ignorante, si sceglie i politici che corrispondono alla ignorante tendenza, va da se.
Confesso che non avrei mai creduto alla mia età di assistere a un presidente del consiglio italiano che si dichiara ” ispirato” dal presidente americano. Imbarazzo, frustrazione e pena per la conferenza stampa dei due, quando Renzi assentiva goffamente per dare a intendere che capiva l’inglese, salvo poi passare all’italiano con la scusa che parlava agli italiani, in realtà perché doveva esprimere concetti più complicata per cui non ha la pratica della lingua inglese. Mi chiedo e senza polemizzare: ma dove stiamo finendo? Un moccioso di costituzionalismo che vuole impiantare riforme costituzionali campate per aria, nell’assenso collettivo di un’opinione pubblica imbambolata da decenni di Santoro e Fazio, e del loro dileggio qualunquista applaudito dalla malattia nazionale, l’invidia. Ma è rimasta al nostro popolo un po’ di spina dorsale?
Il contesto reale e condizionante, Chiara, lo hai sotto gli occhi proprio oggi, nei servili resoconti zeppi di gridolini d’entusiasmo per la visita dell'”abbronzato” Obama, ” abbronzato ” come ben disse Berlusconi, perché da abbronzato bianco Obama se ne andrà come da abbronzato bianco fu eletto. Allora cambialo questo contesto, io non chiedo altro. E invece che vedo e che sento? Il senile Renzi, e tre figli a trentasei anni dovrebbero far sorgere dei sospetti, il senile Renzi, il nuovo d’Italia, che suona le trombe dell’atlantismo anni ’50, ma almeno De Gasperi vi fu costretto. E il giovane Berlusconi, puttaniere incorreggibile e scheletri straripanti dagli armadi ma di cervello fino, che sta dalla parte di Putin perché ha capito che un’epoca della storia europea è morta per sempre. Cambialo il contesto, Chiara, ma cambia il contesto vero che condiziona dalle fondamenta tutta la nostra politica interna, giusto a partire dal conflitto ridicolo che sorgerà, per dirne una, tra Regioni e Città metropolitane.
Curioso, un vero atto fideistico, il tuo. Nei virtuosi certificati, che non abbisognano di altro, ammantati come sono della loro probità. Io invece credo che “il contesto” sia da riformare, se non altro per evidenti ragioni di aggiornamento alla contemporaneità – non si affronta il terzo millennio con gli strumenti costruiti nel primo.
Chiara, è tutto il discorso di Battista a non reggere, vedendo in Renzi il prosecutore di Berlusconi in quanto destinato a realizzare le riforme che l’ex cavaliere non seppe fare. Le stesse parole ” riforme” e “riformismo” non indicano niente se non l’ansia di un fare per il fare, i miracoli delle formichine volenterose li lascerei a Bergoglio. Quando da decenni si invocano riforme su riforme in realtà cova la speranza di supplire con nuovi assetti alla pochezza degli attori, ma questa pochezza resta. Basterebbe che l’Italia fosse in mano a persone almeno decorose e non occorrerebbe alcuna riforma, e sperare che le riforme portino alla ribalta i virtuosi è un sogno antichissimo e patetico. I virtuosi si dedicano alla politica quando la politica è rischio morale e fisico, altrimenti è attività impiegatizia e lucrosa. Se non muta il contesto, riformate, riformate, direbbe il defunto Giulio, ma niente cambierà. E se c’è qualcosa che un cattolico come Renzi e tutti i cattolici non possono tollerare, è l’esistenza del contesto. Ora fare le riforme fingendo che il contesto non esista è proprio ciò che Renzi farà, se lo farà. Ma inutilmente.
Infatti, io mi fido della mia testa e ragiono con quella. Detto questo, ti faccio osservare che Battista, come me, ha scritto sulle ragioni del disfacimento di Gorza Italia e alle colpe di Berlsuconi, non di Renzi.
Pier Luigi Battista, come te Chiara, non mette in conto un dato che continua a sfuggirvi: dietro le battute disinvolte, le frecciate, l’aria scanzonata e il velocipede, Renzi è un baciapile incallito, un baciapile ” sui generis” lo ammetto, ma baciapile molto più di tanti democristiani dei decenni passati. Un baciapile da “papa boys” ma tale resta, e che i laici immaginari ancora non abbiano capito cosa sia il cattolicesimo politico fa venire i brividi. I tic da baciapile manifestati dal nostro sono numerosi, ultimo quel piccino e populista ” io parlo alle famiglie non alle associazioni “, dove Renzi sembra far sue le passioni politico familistiche di Frate Indovino e dove emerge un altro segnale di peronismo incontenibile. E tutta la spavalderia renziana sta al riparo della nostalgia delle adolescenziali ore di catechismo, e lo sapete o no che la nostalgia dopo i quaranta comincia a asciugarci e poi a ingessarci? Se Grillo vuol regolare Renzi senza fatica deve solo portarlo sul piano del “politically uncorrect” per un cattolico, lì Renzi cadrà come una pera cotta e la spavalderia gli si gelerà addosso. Chiara, ascolta: lascia perdere i fogliacci e i loro imbrattatori, Repubblica, Corriere, Stampa, Foglio e chi più ne ha più ne metta, e lascia perdere i talk show di denuncia, Rai o Mediaset poco cambia. Fidati solo del tuo cervello, e anche i dialoghi prendili con le molle se siamo tutti addomesticati e imbecherati dalla comune fabbrica delle notizie.
“… il peccato più grave, ovvero l’incapacità di circondarsi di persone di qualità…”: io direi che sia il naturale difetto di ogni “capo” ,ansioso di fare quello che ha in mente ,senza intoppi interni al gruppo. Quanto agli altri commenti ,mi paiono solo astrattamente rabbiosi , come si dimostra quello del residente ( termine neutro ) nel paradiso (ex) delle libertà e dei valori…
A conforto di quanto ho scritto nel commento precedente, questo il pezzo di Pigi Battista sul Corriere della Sera di oggi:
PIERLUIGI BATTISTA “L’era berlusconiana: malinconico declino”
Ci chiedevamo come avremmo politicamente potuto vivere in Italia senza Berlusconi che ha dominato la nostra immaginazione per vent’anni? Ecco, avremmo vissuto esattamente come in questi mesi. Un inesorabile declino, mentre il centrodestra berlusconiano si avvia malinconicamente al suo tramonto, intossicato dagli intrighi di corte, con un leader esausto che dal 10 aprile vedrà drasticamente ridotta la propria personale agibilità politica, con Forza Italia prigioniera delle sue camarille cresciute all’ombra di un Capo che non le governa più. Una leadership sempre più irrilevante sulle cose italiane, spettatrice di uno spettacolo politico i cui mattatori assoluti si chiamano Matteo Renzi e Beppe Grillo, i due protagonisti che tra un paio di mesi si sfideranno nella partita delle elezioni europee.
Sono mesi, da quando è esplosa la questione della decadenza da senatore che Berlusconi non dice più una cosa sull’Italia, su ciò che si dovrebbe fare, su quello che potrebbero aspettarsi gli italiani se il governo fosse del centrodestra. È vero, c’è la partnership con Renzi sulle riforme istituzionali. Ma è un rientro effimero, una boccata d’ossigeno, un po’ di luce riflessa per scacciare gli spettri del buio: anche per questo il mondo berlusconiano sembra così disperatamente aggrappato al destino di Renzi. Per il resto, il nulla. Mettendosi in una trincea di pura protesta, costretta a condividere il destino del Capo abituato a esercitare una signoria assoluta sulla sua creatura, incapace di elaborare una successione vera e non costruita nella noia soporifera di una beauty-farm, Forza Italia rinuncia a rappresentare un’alternativa credibile di governo, inchiodata a uno stabile 20 per cento solitario e marginale come per decenni è stato in Francia il partito di Le Pen: Jean-Marie però, non la dinamica e modernissima Marine.
Berlusconi dice di esprimere l’orgoglio dei «borghesi» italiani. È stato così, ora non lo è più. Il mondo del lavoro autonomo, dei piccoli imprenditori, della partite Iva, del ceto medio orgoglioso di sé, delle professioni non trova più ascolto e rappresentanza nel centrodestra. Sia in quello maggioritario, fedele a Berlusconi, sia nella sua versione alfaniana, sempre più «ministeriale», irrilevante e ruota di scorta del governo a trazione renziana. Ogni traccia di vitale cultura liberal-democratica di stampo occidentale, che pure è soffiata in un ventennio di contestazione dell’egemonia culturale della sinistra, si è come dispersa in un mondo che vantava come interlocutori gli esponenti della leadership americana e britannica, dai Repubblicani a Tony Blair, e oggi, dopo un giro malamente finito con Gheddafi, si ritrova addirittura putiniana.
Come staremmo (politicamente) senza Berlusconi? Come in questi giorni. Con un bipolarismo tra un Pd ricaricato e galvanizzato da Renzi e un movimento come quello di Grillo che sta elettoralmente cannibalizzando i malumori della destra. Il cambio di stagione è in corso. Ma senza Forza Italia.
Non voglio dirottare nulla e nessuno, solo porre l’accento su una situazione che è sotto gli occhi di tutti, vista l’estrema difficoltà in cui naviga Forza Italia, al punto di valutare la possibilità di candidare uno dei figli di Berlusconi per mettere in lista quel cognome che, come ha detto Brunetta, “è un brand”, con ciò sintetizzando efficacemente il problema di fondo di un partito padronale che, senza il Capo, non ha gambe solide sulle quali reggersi. E trattare di questo tema, non è inutile nè è un espediente parlare di altro – caro Paolo, te lo ridico tutte le volte, se voglio parlare di Renzi lo nomino, non ho motivo di nascondermi – ma serve invece a capire una lezione importante che la parabola di Forza Italia dovrebbe insegnare a tutti noi. Oltre a considerare che, in una sana dinamica bipolare – quale vorrei vedere nel nostro paese – sarebbe importante avere una destra moderna, radicata sul territorio, culturalmente formata e competitiva, ne gioverebbe tutta la nostra vita politica.
Quanto alle mie frequentazioni, adombrate così chic and radical, niente di più falso. Detesto i ghetti di qualunque genere, dunque frequento ed ho rapporti di amicizia con persone diversissime fra loro per età, posizione sociale, studi ecc. L’unica cosa che mi interessa è che abbiano qualcosa da dire, e argomenti su cui confrontarsi. La diversità è sempre stata un valore, per me, non mi interessa specchiarmi nei miei simili, preferisco i miei dissimili, se non altro per curiosità, e perchè il confronto è molto più stimolante con chi è diverso da me, per qualunque ragione. Ignoro i salotti e non li ho mai frequentati, e gli unici ricercatori che conosco sono un paio di miei ex compagni di liceo cui mi lega l’afferro di una vita.
E lo snobismo di certe descrizioni, caro Siracusa, ricade su chi le fa.
Quello che volevo sottolineare, e non è una mia ossessione, è che leggere i pezzi di Chiara, tranne quello sulle donne e in un arco di tempo lunghissimo, riviene allo stesso punto, osannare Renzi e la sua accolita…..Chiara, o lo sa o fa finta di non saperlo, scrive di Berlusconi, ma non si vede….come quei quadri dove è scritto Berlusconi migliaia di volte ma se lo guardi da 2 metri leggi, RENZI.
Non si capisce l’utilità ribadita all’infinito del solito slogan pro-Renzi.
Paolo, magari la claque di Chiara fosse di tabaccaie, si potrebbe ancora sperare che lo studio porti a dei miglioramenti. No, certamente sono brave signore, diplomate e laureate, salottiere ma solari, e non mi meraviglierebbe se qualcuna fosse anche volenterosa ricercatrice. Comunque l’assillo renziano di Chiara è cupo, ora scatta la speranza di dirottare i coglioni di FI tra i coglioni del PD. Sarebbe una bella marmellata peronista preludio del partito unico liberamente eletto. Perciò ho aggiornato il mio invito elettorale.
DISERTARE LE PROSSIME ELEZIONI EUROPEE ED ALLE POLITICHE DEL 2015 AZZERARE LE RAPPRESSENTANZE PARLAMENTARI DEL PD E DI FORZA ITALIA.
Gentile Signor Pontillo, non contesto il Suo giudizio, libero e legittimo, anche se basato su qualcosa di davvero superficiale come – oh, genio – il significato del mio cognome.
Non so dove abbia visto i luoghi comuni e politicamente corretti, io invece so cosa ho visto negli ultimi venti anni nel centrodestra ed è quello che in sintesi ho riportato qui sopra, ma su cui ho scritto per molti anni.
Ora, se Forza Italia avesse una classe dirigente ed un candidato forte, entrambi scelti dagli elettori, Le darei regione e Le chiederei anche scusa delle mie fantasie.
Ma nel paese dove vivo io da mezzo secolo, l’Italia, purtroppo questa è la verità, così come risponde al ero che già dalla fine del secolo scorso è nato un ampio dibattito a livello mondiale sui mutamenti della politica dopo la fine delle ideologie novecentesche, ed anche sulla figura del leader, e di conseguenza sul significato di leadership nel Terzo Millennio.
Ma di certo dove vive Lei questi problemi non ci sono.
A proposito, in quale paese sconosciuto vive Lei?! Certo non Italia, dove le cose stanno come sopra, ed il politically correct, mi creda, è l’ultimo dei nostri problemi, nonchè qualcosa che neanche mi tocca.
E non si preoccupi per me, io vivo la vita che ho realizzato, molto politically uncorrect., e mi va benissimo così.
Solamente una persona che non ha mai realizzato qualcosa di concreto nella vita può aver scritto un articolo così ricco di superficialità e luoghi comuni politicamente corretti. Una persona che scrive animata dal sentimento che il suo cognome rivela. Nomen omen.
Il solito copia/incolla, tra le righe, senza nomi, fuori pagina, dentro la pagina!
Renzi è il genietto che ha fatto tutto bene lui!
Chiara conosce tabaccaie fiorentine che la pensano come lei, io invece che giro anche in altre città, ho chiesto ad una coppia di di commercianti artigiani del vetro soffiato a due passi da Piazza San Marco a Venezia cosa ne pensassero di Matteo Renzi, non trascrivo qui perché sarei davvero censurato.
Pare che il Paese dei pensatori e quello reale della gente che lavora e “sente” sulla propria pelle la crisi si sia rotta i cosiddetti, e meglio evitare di chieder loro un giudizio su Renzi.
Mi pare invece utile ricordare il primo turno dell’elezione francese di oggi, vince l’astensione e trionfa Marine Le Pen, l’Europa affonda, anche quella dei sorrisi e strette di mano tra leaders ormai in declino e incompetenti sbruffoni.
BELLISSIMO E CORAGGIOSO ARTICOLO, QUESTO DI
Chiara Boriosi
e pubblicherò con un mio commento il link sul mio diario su Facebook.